Tag: Parchi Nazionali

Il Parco Regionale dei Monti Picentini – 1

ubicazione del parco

Superfice del Parco 64.000 ettari; quota da 0 a 1809 metri; Anno di istituzione 1995; Ente Parco è il gestore; Regione Campania; Province Avellino e Salerno; Comuni: Acerno, Bagnoli Irpino, Calabritto Calvanico, Campagna, Caposele, Castelvetere sul Calore, Castiglione dei Genovesi, Chiusano di San Domenico, Eboli, Giffoni Sei Casali, Giffoni Valle Piana, Fisciano, Lioni, Montecorvino Rovella, Montella, Montemarano, Montoro Superiore, Nusco, Olevano sul Tusciano, Oliveto Citra, Salza Irpina, San Cipriano Picentino, San Mango Piemonte, Santa Lucia di Serino, Santo Stefano del Sole, Senerchia, Solofra, Serino, Sorbo Serpico, Volturara Irpina.

Dalla cima del Monte Taburno si può ammirare il profilo dell’alta catena dei Monti Picentini.

“Il Terminio è la prima giogaia del contrafforte campano, e ne è a un tempo la più vasta e frastagliata. Ciò che veramente gli dà figura e carattere è la forma conica dei suoi monti boscosi, che s’inseguono l’un l’altro in varie e molteplici concatenazioni.” Così, alla fine dell’Ottocento, descriveva i Monti Picentini Giustino Fortunato, l’uomo politico nato a Rionero in Vulture che fu uno degli ideatori dell’escursionismo sulle montagne del Sud.

Al confine tra le province di Avellino e Salerno, ma ancora a portata di mano da Napoli, la catena dei Picentini segna il punto – dopo l’intermezzo del Taburno, del Camposauro e del Partenio, che formano una catena importante di parchi naturali – in cui l’Appennino campano si alza di nuovo verso i duemila metri di quota, proponendo all’escursionista e al naturalista vette e sentieri paragonabili a quelli che si potrebbero incontrare in Abruzzo e in Calabria.

A rendere affascinanti questi alti monti sono le pareti di roccia del Terminio e l’area cresta dell’Accellica, le ovattate faggete del Polveracchio e del Cervialto, gli altipiani carsici del Laceno, di Verteglia, del Dragone e del Gaudo. E poi le sorgenti e le forre, le grotte utilizzate come luogo di culto, i ruderi di fortilizi e castelli medievali che sorvegliano ancora buona parte dei paesi del massiccio.

Popolati nell’antichità dai Piceni, uno dei popoli più ostili al potere di Roma, i Monti Picentini hanno subito seri affronti dal turismo basato sugli skilift, l’edilizia residenziale e le strade, ma conservano un eccezionale interesse per i naturalisti e gli escursionisti. Anche qui la wilderness non è più quella di cento o centoventi anni or sono.

Eppure, senza dubbio, i Picentini restano uno dei grandi spazi selvaggi dell’Appennino meridionale. Uno spazio tanto più prezioso perché sulla porta di casa per chi vive a Salerno, ad Avellino, nella pianura vesuviana e nella stessa Napoli.

La nascita del Parco Regionale e di alcune Oasi del WWF dimostra che la tutela dei Picentini è possibile. Continua.

Il Monte Terminio è ricco di scoscese pareti rocciose dove si aprono profonde spazzature.

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 12

Camminare nel Parco

Da Ercolano a Boscotrecase

Ercolano. Gli scavi di questa cittadina, iniziati nel 1738, includono le Terme, la Palestra, varie case affrescate, il porto dove sono stati ritrovati i corpi carbonizzati di numerosi profughi e il Teatro che sorge al di sotto della città moderna.

Di grande interesse anche le ville settecentesche che si allineavano sul “Miglio d’Oro.

Le lave del 1944.Nell’ultimo tratto, la strada che sale verso il Vesuvio sino a un piazzale posto a 1050 metri attraversa le lave emesse dal vulcano tra il 18 e il 29 marzo del 1944. Colonizzate dal lichene Stereocaulon vesuvuanum, queste pendici vedono una importante presenza di ginestre dell’Etna e di estese pinete ben visibili dalla strada.

L’Atrio del Cavallo. Ai piedi delle pareti laviche del Monte Somma, questo anfiteatro naturale tra gli 800 e i 900 metri di quota deve il suo nome ai cavalli e agli asini utilizzati un tempo dai turisti. Qui infatti, i visitatori del vulcano dovevano lasciare le cavalcature e proseguire a piedi sui ripidi e cedevoli pendii di sabbia e sassi del Gran Cono del Vesuvio.

