Tag: Parchi Nazionali

Parco Nazionale del Vesuvio

Il Parco Nazionale del Vesuvio – un po’ di storia –

Plinio il Vecchio nel libro terzo della sua “Storia Naturale” iniziava a descrivere quasi duemila anni fa la straordinaria ricchezza delle terre dominate dal Vesuvio “Questa regione è così felice, così deliziosa, così fortunata che vi si riconosce evidente l’opera prediletta della natura”. Un patrimonio che nascondeva una minaccia terribile, come avrebbe dimostrato da lì a poco la tragica fine dello stesso Plinio sul litorale di Pompei devastato dall’eruzione del 79 d.C.

Densamente popolato fin dall’Antichità, le fertili campagne ai piedi dell’inquieto vulcano vedono, ai primordi della storia, aspri scontri tra i coloni greci di Cuma e Palèpolis (poi diventata Neàpolis) e le tribù italiche degli Osci, a lungo padrone dell’odierno territorio napoletano. Nel V secolo sono gli Etruschi, che hanno allargato i loro territori verso sud fino a controllare buona parte della Campania interna, ad affacciarsi ai piedi del Vesuvio e a controllare i centri più importanti della zona.

Nel 474 a.C., in seguito alla vittoria nella battaglia navale di Cuma, i Greci tornano per quasi un secolo padroni del territorio vesuviano. Più tardi sono invece i Sanniti, bellicosi montanari scesi dall’Irpinia e dal Sannio verso la fertile pianura della Campania, a impadronirsi delle campagne e dei centri abitati ai piedi del Vesuvio.

Con i Sanniti Roma si scontra per la prima volta nel 343 a.C., e continuerà per due secoli e mezzo. Alle Forche Caudine, nel 321, le legioni dell’urbe subiscono una dura sconfitta. Nel 295 Sanniti e Galli vengono vinti a Sentino. Nonostante la sconfitta, i montanari del Sannio si ribellano nuovamente nel 280 all’arrivo di Pirro, e nel 218 quando Annibale sembra sul punto di  dare una lezione a Roma.

L’ultima rivolta arriva nel 90 a.C., quando molti popoli italici affrontano uniti le legioni dell’Urbe. Stretta a Corfinio, l’alleanza utilizza per la prima volta la parola Italia. Ma i rapporti di forza sono cambiati. Marsi, Picenti, Lucani, Irpini e Sanniti vengono via via sottomessi. Nell’89, le truppe di Silla si impadroniscono di Pompei e di Ercolano. Napoli, città di armatori e mercanti, si era già  schierata da tempo dalla parte dell’Urbe.

Nel fertile agro vesuviano, la Pax romana segna un periodo di prosperità e di sviluppo. Vino, carni e grano vengono esportati a Roma e nel resto dell’Impero, i proprietari delle ville agricole ai piedi della montagna accumulano ricchezze inaudite. Nel 59, però, le campagne di Pompei sono insanguinate da una rivolta di gladiatori e cittadini. Nel 63, un fortissimo terremoto, descritto nei dettagli da Seneca, danneggia Ercolano, Nocera e Napoli e preannuncia la violentissima eruzione del Vesuvio.

Il 24 agosto del 79, una delle più spaventose tragedie del mondo antico colpisce città e campagne ai piedi del Vesuvio. L’eruzione inizia con un’impressionante esplosione, che lancia a un’altezza compresa tra i 15 e i 17 chilometri una colonna (un fenomeno oggi definito “colonna pliniana”) di gas, ceneri, pomici e scorie, i cui materiali ricadono su Pompei, Ercolano e i centri vicini, che vengono quasi completamente sepolti.

Dopo qualche ora, a causa dello svuotamento della camera magmatica, il fenomeno perde d’intensità e sembra volersi esaurire. Alcuni abitanti tornano nelle città semisepolte, a loro si affiancano probabilmente numerosi sciacalli. Ma il loro è un tragico errore.

