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Arte – Cultura – Personaggi

San Francesco d’Assisi

Il Cantico delle creature

San Francesco loda, con freschezza d’ispirazione e incomparabile candore, tutte le creature: il sole, nostro fratello perché creato dal Gran Padre dell’universo, le stelle chiare e preziose, il vento, l’acqua umile e casta, la terra produttrice dei frutti, dei fiori variopinti e dell’erba; le stagioni, tutte egualmente necessarie nel loro alternarsi ciclico.

Loda coloro che in nome di Dio sanno perdonare le offese ricevute, e coloro che, per suo amore, sopportano le infermità e i travagli della vita, nella speranza consolante del premio eterno.

Loda infine la morte che, per coloro i quali sono vissuti secondo i comandamenti del Signore, è solo passaggio alla vita eterna.

Il componimento riflette un’accettazione serena e gioiosa della vita, con tutte le sue vicissitudini, e un sentimento vivo di carità, cioè di amore fraterno per tutte le creature, in contrasto con la concezione cupa e angosciata di altri scrittori religiosi, più propensi invece a sottolineare il conflitto drammatico tra il bene e il male nel cuore dell’uomo, la nostra debolezza di fronte alle tentazioni, l’angoscia e il terrore del castigo che attende il peccatore dopo la morte.

Controversa appare, nel Cantico, l’interpretazione della preposizione per, così frequentemente ripetuta: secondo alcuni essa ha valore causale, e il Santo loderebbe Iddio per aver creato tanti esseri preziosi alla nostra vita; secondo altri ha valore di complemento d’agente, come il francese par, e, in questo caso, San Francesco inviterebbe tutte le creature dell’universo, animate e inanimate, a lodare Iddio (Laudato si, mi Signore, per sora luna e le stellle… per frate vento… ecc.= Sii lodato, Signore, da sorella luna e dalle stelle… dal fratello vento… ecc.).

Il Cantico, secondo la leggenda francescana, sarebbe stato composto dal Santo poco prima della morte, probabilmente nel 1225. Esso è in umbro illustre, in una prosa ritmica, con molti echi dei Salmi di David.

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Bertrand de Ventadorn

Figlio di un servo del castello di Ventadorn in Corrèze avrebbe appreso l’arte di “trobar” dal visconte suo signore della cui moglie si innamorò. Scacciato perciò dal visconte, riparò in Normandia presso Eleonora d’Aquitania che seguì in Inghilterra quando la donna andò sposa al re Enrico II. Trascorse gli ultimi anni della sua vita alla corte di Raimondo IV conte di Tolosa, alla morte del quale si ritirò nell’abbazia di Dalon.

E’ considerato il meno convenzionale, il più sincero e spontaneo dei trovatori. Questa “canzone di primavera”, mistica e voluttuosa nello stesso tempo, era conosciuta ed ammirata, oltre che in Provenza, in molti paesi europei, nei quali la lingua d’oc era compresa a stento.

La lirica provenzale

Accanto alla letteratura in lingua d’oil, fiorì in Provenza, espandendosi alla corte di Eleonora d’Aquitania, emigrando con lei a Parigi e conquistando successivamente tutta l’area “romanza” del Mediterraneo, una letteratura in lingua d’oc, a carattere lirico, trattante di preferenza l’amore, anche se non trascurava temi morali o politici. Gli autori di queste liriche furono detti e si dissero trovatori, dal provenzale trobar che significa comporre con consapevole intenzione artistica.

I trovatori elaborarono una dottrina dell’amore inteso più che come sentimento, come vassallaggio, servizio feudale, omaggio alla dama (da domina o signora) collocata in una sfera ideale altissima, fatta oggetto di un assorto vagheggiamento. Questo atteggiamento dei trovatori riflette gli ideali di vita delle corti signorili nel mezzogiorno della Francia in un’epoca in cui andava profondamente modificandosi il ruolo della castellana, costretta dalla partenza del marito per la crociata ad assumersi responsabilità di governo e di amministrazione all’interno del feudo. Il sentimento amoroso si integra alla vita feudale adottandone le regole e la terminologia.