Piano delle Ginestre. Questa pineta con ampia presenza di leccio è la più vasta area boscata del vulcano. Per tutelarla in maniera adeguata, nel 1972, è stata istituita una Riserva Naturale dello Stato estesa su 1005 ettari. Chi scende dal cratere la traversa seguendo le larghe svolte della Strada Matrone, che conduce a un cancello presidiato dal Corpo Forestale a poca distanza da Boscotrecase. Dal cratere si impiegano due ore e mezzo.

L’Osservatorio Vesuviano. Edificato nel 1841 per volere di Ferdinando II di Borbone, l’elegante palazzina che ospita l’Osservatorio sorge sul cucuzzolo del Colle Umberto, a 609 metri di quota.

Oggi la sede principale dell’Osservatorio Vesuviano è a Napoli. La palazzina ottocentesca (noto come “Osservatorio Storico”) ospita un museo dove si possono osservare lave, “bombe” vulcaniche e una collezione di sismografi del primo Novecento, alcuni dei quali ancora in uso.

Il Cratere del Vesuvio. Dal piazzale, mezz’ora di salita lungo un comodo viottolo porta ad affacciarsi sul cratere, che deve la sua conformazione attuale all’eruzione del 1944. Oggi il cratere del Vesuvio ha pianta lievemente ellittica, con un diametro di quasi 500 metri e una profondità di 230 metri dal punto più basso dell’orlo.

La Strada Matrone

Dall’estremità orientale del cratere, un viottolo permette di raggiungere il piazzale dove termina la strada costruita a proprie spese, all’inizio del Novecento, dai fratelli Matrone. Danneggiata dalle lave del 1944 e poi ricostruita, la strada è oggi chiusa alle auto e offre una delle più interessanti escursioni a piedi del Parco. Seguendola in discesa, si raggiunge in mezz’ora il margine della foresta di pini e lecci che riveste il versante meridionale del vulcano.

Boscotrecase. A pochi chilometri dagli scavi di Pompei, questo abitato sorge al margine della più estesa foresta vesuviana del Medievo (la Sylva Mala, poi diventata Nemus Regale).

Pur avendo risentito dell’espansione edilizia del dopoguerra, Boscotrecase conserva scorci suggestivi nel centro storico dove sorgono le chiese dell’Ave Gratia Plena e di Sant’Anna.

Il periplo del Vesuvio

Popolata oggi da circa 750 mila persone, la “città vesuviana” che si distende ai piedi del vulcano include zone di anonima edilizia moderna, ma conserva monumenti e scorci di notevole suggestione.

Per riscoprirli, nulla di meglio che compiere il periplo completo del vulcano toccando gran parte dei centri storici del Parco.

Un itinerario che si conclude con la visita degli scavi di Pompei, una delle mete archeologiche più emozionanti della Terra.

Torre del Greco. E’ il centro più popoloso del Parco, ed è anche il capoluogo più vicino al cratere del vulcano. Gravemente danneggiata da molte eruzioni, l’antica Turris Octavia ha come motto Post fata resurgo, ed è nota per l’industria del corallo.

Meritano una visita il Museo del Corallo, la Chiesa di Santa Croce, il Palazzo Vallelonga e la Villa del Cardinale.

San Sebastiano al Vesuvio. E’ il paese vesuviano più vicino alla periferia di Napoli. Come la vicina Massa di Somma, San Sebastiano è stata rasa al suolo dall’eruzione del 1944 ed ha quindi aspetto in gran parte moderno. Si è però salvata l’imponente chiesa settecentesca di San Sebastiano, riconoscibile grazie alla sua cupola bianca. Nel vecchio Municipio ha sede l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio.

Madonna dell’Arco. Lasciato San Sebastiano, si continua a saliscendi toccando Massa di Somma, Pollena e Troccchia. Una discesa porta alla statale 268 e al santuario della Madonna dell’Arco, uno dei più frequentati della Campania.

Somma Vesuviana. In paese meritano una visita il quartiere medievale del Casamale, i ruderi del castello e la chiesa di San Domenico. A valle dell’abitato è la chiesa quattrocentesca di Santa Maria del Pozzo, che conserva due cripte affrescate e alla quale si affianca il Museo della Vita Contadina, che raccoglie 3.200 oggetti di uso quotidiano provenienti da tutta la Campania.

Boscoreale. Centro agricolo noto per la sua frutta e i suoi vini, conserva nel centro storico la chiesa dell’Immacolata Concezione e il palazzo dei Baroni Zurlo.

A Boscoreale sorge il magnifico Antiquarium inaugurato nel 1991 accanto al quale si trova l’imponente Villa Regina, una residenza patrizia a poca distanza dalle mura di Pompei.

Terzigno. Si raggiunge seguendo la pedemontana che traversa i vigneti dove si produce il Lachryma Christi, il più noto vino della zona vesuviana.