Ventiquattr’ore dopo la prima esplosione, un secondo parossismo del Vesuvio provoca l’emissione di nubi di gas incandescenti che scendono a velocità impressionante sui fianchi del vulcano, distruggendo ogni forma di vita lungo il percorso. I terremoti completano l’opera di distruzione. L’accumularsi dei materiali eruttivi seppellisce Ercolano, Oplonti e Pompei, e modifica nettamente l’andamento del litorale.

Plinio il Vecchio, diretto alla costa vesuviana con le sue navi, perde la vita nel tentativo di portare soccorso ai profughi. Plinio il Giovane, che osserva la tragedia dall’altra parte del golfo, scrive di “Una nube straordinaria per grandezza e aspetto” che si alza sopra alla montagna e che inghiotte progressivamente le campagne, la costa e le città. Continua.

Parchi Nazionali

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 5

Maffiferi, Rettili e Anfibi

Se paragonata a quella degli uccelli, la condizione delle circa 30 specie di mammiferi attualmente segnalate sul Vesuvio è decisamente più difficile. Per chi non può volare, infatti, la pianura che stacca il Vesuvio dai primi contrafforti dell’Appennino è davvero una barriera invalicabile.

Depauperata da secoli di caccia, seriamente danneggiata anche dalla moltiplicazione dei cani rinselvatichiti, la fauna del vulcano ha visto in tempi recenti la ricomparsa del piccolo ed elegante coniglio selvatico, comunque in passato sul Vesuvio, considerato estinto negli anni Settanta e oggi nuovamente segnalato con una popolazione di discreta importanza.

Facile da osservare nei boschi e tra le ginestre del Vesuvio è anche la lepre comune, che ha dimensioni quasi doppie – fino a 70 centimetri di lunghezza e a 5 chili di peso contro un massimo di 35 centimetri e 2,5 chili – di quelle del coniglio selvatico. Introdotta a scopo venatorio, questa specie si è perfettamente adattata all’ambiente del vulcano.

Tra i carnivori è molto diffusa sul Vesuvio la volpe, che compare con una certa frequenza alla vista dei visitatori del Parco nonostante le sue abitudini siano essenzialmente notturne.

L’elenco dei piccoli mammiferi del Parco prosegue con il topo quercino, il ghiro e il moscardino, che prediligono i freschi noccioleti del Monte Somma. Pure presenti, ma decisamente più rare, sono la faina e la donnola. Non è certa, invece, la presenza del tasso. Tra i rettili, i più vistosi sono senz’altro il cervone che vive nei freschi boschi del Monte Somma e può raggiungere i due metri di lunghezza, e il biacco che preferisce il clima più caldo e assolato del Vesuvio. Vivono nel Parco anche il colubro di Esculapio, il piccolissimo orbettino e la vipera comune, cui si aggiungono la tarantola muraiola, il greco verrucoso, il ramarro e la diffusissima lucertola campestre. Estinta allo stato selvatico, la testuggine comune è invece ampiamente presente nei giardini privati e negli orti.

Gli anfibi, tutt’altro che comuni in un ambiente arido come quello del vulcano, sono rappresentati dal rospo comune e dalla rana verde. Mancano segnalazioni recenti del gongilo, importato dai Borboni nel Parco della Reggia di Portici e riprodottosi a lungo anche al di fuori di questo.

Quando la lava fiorisce.

La dura lava viene lentamente disgregata fino a diventare un fertile suolo sul quale crescono erbe, fiori e piante come la gialla ginestra, diffusissima su tutto il Vesuvio.

Ambienti sempre più ricchi.

Le pendici del Vesuvio stanno progressivamente conquistando una vegetazione sempre più ricca e variata. Le caratteristiche del suolo lavico, le variazioni della quota (il Vesuvio raggiunge i 1281 metri di altezza) e la differente esposizione dei versanti sono fattori che agiscono congiuntamente sulla flora determinando, secondo principi ben noti agli ecologi, sia la specie sia le associazioni vegetali possibili.

