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Un commento alle poesie del Pascoli postate questa settimana.

Spesso il Pascoli si rifugia nella memoria della fanciullezza e dell’infanzia, viste come uniche età felici. I momenti più autentici della poesia pascoliana sono quelli in cui il contrasto fra presente e passato, fra impressione diretta e simbolo, fra maturità e infanzia si presenta nel modo più consapevole e dà luogo ad un sentimento di turbamento e angoscia e questo si nota soprattutto nelle liriche in cui il poeta si annulla nella natura, in cui la sua coscienza è tutt’uno con i palpiti, i bisbigli, i moti impercettibili della natura.

Nascono da questa disposizione il paesaggio nebbioso con presentimento di morte, il campo mezzo bianco e mezzo nero in cui la malinconia del poeta si esprime attraverso l’accenno all’aratro abbandonato e si identifica nella triste cantilena delle lavandaie nella quale è anche accennato, in due parole, il dramma dell’emigrazione vista come strappo, come dissoluzione del nido e causa di solitudine per chi resta.

Solitudine che risveglia la tristezza dell’aratro abbandonato in un campo, che ci dà il senso di un profondo sgomento e di una sfumata tristezza.

Nasce sempre da questa disposizione ad identificarsi nella natura come fonte di serenità in confronto alla vita che dà paura, la descrizione della sensazione di pace che dà il crepuscolo sereno di un giorno che è stato sconvolto dalla burrasca.

In questa poesia, la sera tranquilla diviene la mia sera ed assurge a simbolo autobiografico, a simbolo della disposizione del poeta ad annullarsi in quella pace della natura che lo riporta prima indietro nel tempo e poi all’idea dell’indefinito, della morte.

Man mano che il paesaggio si rasserena, il Pascoli si allontana sempre più dall’immediatezza delle vicende quotidiane considerate tempestose e si abbandona ai sussurri, ai rumori degli uccelli e del fiume, al fascino rasserenante della natura che persuade alla pace: è una pace, la sua, che ha echi di morte, ma di una morte serena e a lungo vagheggiata come fine della tempesta e dello sgomento diurno.

Note alla poesia del giorno

tacite: dopo la tempesta del giorno il cielo si è rasserenato: l’aggettivo tacite serve appunto a distinguere e sottolineare il fragore del giorno e la pace della sera.

Le tremule foglie… leggiera: la leggera brezza della sera, passando attraverso le foglie (trascorre), le fa vibrare come di gioia.

Si devono aprire: le stelle, addirittura, sbocciano, si aprono come petali di fiori.

fulmini fragili: che son durati poco, fragili nel senso di passeggeri, non duraturi. Il senso della fragilità, cioè della labilità delle cose, è spesso presente nella poesia pascoliana.

cirri… d’oro: rimangono nuvolette sparse che prendono i colori del sole che tramonta  e sembrano rosse alcune, dorate altre.

o stanco dolore… sera: finora il confronto ha riguardato la natura, la tempesta del giorno e la pace della sera, ora la riflessione si trasferisce sul piano personale, autobiografico, ed il poeta, annullandosi in queste voci serene e consolatrici, dimentica il giorno sconvolto dalla tempesta (la vita con le sue delusioni e i suoi dolori) e si raccoglie tutto nelle suggestioni della natura che riesce a far dimenticare la nube del giorno.

La fame… cena: gli uccelli che a causa della tempesta non erano potuti uscire in cerca di cibo, ora finalmente possono cenare e la cena è più lunga e piena di gioia nell’aria rasserenata.

La parte, si piccola… sera: durante il giorno sconvolto dalla tempesta, le rondini (i nidi) hanno sofferto; anche il poeta ha tanto sofferto, la sua vita è stata sconvolta da ansie e dolori, ma ora, al declinare della vita, recupera, come gli uccelli, la sua serenità, la sua sera.

voci di tenebra azzurra: il suono delle campane si effonde nelle tenebre della sera, fino al cielo azzurro.

Mi sembrano… sera: i suoni delle campane, che sembrano invitarlo dolcemente al riposo, ad un lungo riposo, lo riportano al passato, alla sua infanzia ed alla presenza tenera della madre, ma subito la riflessione si smarrisce in una sensazione di infinito (poi nulla), di indeterminato, che è un presagio ed un desiderio di morte, di un porto di quiete, di una sera definitiva che metta per sempre fine alle tempeste.

L’angolo della Poesia

La mia sera

Il giorno fu pieno di lampi;

ma ora verranno le stelle,

le tacite stelle. Nei campi

c’è un breve gre gre di ranelle.