Il paese deve il nome alla terza colata di lava (o terzo fuoco, Tertius Ignis in latino), che devastò nel 1631 le pendici del Vesuvio.

Nel centro è l’imponente Tempio dell’Immacolata, inaugurato nel 1758.

Pompei. E’ una delle mete archeologiche più visitate del mondo. Da vedere il Foro, i due Teatri, l’Anfiteatro, il Tempio di Iside, la Basilica e le Terme Stabiane e le case dei Vetti, degli Amorini Dorati, del Centenario, di Menandro, del Criptoportico e del Poeta Tragico e la Villa dei Misteri appena al di fuori delle mura.

Il Parco in Tasca

Come si si arriva: in auto: il Vesuvio si raggiunge in breve dalla A3 Napoli-Pompei-Salerno (caselli di San Giorgio a Cremano, Portici, Ercolano, Torre del Greco e Torre Annunziata), dalla A16 Napoli-Bari (casello di Pomigliano d’Arco) e dalla A30 Caserta-Salerno (casello di Sarno). La statale 18 costeggia il vulcano dalla parte del mare, la statale 268 raggiunge tutti i centri dell’interno.

In treno: è possibile utilizzare la linea FFSS Cancello-Torre Annunziata e i convogli della Ferrovia Circumvesuviana.

In bus: i mezzi delle società ATAN, Beneduce, CLP, CTP e Trasporti Vesuviani collegano i centri del Parco tra loro e con Napoli.

In aereo: lo scalo più vicino è quello di Napoli-Capodichino.

Le strutture del Parco

Non esistono ancora Centri Visitatori del Parco. Di grande interesse il vecchio Osservatorio Vesuviano, l’Antiquarium di Boscoreale, il Museo del Corallo di Torre del Greco e il Museo della Vita Contadina di Somma Vesuviana.

Le strutture ricettive

Alberghi e pensioni sono in funzione a Ercolano, Ottaviano, Somma Vesuviana, Torre del Greco, e Terzigno. I camping più vicino sono a Pompei. Sul Vesuvio non esistono rifugi.

Cosa fare nel Parco

Foto naturalistica. I paesaggi del vulcano (tra questi il cratere del Vesuvio, le lave del 1944, l’Atrio del Cavallo, la Valle dell’Inferno e i Cognòli di Ottaviano) offrono agli appassionati di fotografia numerosissimi spunti. La fauna e la vegetazione sono meno spettacolari. Davvero magnifiche, però, le fioriture primaverili delle ginestre.

Escursioni e trekking. Il massiccio Somma-Vesuvio offre numerosi percorsi a piedi di notevole interesse, alcuni dei quali segnalati a cura dell’Ente Parco. Per visitare la Riserva Naturale Tirone-Alto Vesuvio occorre richiedere l’autorizzazione del Corpo Forestale dello Stato.

Cicloturismo e mountain-bike. La strada che sale da Ercolano al cratere è una delle più faticose e interessanti della Campania per il cicloturista, ma non va affrontata nelle domeniche primaverili ed estive, quando il traffico crea un pericolo e un inquinamento eccessivi.

All’appassionato di mountain-bike suggerisco la sterrata della Foresta Demaniale e la ripida salita verso la Valle dell’Inferno dal versante di Ottaviano.

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 11

Le città morte del Vesuvio

Pompei ci tocca da vicino, ci commuove, ci affascina perché noi troviamo in essa le occupazioni, i sentimenti, i sogni o i fantasmi di uomini e donne, a noi molto vicini, molto vivi. E’ qui il miracolo di Pompei: resuscitare la vita al di là di una tragica morte, con le pene, le gioie, le preoccupazioni e le speranze di una piccola città entrata nella storia suo malgrado”.

 Così, nel suo Pompei, la città sepolta, l’archeologo francese Robert Etienne spiega lo straordinario fascino della città ai piedi del versante meridionale del Vesuvio, che fu tragicamente sepolta dall’eruzione del 79 d.C. Un fascino che attira ogni anno almeno due milioni di visitatori provenienti da ogni parte del mondo, e che ne fa una delle mete archeologiche più affascinanti del pianeta.

 Più di qualunque altra città del passato, la cittadina rasa al suolo dal Vesuvio consente infatti di osservare la vita quotidiana degli antichi.

Più dei templi, delle strade lastricate e dei teatri, a Pompei, emozionano le case, le botteghe, le osterie che sono arrivate a noi quasi inalterate.