Un habitat favorevole.

Le rocce e i cespugli del Vesuvio sono l’habitat ideale per molti rettili. Fra questi è diffuso il ramarro, una lucertola grande e particolarmente elegante, soprattutto nel caso dei maschi completamente verdi e con una macchia azzurra sulla gola.

Abili cacciatori di insetti.

Fra i molti uccelli che popolano il territorio del Vesuvio vi sono anche i gruccioni. Questi uccelli sono abilissimi nel catturare al volo con il lungo becco sottile le loro prede (api, vespe, libellule, coleotteri).

Una fauna nascosta.

Le piccole lucertole sono un incontro frequente sulle assolate pendici laviche del vulcano, un ambiente ideale per questi rettili la cui temperatura corporea dipende da quella dell’ambiente in cui vivono.

Al contrario delle lucertole, amanti del sole, i piccoli rapaci notturni si celano durante il giorno nei nidi spesso ricavati da cavità nei tronchi.

Il corvo imperiale

Sono le imponenti dimensioni a rendere inconfondibile il più grande uccello del Parco Nazionale del Vesuvio. Capace di raggiungere un’apertura alare di 135 centimetri e un peso di 1400 grammi, il corvo imperiale (corvus corax) frequenta soprattutto gli ambienti rupicoli dell’area protetta. Grande opportunista dell’alimentazione, questo corvide, è capace di cibarsi di insetti, uova, nidiacei, molluschi, rettili, anfibi e carogne. Presente in buona parte del bacino del Mediterraneo, costruisce di preferenza i suoi nidi sulle pareti rocciose, e non teme di attaccare i rapaci (inclusa l’aquila reale) che gli si avvicinano troppo. Di grande interesse per gli ornitologi sono le sue elegantissime parate nuziali, che si svolgono tra febbraio e marzo e nelle quali il maschio effettua una lunga e complessa danza intorno alla femmina.

Un simpatico mammifero.

Il topo quercino è uno dei più piccoli mammiferi del Parco. Poco più grande di un ghiro, possiede una coda lunga e sottile e ha una maschera nera sul muso. E’ notturno e di giorno rimane nascosto in qualche cavità. Continua.

Parchi Nazionali

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 4

Se paragonata alla flora, la fauna del Vesuvio è decisamente più povera. Nel lontano passato, quando la montagna era circondata da una ininterrotta successione di foreste e paludi, vivevano alle pendici del vulcano orsi, cervi e lupi. Nell’Antiquarium di Boscoreale, il museo in buona parte dedicato al paesaggio vesuviano alla vigilia dell’eruzione del 79 d.C., la presenza di ungulati, predatori e rapaci è ampiamente documentata. Poi le cose sono cambiate per intervento dell’uomo.

Diboscata e sistematicamente coltivata già nei secoli d’oro della Pax romana, la pianura che circonda la montagna ha rapidamente perso le sue caratteristiche naturali, trasformandosi in un habitat sempre meno adatto per la grande fauna. Anche le eruzioni, con le loro emissioni di gas, lave e lapilli, hanno reso le cose più difficili – oltre che per le piante – anche per mammiferi e uccelli.

L’isolamento del Vesuvio è diventato completo nel dopoguerra, quando la nascita della “Città Vesuviana” e delle altre conurbazioni della zona (Pomigliano d’Arco e Nola, Nocera e Pagani, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia) ha trasformato le campagne dominate dal vulcano in un autentico deserto quasi impossibile da attraversare da parte dei mammiferi.

Per gli uccelli, com’è ovvio, le difficoltà sono minori. I benefici dell’abolizione della caccia a seguito dell’istituzione del Parco, e della efficace repressione del bracconaggio all’interno della Riserva Naturale, sono già evidenti per numerose specie di volatili. Ma anche i più diffusi mammiferi, come il coniglio selvatico, la volpe e la lepre hanno oggi problemi notevolmente minori che in passato.