Le tremule foglie dei pioppi

trascorre una gioia leggiera.

Nel giorno, che lampi! che scoppi!

Che pace, la sera!                                                  

Si devono aprire le stelle

nel cielo sì tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle,

singhiozzo monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell’aspra bufera,

non resta che un dolce singulto

nell’umida sera.

E’ quella infinita tempesta,

finita in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano

cirri di porpora e d’oro…

O stanco dolore, riposa!

La nube nel giorno più nera

fu quella che vedo più rosa

nell’ultima sera.

Che voli di rondini intorno!

che gridi nell’aria serena!

La fame del povero giorno

prolunga la garrula cena.

La parte, sì piccola, i nidi

Nel giorno non l’ebbero intera.

Né io… e che voli, che gridi,

mia limpida sera!

Don… Don… E mi dicono “Dormi!”

mi cantano “Dormi”! sussurrano

“Dormi!” bisbigliano “Dormi!”

là, voci di tenebra azzurra…

Mi sembrano canti di culla,

che fanno ch’io torni com’era…

sentivo mia madre… poi nulla…

sul far della sera.

Giovanni Pascoli – da Canti di Castelvecchio

Note alle poesie

Note alla poesia Sera d’ottobre

ridere: risplendere.

al presepe: alla stalla.

tarde: che procedono lentamente.

foglie stridule: le foglie secche scricchiolano sotto il piede del povero.

Note alla poesia Sogno

Nulla era mutato: da quando il poeta vi era stato l’ultima volta.

Stanco… come da un viaggio: parole semplicissime per indicare anni di pena, di miseria, di umiliazioni, di disperazione, che il poeta dovette affrontare dopo la serie di lutti per cui risultò quasi completamente distrutta la sua già numerosa famiglia; e quello stanco ripetuto al principio del verso successivo rende con efficacia l’immagine di chi, in un attimo di quiete stupita e dolorosa, torna indietro con l’immaginazione e solo allora avverte la stanchezza che quasi non sentiva durante il faticoso cammino.

La gioia di tornare ai luoghi cari è velata dalla pena che dà il pensiero di non trovare più i propri cari.

La gioia è divenuta dolcezza, qualcosa, cioè, di più intimo, di più tenero, ed analogamente la gran pena si è mutata in angoscia muta: lo stato d’animo di chi corre verso i luoghi amati si è trasformato in quello di chi, arrivatovi, si sofferma a considerare fatti antichi e presenti, nella loro irrevocabile e, in questo caso, drammatica realtà.

L’angolo della Poesia

Sera d’ottobre

Lungo la strada vedi su la siepe

ridere a mazzi le vermiglie bacche;

nei campi arati tornano al presepe

tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

Passo tra foglie stridule trascina;

nei campi intuona una fanciulla al vento;

Fiore di spina!…

Giovanni Pascoli – da Myricae

Sogno

Per un attimo fui nel mio villaggio,

nella mia casa. Nulla era mutato.

Stanco tornavo, come da un viaggio;

stanco, al mio padre, ai morti, ero tornato.

Sentivo una gran gioia, una gran pena;

una dolcezza ed un’angoscia muta.

  • Mamma? – E’ là che ti scalda un po’ di cena.

Povera mamma! E lei, non l’ho veduta.

Giovanni Pascoli – da Myricae

Note alla poesia

Mirabile descrizione paesistica in cui l’aria tersa (gemmea) e il sole così chiaro inducono a ricercare con lo sguardo gli albicocchi in fiore, come se fosse primavera, mentre in cuore si sente l’odorino amaro del biancospino (prunalbo): quell’amaro che si avverte nel cuore è già presagio di tristezza funerea pur in mezzo ad uno spettacolo che dava un’illusione di serena bellezza.

Ecco il vero aspetto della natura: secche le piante e vuoto il cielo, privo, cioè, di quei colori che il sole sfolgorante in estate sa dargli, mentre il terreno, sotto il piede che lo batte, sembra cavo come una tomba.

Unico rumore in sì squallido spettacolo è il cader fragile delle foglie al soffiar del vento: ma anche questo rumore è triste, come di morte: siamo, appunto nell’estate, fredda, dei morti.

L’angolo della Poesia

Novembre

Gemmea l’aria, il sole così chiaro

che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,

e del prunalbo l’odorino amaro

senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante

di nere trame segnano il sereno,

e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante

sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,

odi lontano, da giardini ed orti,

di foglie un cader fragile. E’ l’estate,

fredda, dei morti.

Giovanni Pascoli – da Myricae