Il centro agricolo e commerciale di Pompei fu fondato dagli Osci, e fu conteso tra i secoli VI e V a.C. tra Greci, Etruschi e Sanniti. Nell’89 a.C. la città fu occupata da Silla e trasformata in colonia di Roma. Nel 62 d.C. Pompei, come tutti i centri vesuviani, fu danneggiata da un violento terremoto. Diciassette anni più tardi, l’eruzione che segnò il risveglio del Vesuvio la cancellò dalla faccia della Terra insieme ai centri dei dintorni. Ricoperta da uno strato di lapilli e scorie alto 6-7 metri, la città cadde nell’oblio e fu dimenticata per quasi diciassette secoli.

L’esplorazione archeologica iniziò nel 1748. Avventurosa all’inizio, questa divenne scientifica nel corso dell’Ottocento, e ha portato fino ad oggi al disseppellimento della quasi totalità della città antica, scoperte se ne continuano a fare tutt’ora. Oggi, tra i monumenti di rilievo di Pompei, vi sono il Foro, i due Teatri, l’Anfiteatro, il Tempio di Iside, le Terme Stabiane, la Villa dei Misteri e numerose residenze private. Gli affreschi più interessanti sono oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

La vicinanza alla città moderna, la densità dell’abitato antico e la presenza di vari edifici a due piani rendono la visita di Ercolano ancora più emozionante di Pompei. Nella parte dell’antica Herculaneum oggi visitabile spiccano le Terme, la Palestra, la Casa Sannitica e la Casa del Mosaico di Nettuno e Anfitrite, nonché la famosissima Villa dei Papiri.

Il porto, dove gli scavi sono ancora in corso, ha restituito i corpi carbonizzati di decine di cittadini uccisi dall’eruzione mentre cercavano di fuggire via mare. Nella parte di città antica ricoperta da quella moderna è il Teatro.

Natura, Arte e Storia intorno al Vulcano

Per chi vive a Napoli, il Vesuvio è soprattutto uno sfondo: un’immagine consueta alla quale si presta un’attenzione limitata. Lo stesso, anche se la distanza è minore, vale per chi vive nei comuni vesuviani, o per chi ammira la sagoma elegante del vulcano da una delle tre autostrade che ne costeggiano le pendici. Ma vale la pena di avvicinarsi al vulcano: e il Parco Nazionale del Vesuvio, nonostante la limitata estensione, offre ai viaggiatori itinerari di notevole interesse. Chi preferisce non staccarsi dall’auto può compiere il periplo del vulcano lungo la strada che tocca i centri costieri di Ercolano, Torre del Greco e Torre Annunziata e le antiche borgate agricole di Sant’Anastasia, Somma Vesuviana e Ottaviano ai piedi del versante interno del Vesuvio. Chi preferisce camminare può scegliere tra i sentieri che salgono verso lo spettacolare crinale del Monte Somma, inoltrarsi tra i pini e i lecci della Foresta Demaniale, percorrere la Valle del Gigante tra colate di ghiaia, speroni rocciosi e inconfondibili formazioni di lava “a corda”.

Il mondo dell’escursionismo e quello del turismo classico si incontrano nel breve ma spettacolare viottolo che sale dal posteggio dove devono fermarsi i veicoli fino all’orlo del cratere. La brevità del sentiero (un quarto d’ora di salita) lo rende accessibile a tutti.

Il panorama verso il cuore del Vesuvio è straordinario ed emozionante. Continua.

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 10

Visto da Charles Dickens

Protagonista tra il 1845 e il 1846 di un lungo e avventuroso viaggio in Italia, l’autore di David Copperfield è stato testimone dell’eruzione del 1846 del Vesuvio: un fenomeno considerato “minore” dai vulcanologi, ma che non ha mancato di impressionare chi, in quei momenti, si inerpicava a piedi sul vulcano.

Il racconto di viaggio di Charles Dickens è stato pubblicato in Gran Bretagna con il titolo di Pictures from Italy. I capitoli dedicati a Napoli e al vulcano sono stati pubblicati in italiano nel 1985 con il titolo Impressioni di Napoli.

“ Io e un altro non riusciamo a riposare per molto e ci avviamo carponi, scortati dal capoguida. Vogliamo giungere all’orlo del vasto pozzo fiammeggiante e cercare di spiarvi dentro un momento. Gli uomini intanto gridano tutti a una voce avvertendoci che si tratta di impresa arrischiata e invitandoci a desistere e a tornare sui nostri passi. In tal modo spaventano e sconvolgono gli altri. Un po’ per il loro chiasso e un po’ per le vibrazioni della sottile crosta che pare minacci di aprirsi sotto i piedi e farci cadere nel sottostante golfo rovente (il vero pericolo, se un pericolo c’è), un po’ per le esplosioni che ci avvampano il volto, pei lapilli incandescenti che ci piovono addosso, e un po’ per il fumo e i solforamenti che ci soffocano, abbiamo bene di che sentirci storditi, stralunati, ubriacati. Pure, riusciamo a salire fino all’estremo lembo e a gettare un rapido sguardo nell’inferno del fuoco bollente. Poi ci rotoliamo giù tutti e tre, anneriti, abbruciacchiati, ustionati, accaldati.