Non a caso, le specie rari presenti nel Parco Nazionale del Vesuvio sono quasi tutte di uccelli per i quali – rischio di schioppettate a parte – la pianura che circonda il vulcano non costituisce una barriera invalicabile. Alto e vicino alla costa, d’altronde il Vesuvio è da millenni un punto di sosta evidente quanto gradito per molte specie lungo le migrazioni attraverso il Mediterraneo.

Tra le circa 150 specie di uccelli (tra migratori e stanziali) regolarmente segnalate nel Parco le più rare appartengono tutte ai rapaci. Nidificano probabilmente nell’area protetta due coppie di poiana e tre o quattro di gheppio. La prima frequenta soprattutto i boschi del Somma, il secondo si lascia facilmente avvistare sulle pietraie e i campi di lava mentre va a caccia di lucertole e insetti. Tra i rapaci diurni, sono anche presenti il lodolaio, lo sparviero e qualche esemplare di falco pellegrino, il più veloce tra i rapaci nidificanti in Italia, che può raggiungere nelle sue picchiate verso la preda i 300 chilometri all’ora. Fra gli uccelli notturni, oltre al barbagianni, sono presenti sul vulcano il gufo comune, la civetta, l’allocco e l’assiolo, il più piccolo tra i predatori della notte che vivono nel nostro Paese.

E non ci sono solamente i rapaci. Tra il Vesuvio e il Somma è facile osservare le spettacolari evoluzioni aeree dell’imponente corvo imperiale, noto per la sua grande capacità di adattarsi a situazioni ecologiche diverse, che nidifica sulle rocce del più antico dei due vulcani. Nei boschi di pino, leccio e castagno vivono il picchio rosso maggiore, il torcicollo, l’upupa e il cuculo. Sui terreni scoperti si avvistano sempre più facilmente, anche grazie all’eliminazione della caccia, la beccaccia, il rondone, il colombaccio e la tortora. Comune è anche il cardellino, che frequenta i campi di lava perché ghiotto dei semi delle piante pioniere. Tra le specie solo recentemente scoperte sulla montagna spiccano la sterpazzola e il codirossone. Completano l’elenco degli uccelli del Parco Nazionale del Vesuvio il succiacapre, e il codirosso spazzacamino, la cinciarella, il rampichino, lo storno e l’elegante gruccione. Continua – 4

Parchi Nazionali – il Parco Nazionale del Vesuvio – 3

Definito scientificamente come uno stratovulcano a recinto, il complesso Somma-Vesuvio è collegato a grande profondità agli altri due apparati vulcanici dei dintorni di Napoli, e cioè ai Campi Flegrei e all’Epomeo di Ischia. Il massiccio poggia sull’ignimbrite campana, uno strato roccioso creato dalle antichissime eruzioni dei Campi Flegrei. I magmi depositati dalle eruzioni di epoca storica, ben riconoscibili nel territorio vesuviano, sono costituiti da lave basiche, ceneri, pomici e bombe.

Nel corso degli ultimi duemila anni, le lave del Vesuvio hanno nuovamente cambiato struttura, diventando via via più ricche di leuciti. Nella parte alta della caldera del Somma, sono di grande interesse i “dicchi” vulcanici e i filoni di lava infiltrati tra le pomici e le ceneri, e progressivamente messi a nudo dall’erosione.

A grande profondità, il condotto eruttivo del Somma-Vesuvio attraversa una formazione calcarea secondaria. Lo dimostrano i numerosi blocchi di calcare, alcuni dei quali fossiliferi, che sono stati eruttati durante i violenti parossismi del passato.

Completano il quadro delle rocce osservabili sulle pendici del Vesuvio i 230 minerali che hanno fornito per secoli ai visitatori del vulcano i più classici souvenir della visita alla montagna di fuoco, e che comprendono prodotti fumarolici, pneumatolitici e metamorfici. Gli appassionati di geologia possono ammirare i minerali del Vesuvio nelle collezioni dell’Osservatorio Vesuviano e del Museo Mineralogico di Napoli. Molti visitatori, invece, li osservano solo esposti accanto a cartoline e statuette, nelle bancarelle sul posteggio ai piedi del cratere.

Tra i 230 minerali vesuviani il più diffuso è l’augite, i cui cristalli si incontrano frequentemente sul Gran Cono. Facili da osservare sono anche i cristalli della cotunnite, della olivite, della halite, della leucite e del salgemma, le tavolette nere della tenorite e quelle rosse di eritrosiderite. Tradizionalmente oggetto di raccolta e commercio indiscriminati, i minerali del Vesuvio sono tutelati da una specifica legislazione a partire dal 5 giugno 1995, data dell’istituzione del Parco. Al quarto comma dell’articolo 3, la legge vieta infatti il prelievo di minerali di rilevante interesse geologico dai pendii del vulcano.

Il tetro paesaggio minerale è però ingentilito da una vegetazione rigogliosa. Come tutti i vulcani del mondo, infatti, il Vesuvio – lo Sterminator Vesevo di Giacomo Leopardi – ha un suolo straordinariamente fertile dove crescono ben 906 specie di piante.

Sui pendii vulcanici del Gran Cono del Vesuvio, la prima pianta a insediarsi sui suoli lavici raffreddati è lo Stereocaulon vesuvianum, un lichene grigio-argenteo che si può facilmente osservare sulle lave attraversate dalla strada che sale da Ercolano al cratere. Sul suolo roccioso, dopo qualche decennio cominciano a comparire piccole piante erbacee come il senecio glauco, la bambagia, la romice capo di bue o la lanutella comune. Accanto alle fumarole del cratere compare anche una rara felce, Pteris vittata, che predilige climi caldi e umidi. Più in basso del Gran Cono, invece, il paesaggio vegetale del Vesuvio è caratterizzato da specie impiantate dall’uomo. Solo all’inizio del Novecento, ad esempio, è stata introdotta sul vulcano la ginestra dell’Etna, un alberello più alto rispetto ai cespugli della ginestra dei carbonai e della ginestra odorosa che pure sono presenti sul Vesuvio. In alcune zone la ginestra dell’Etna forma delle boscaglie quasi impenetrabili. In associazione con le ginestre crescono l’elicriso e la valeriana rossa. Tra 800 e 1000 metri compaiono anche le piante d’alto fusto, tra le quali spicca la betulla, che cresce in stazioni isolate nell’Atrio del Cavallo, nella Valle del Gigante e sulla cresta sommitale del Monte Somma.

Sul versante settentrionale del Somma, che è l’ambiente più fresco del Parco, si distendono invece boschi di roverella, ontano napoletano, acero e carpino bianco, che si alternano al castagno e al nocciolo impiantati dall’uomo. Molto diffusa è anche la robinia, un essenza di origine nordamericana che ha formato in più zone una fittissima boscaglia.

Sul versante meridionale del Vesuvio, l’originale vegetazione mediterranea è stata in buona parte sostituita dal pino domestico, impiantato a partire dal 1912 sulle lave del 1822, del 1858 e del 1872, e poi anche su quelle del 1944 che hanno attraversato in più punti la giovane foresta. Proseguita fino ai primi anni novanta dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali, l’opera di impianto di pini sulle lave è cessata con l’istituzione del Parco.

Già da qualche anno, però era iniziato nei 600 ettari della Riserva Tirone-Alto Vesuvio lo sfoltimento della pineta per lasciare spazio alle essenze mediterranee e in particolare al leccio che continua a diffondersi all’interno dell’area protetta. A favorire la ripresa di questa specie, dotata di una capacità di rigenerazione notevole, sono stati anche gli incendi che hanno devastato la riserva negli anni Novanta e che purtroppo continuano tutt’ora.