Ciascuno ha i vestiti che bruciano in cinque o sei parti.

I monumenti da non perdere

Gli scavi di Ercolano

La città gemella di Pompei è, per molti visitatori, ancora più emozionante della sua più famosa vicina. Nella parte dell’antica Herculaneum riportata alla luce del sole sono le Terme, la Palestra e varie case affrescate.

La Villa Campolieto

Costruita nel Settecento su progetto di Luigi Vanvitelli, tra Torre del Greco ed Ercolano, è stata restaurata negli anni Ottanta ed è oggi la più bella tra le 121 ville storiche vesuviane.

Il convento dei Camaldoli della Torre

Ben visibile a chi percorre l’autostrada Napoli-Salerno, questo bianco edificio dei Redentoristi sorge su un conetto vulcanico avventizio e offre uno dei più rinomati panorami sul Vesuvio e la costa.

L’Antiquarium di Boscoreale

Inaugurato nel 1991 a poca distanza dalla Villa dei Misteri e dagli scavi di Pompei, consente di conoscere gli ambienti naturali del vulcano e la vita quotidiana degli abitanti della zona alla vigilia dell’eruzione che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia.

Il Santuario della Madonna dell’Arco

Tra i più frequentati della Campania, è ben riconoscibile da lontano a causa della imponente cupola neoclassica. Iniziato nel 1593 e terminato nel 1606, ha uno sfarzoso interno con affreschi, tele e intarsi.

Il Castello di Ottaviano

Il fortilizio più noto del Vesuvio ha ospitato nel 1086 papa Gregorio VII, è stato distrutto nel 1304 da Carlo d’Angiò ed è stato ricostruito a partire dal 1567da Bernadetto de’ Medici. Il complesso è destinato a ospitare gli uffici e un centro visitatori del Parco.

L’artigianato della lava

Nel corso del dopoguerra, l’economia dei paesi vesuviani si è profondamente trasformata.

Anche se la maggioranza della popolazione lavora ormai nei servizi e nell’industria, l’artigianato dei prodotti locali, che ha reso famoso il comprensorio, è ancora molto attivo.

A Sant’Anastasia è tradizionale la lavorazione del rame, a Torre del Greco si lavora da secoli il corallo. A Boscoreale e a Boscotrecase conserva una notevole importanza la lavorazione della pietra lavica, una materia in apparenza troppo grezza per essere lavorata, ma da cui gli artigiani locali producono tra l’altro cammei, quadri e tavoli da terrazzo e da giardino.

Accanto a imprese che conservano una dimensione artigianale, altre ditte sono riuscite a coniugare la tradizione con l’iinovazione tecnologica, e producono decorazioni e mobili per la casa e per il giardino che vengono esportati in tutto il mondo. Continua – 10

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 9

Come le altre nuove aree protette italiane, il Parco Nazionale del Vesuvio viene previsto dalla legge quadro sulle aree protette (la numero 394 del 6 dicembre 1991), ma diventa realtà solo tre anni e mezzo più tardi, con un Decreto del Presidente della Repubblica del 5 giugno 1995.

Più piccolo tra i nuovi parchi italiani, il Vesuvio è subito uno dei più attivi. Si iniziano a sistemare i sentieri, viene quasi eliminato il bracconaggio, tonnellate di rifiuti vengono tolti dai luoghi più pittoreschi del vulcano.

Nel giugno del 1997, il Parco viene inserito nella rete delle Riserve della Biosfera messa a punto dall’Unesco nell’ambito del progetto MAB.

Nel Parco del Vesuvio, però, i problemi del territorio sono più difficili che altrove. Nel battersi contro le discariche illegali e l’abusivismo edilizio (117 casi vengono identificati nel primo anno di vita dell’area protetta), l’Ente Parco si trova ad affrontare la malavita organizzata che resta forte sull’intero territorio.

Oltre che del sostegno morale di ambientalisti e cittadini, il Parco del Vesuvio ha bisogno della collaborazione della Magistratura e delle forze dell’ordine. Grazie a questa, nei primi anni di vita dell’area protetta viene affrontato con buoni risultati il problema dell’abusivismo edilizio.

I boschi del Parco stanno riacquistando gradualmente la loro naturalezza. Tra i castagni si crea un habitat favorevole a molte specie di uccelli come colombacci, succiacapre e tortore.

Specie diffuse e rarità del Parco Nazionale del Vesuvio

La fauna

Beccaccia (Scolopax rusticola)

Uno degli uccelli più mimetici della fauna italiana, la beccaccia frequenta i boschi umidi, dove sonda il terreno in cerca di lombrichi e altre prede con il suo sensibilissimo becco. In Italia è migratrice.

Cardellino (Carduelis carduelis)

Colorato e vivace, il cardellino vola in folti gruppi alla ricerca dei semi di cardi e altre erbe di cui si nutre. Si distingue da tutti gli altri uccelli europei per il brillante rosso intorno al becco.

Quercino (Eliomys quercinus)

Piccolo roditore dalla mascherina nera e dalla lunga coda. Parente del ghiro e del moscardino, vive nei boschi dove si nutre di nocciole, bacche e altri semi, ma non disdegna piccoli uccelli, insetti e uova.

Il topo quercino è uno dei più piccoli mammiferi del Parco. Poco più grande di un ghiro, possiede una coda lunga e sottile e ha una maschera nera sul muso. E’ notturno e di giorno rimane nascosto in qualche cavità.

Volpe (Vulpes vulpes)

E’ il più diffuso predatore italiano. Sfuggente ed elusivo, è anche estremamente adattabile. Riesce a vivere anche relativamente vicino alle strutture umane, e ne approfitta per catturare topi e altri piccoli mammiferi.

Corvo imperiale (Corvus corax)

Grande corvo completamente nero. Volatore ed acrobata eccezionale, vive dovunque, dalla cima delle montagne al mare. Grande opportunista, si nutre di qualsiasi cibo riesca a trovare.

Sono le imponenti dimensioni a rendere inconfondibile il più grande uccello del Parco Nazionale del Vesuvio. Capace di raggiungere un’apertura alare di 135 centimetri e un peso di 1400 grammi, il corvo imperiale frequenta soprattutto gli ambienti rupicoli dell’area protetta. Grande opportunista dell’alimentazione, questo corvide è capace di cibarsi di insetti, uova, nidiacei, molluschi, rettili, anfibi e carogne. Presente in buona parte del bacino del Mediterraneo, costruisce di preferenza i suoi nidi sulle pareti rocciose, e non teme di attaccare i rapaci (inclusa l’aquila reale) che gli si avvicinano troppo. Di grande interesse per gli ornitologi sono le sue elegantissime parate nuziali, che si svolgono tra febbraio e marzo e nelle quali il maschio effettua una lunga e complessa danza intorno alla femmina.

Congilo (Chalcides ocellatus)

Piccolo rettile simile a una lucertola, ma parente degli scinchi del Sud del mondo, abita le zone aride e quelle umide. Lungo fino a una trentina di centimetri, di cui la metà spetta alla coda. Molto veloce e agile, si nasconde appena viene avvicinato.

Coniglio selvatico (Oryctolagus cuniculus)

Il più piccolo lagomorfo italiano scava lunghe e complesse tane dotate di più uscite. E’ stato diffuso in gran parte dell’Italia per ragioni venatorie, ma spesso la caccia accanita lo ha distrutto.

Gheppio (Falco tinnunculus)

Il più diffuso dei piccoli falchi è un ottimo cacciatore. Rimane sollevato in aria controvento per avvistare le prede, lucertole, rettili e piccoli mammiferi, nella posizione dello “spirito santo”. Nidifica al riparo delle pareti di roccia.

Cervone (Elaphe quatuorlineata)

Uno dei più lunghi serpenti italiani, che può raggiungere i due metri. E’ molto agile, si arrampica e nuota bene, ma non è un buon corridore. Si nutre di piccoli uccelli, uova e lucertole, topi e altri piccoli mammiferi.

Polana (Buteo buteo)

Un rapace bruno ma dal piumaggio molto variabile diffuso in Italia e in Europa. Grande veleggiatore, si nutre di piccoli mammiferi e rettili. Nidifica ovunque riesca a trovare un luogo riparato.

Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major)

Il contrastante piumaggio bianco, nero e rosso lo fanno identificare facilmente. Tamburella frequentemente sugli alberi per cercare le prede (bruchi di farfalle, coleotteri e altri insetti) e per segnalare la sua presenza nel territorio.

La flora

Castagno (Castanea sativa)

Questa fagacea si presenta come un albero alto sino a 25 metri, con chioma rotondeggiante e tronco massiccio che, negli esemplari più vecchi, può raggiungere anche i 10 metri di circonferenza.

Biancospino Crataeugus monoogyna)

Arbusto o alberello non più alto di 3-4 metri, con foglie incise e lobate e rossi frutticini insipidi e farinosi, appetiti dagli uccelli.

Leccio (ilex aquifolium)

Specie termofila tipica della macchia mediterranea, si trova di solito sui suoli poveri e non troppo ricchi di argilla. Esemplari secolari sono presenti nel parco della Villa reale di Portici.