Tra lecci e pini, il rigoglioso sottobosco della foresta vesuviana include il biancospino, la fusaggine e la salsapariglia. Nella vegetazione mediterranea del vulcano compaiono anche il lentisco, il mirto, l’alloro, la fillirea, l’origano e il rosmarino. Tra la primavera e l’estate, fioriscono moltissime orchidee selvatiche. Continua.

Parchi Nazionali – Parco Nazionale del Vesuvio – 2

Il crinale del Monte somma culmina via via nei 1086 metri dei Cognòli di Santa Anastasia, nei 1132 metri della Punta del Nasone e nei 1112 metri dei Cognòli di Ottaviano. Il Vesuvio, invece, raggiunge i 1281 metri di quota. La vetta si trova nel tratto nord-orientale della cinta craterica, in corrispondenza delle impressionanti pareti di lava che precipitano per quasi 400 metri fino al fondo del cratere. Dal lato più basso, quello affacciato verso Napoli e la costa, la quota dell’orlo del cratere è di circa 1150 metri, mentre il dislivello fra il fondo e l’orlo è di circa 230 metri.

Da questo lato, ai piedi delle ripide ghiaie del “Gran Cono”, di distendono tra i 600 e i 900 metri di quota i pendii – noti anche come Piano delle Ginestre – occupati dalla Foresta Demaniale del Vesuvio, impiantate sulla lava a partire dal 1912 e più volte traversata dalle colate di lava.

Sui fianchi del vulcano sono evidenti anche le colate di lava del 1631 (che raggiungono il litorale tra Torre del Greco ed Ercolano), del 1794 e del 1858.

Il Colle Umberto, l’altura che sovrasta il vecchio Osservatorio Vesuviano, è stato creato dalle eruzioni avvenute tra il 1895 e il 1899.

Le lave del 1906, che hanno causato gravi danni a Torre Annunziata, Boscotrecase, San Giuseppe Vesuviano, e Ottaviano, si riconoscono ancora facilmente sul versante sud-orientale e nella Valle dell’Inferno, dove spicca anche una cupola creata dall’eruzione del 1937.

Ultime ad essere state eruttate dal vulcano, le lave del 1944 si distinguono nell’Atrio del Cavallo, nella Foresta Demaniale e intorno al Colle Umberto, e sono spesso caratterizzate da belle formazioni “a corda”.

Conetti e crateri avventizi si possono osservare anche a quote molto basse sui versanti di Torre del Greco e Boscotrecase. Su uno dei conetti più alti (mt 458), nel seicento, è stato edificato il convento dei Camaldoli della Torre. Altri edifici vulcanici minori, come le bocche Fossamonaca e il Viulo, sono invece stati deturpati dallo sviluppo edilizio recente.

Negli ultimi duemila anni il Vesuvio è stato attivo dal 79 al 1139 e dal 1631 al 1944. In un arco di tre secoli, venti periodi eruttivi si sono alternati ad altrettante fasi di relativo riposo. Ognuno dei periodi eruttivi è iniziato con un intensa attività esplosiva nella bocca principale del vulcano, è proseguito con altre fasi esplosive e con l’emissione di colate di lava e si è concluso con un’altra fase di attività molto intensa. Nei settantacinque anni che separa il 9 aprile 1944 dai giorni nostri, l’attività vulcanica del Vesuvio si è limitata alle fumarole, ben visibili sulle pareti del cratere, e a dei terremoti di modesta intensità. Settantacinque anni però non sono nulla rispetto ai tempi della storia della Terra. Per i geologi il Vesuvio, è ancora un vulcano perfettamente attivo. Invece di chiedersi se le eruzioni riprenderanno, occorre semplicemente domandarsi quando ciò avverrà. Continua 2