Ginestra dell’Etna (Genista aetnensis)

E’ un elegante alberello alto 5-6 metri, con rami verdi giunchiformi. Negli anni Cinquanta si tentò, con scarso successo, di introdurlo a scopo forestale sulle pendici del Vesuvio.

Pteris vittata

Questa felce, tipica dell’Italia meridionale viva bene nel microclima umido e caldo. Le sue fronde sono generalmente pennate e munite di peli.

Pino domestico (Pinus pinea)

Impiantato a partire dal 1912 sulle lave del versante meridionale del vulcano caratterizza il paesaggio vesuviano, tra i 300 e i 900 metri di quota.

Elicriso (Helicrysum rupestre)

Chiamato anche perpetuino, questo elicriso ha portamento lussureggiante e capolini sottili privi di profumo.

Robinia (Robinia pseudoacacia)

Introdotta nei rimboschimenti del primo Novecento, questa fabacea forma in alcune zone una fittissima boscaglia.

Roverella (Quercus pubescens)

E’ una quercia decidua tipica della fascia submediterranea: indifferente al tipo di substrato, cresce di preferenza in posizioni bene esposte.

Stereocaulon vesuvianum

Questo lichene si osserva sulle lave del 1944, traversate dalla strada che sale da Ercolano alla base del cratere.

Valeriana rossa (Quercus pubescens)

Cresce sui muri, nelle crepe e nei detriti rocciosi questa valerianacea dalle foglie e dal fusto verdi-azzurri che produce fiori rosa-rossi riuniti in corimbi.

Betulla (Betula pendula)

Questa specie pioniera e consolidatrice del terreno, si può osservare nell’Atrio del Cavallo, nella Valle del Gigante e sui Cognoli di Sant’Anastasia sulla cresta sommitale del Monte Somma. Continua – 9.

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 8

Sul Vesuvio, però, non salgono solamente i curiosi di un giorno. Allarmato dal continuo succedersi di eruzioni, Ferdinando II di Borbone fa erigere nel 1841, ai piedi del cono del Vesuvio, il primo Osservatorio vulcanico del mondo. Diretto da Macedonio Melloni e poi da Luigi Palmieri, Eugenio Semmola, Raffaele Matteucci e Giuseppe Mercalli (cui si deve la scala dell’intensità dei terremoti), l’Osservatorio dà un contributo importante alle nascenti scienze della Terra.

Se si considera che tra il Settecento e l’Ottocento, negli scavi di Ercolano e Pompei, si forma un’archeologia via via più scientifica, non è esagerato sostenere che il Vesuvio vede nascere due importanti discipline come l’archeologia e la vulcanologia. Tra i direttori degli scavi di Pompei meritano una citazione lo spagnolo Francisco La Vega, il còrso Cristoforo Saliceti, poi gli italiani Giuseppe Fiorelli, Michele Ruggiero, Giulio de Petra, Vittorio Spinazzola e Amedeo Maiuri.

Alla fine dell’Ottocento, i pochi e ricchi protagonisti del Grand Tour sono ormai stati sostituiti da una folla di migliaia di viaggiatori che prendono d’assalto Pompei e la montagna. Per loro, il 1880, il Vesuvio viene reso facilmente accessibile grazie a una ferrovia a cremagliera che sale da Pugliano alla base del “Gran Cono”, e da una funicolare che affronta gli ultimi 400 metri di dislivello.

Funiculì funiculà, una delle canzoni napoletane più note, celebra questa effimera vittoria della tecnologia sul Vesuvio.

Sopravvissute alle violente eruzioni del 1906 (che rade al suolo Boscotrecase) e del 1929 (che sfiora Terzigno), cremagliera e funicolare vengono spazzate via dall’eruzione del marzo 1944, che offre un ultimo drammatico spettacolo a una Napoli messa in ginocchio dalla guerra. Verso ovest, le lave distruggono San Sebastiano al Vesuvio e Massa di Somma. A sud est, fa le spese dell’eruzione un aeroporto militare alleato.

Poi il Vesuvio si placa, la pace torna su Napoli e sul suo Golfo, e l’eterna battaglia tra l’uomo e il vulcano sembra prendere una piega inedita. Invece della lava e dei lapilli, è ora l’uomo ad agire sul vulcano e a modificare rapidamente il paesaggio. In mezzo secolo, dalla fine del conflitto, l’armonioso paesaggio delle campagne vesuviane si trasforma in una informe successione di strade, palazzoni e brutture edilizie assortite. Da poco più di centomila persone, la popolazione dei 19 Comuni vesuviani raggiunge le 750 mila unità.

Tragico per il paesaggio, l’accumularsi di gente e case ai piedi del Vesuvio rischia di essere catastrofica in caso di risveglio del vulcano, che oltre settant’anni di inattività non possono certo far considerare come spento. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso, le tematiche del Parco e della protezione civile trovano numerosi punti di contatto.

Negli anni Sessanta e Settanta, a Napoli e dintorni, la voce degli ambientalisti è ancora meno ascoltata di quella dei vulcanologi. I primi chiedevano la salvezza del più bel monumento naturale della Campania, i secondi che fossero lasciati liberi da edifici almeno i valloni laterali del Vesuvio, dove è prevedibile si incanaleranno le lave della prossima eruzione.

La prima vittoria di chi vuole un Vesuvio diverso è del 1972, quando 1005 ettari del vulcano (inclusi i tre quarti del cratere) entrano a far parte della Riserva Naturale Tirone-Alto Vesuvio, affidata al Corpo Forestale dello Stato. Nel 1979 il Comitato Ecologico Pro Vesuvio richiede l’istituzione del Parco. Continua – 8

Il Parco Nazionale del Vesuvio

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 7

Dopo ogni catastrofe naturale la vita riprende, e la fertile campagna vesuviana non fa certo eccezione. Tra l’Antichità e il Medioevo, nuove comunità di agricoltori si insediano sulle lave e sulle ceneri ai piedi del vulcano. Nuove catastrofiche eruzioni (le più note sono quelle del 203, del 472, del 512, del 685, e del 787) apportano nuovamente lutti e distruzioni alle campagne e ai nuovi centri sorti alle falde del Vesuvio.

Dal punto di vista politico, dall’Impero romano ai nostri giorni, l’agro vesuviano segue le vicende della vicina Napoli che vede succedersi al potere Goti, Greci di Bisanzio e Longobardi. Per tre secoli, dal 763 al 1139, la città è capitale di un ducato autonomo.

Seguono i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, l’Impero di Spagna e quello d’Austria, infine i Borboni che restano al potere dal 1734 al 1860.

Dopo l’eruzione del 1139, il Vesuvio concede un periodo di tranquillità che dura cinque secoli, ed è interrotto soltanto da qualche modesto fenomeno. A rompere la tregua è la rovinosa eruzione del 1631. Le colate di lava radono al suolo Ercolano, Pompei e parte di Torre del Greco, Boscotrecase e Torre Annunziata e arrivano fino al mare, le ceneri coprono Napoli con uno strato di 30 centimetri e raggiungono la Puglia.

Nei tre secoli che seguono il vulcano resta sempre attivo, e regala nel 1794, nel 1861, nel 1872 e nel 1906 altre rovinose eruzioni alle comunità insediate ai suoi piedi.

Per i napoletani, il pennacchio di fumo che corona il Vesuvio diventa un’immagine consueta. Per ammirare il vulcano, dalla metà del Settecento, affluiscono verso il Golfo centinaia e poi migliaia di viaggiatori provenienti da ogni parte d’Europa. Molti di costoro dedicano al Vesuvio pagine di appassionate descrizioni. Negli stessi anni, la riscoperta delle antiche città cancellate da ceneri e lave aggiunge una nuova suggestione alla zona.

Nel 1738 il re di Napoli, Carlo III di Borbone, decide di trascorrere parte del suo tempo alle falde del vulcano, e si fa costruire da alcuni dei migliori architetti del tempo (Giovanni Medrano, Antonio Canevari, Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga) l’elegante Palazzo Reale di Portici. Interrogato sul pericolo legato al vulcano, il sovrano risponde con una frase celebre: “Ci penseranno Iddio, Maria Immacolata e San Gennaro”.

Al seguito del sovrano, anche la nobiltà napoletana si insedia ai piedi del Vesuvio, erigendo decine di splendide ville lungo la strada delle Calabrie che attraversa Barra, Portici, San Giorgio a Cremano e Torre del Greco. Il primo tratto della strada, spesso percorso dalle carrozze dei nobili, diventa per antonomasia il “Miglio d’Oro”.

Mentre il “Secolo dei Lumi” lascia il posto all’Ottocento, l’elenco dei visitatori illustri del Vesuvio si allunga. Tra loro, meritano una citazione Goethe (1787), de Chateaubriand (1804), Shelley (1818), Stendhal (1832), Gogol’ e Andersen (entrambi nel 1834), Dumas padre (1835), Ruskin (1841), Dickens (1845) e Melville (1856).

Solo più tardi tocca agli scrittori italiani come Renato Fucini (1877) e Matilde Serao (1906), mentre in epoche più vicine a noi compiranno il pellegrinaggio sulle lave anche Sigmund Freud e Pablo Neruda. Continua