La cosiddetta “crociata degli Albigesi” promossa da papa Innocenzo III (1209) per estirpare l’eresia dal feudo tolosano di Raimondo IV e dal Languedoc, con le devastazioni, gli incendi ed i massacri che l’accompagnarono, avviò a irrimediabile dissoluzione la società nella quale era fiorita la lirica cortese; i temi e gli schemi metrici di questa furono ripresi da un gruppo di poeti operanti nell’ambito di un’altra corte, quella siciliana degli Svevi.

Della lirica trobadorica colpiscono la straordinaria raffinatezza e la severa disciplina dell’elaborazione artistica, nella quale le immagini si dispongono in un tessuto stilistico estremamente sorvegliato.

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John Keats

Ode su un’urna greca

Ode composta nel 1819 e pubblicata nel 1820. L’urna greca che il poeta contempla, porta intorno un bassorilievo raffigurante due scene(una scena d’amore e una scena sacrificale) destinate a rimanere per sempre fissate nella loro incompiutezza: il musico non cesserà mai di suonare (ma la musica, in quanto non udita, è anch’essa in certo modo “incompiuta”, perché, come tutto ciò che è incompiuto, può essere colta solo attraverso il sogno, la fantasia); il giovane che si accinge a baciare l’innamorata non potrà mai raggiungerla; il sacrificio non sarà mai consumato. Tutto ciò immalinconisce ma anche esalta: nell’incompiutezza c’è la difesa dal tempo, dalla corruzione, dalla morte. Nella bellezza, che realizza la sospensione del contingente, del caduco, dell’effimero – che ferma ciò che altrimenti sarebbe destinato a consumarsi – c’è l’unico sapere degno di questo nome, perché in essa per un attimo si appaga l’ansia umana di conoscere il mistero del mondo; infatti nella Bellezza c’è quel tanto di verità che basta all’uomo; c’è la verità, il sapere necessario e sufficiente a contrastare la tragedia dello sfiorire di tutte le cose, e a saziare la nostra sete di eterno.

Nonostante questo elogio incondizionato, la Bellezza non è comunque, per Keats, un bene che valga per se stesso: è il valore supremo, ma non l’unico.

Coltivarla, amarla significa amare la vita intera, vivere integralmente, perché la Bellezza in tanto si manifesta al nostro sguardo, in tanto ci affascina, in quanto si nutre di tutti gli altri valori umani e, sostanziandosene, conferisce loro spessore e significato.

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John Keats

La vita

John Keats nacque a Londra nel 1795 da umile famiglia. Avviato agli studi di medicina, li abbandonò presto per la poesia, dando prova in questo campo di eccezionale precocità (la sua prima opera è il romanzo poetico Endimione, pubblicato nel 1818; tra il ’18 e il ’19 compose tutti i suoi capolavori, tra cui il poema incompiuto Iperione, e le odi A un usignolo. Su un’urna greca, Alla melanconia, All’autunno).

Provato da vari lutti (prima quello dei genitori, poi quello del fratello, che egli assisté con ammirevole abnegazione), deluso nell’amore per Fanny Brawne, fortemente avversato dalla critica e di salute cagionevole, ebbe vita tormentata e breve.

Dopo che si fu manifestata a chiari segni la malattia (etisia) che doveva condurlo alla tomba, si trasferì in Italia nella speranza di trovarvi giovamento ai propri mali.

La morte lo colse a Roma nel febbraio del 1821.

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Thomas Gray

Nacque a Londra nel 1716. Studiò a Eton e a Cambridge, e a Cambridge trascorse quasi tutta la sua raccolta e solitaria esistenza.

Conoscitore sicuro della letteratura classica latina e italiana, ma anche dell’antica poesia celtica e scandinava, la sua produzione letteraria assomma a pochi testi originali e a qualche traduzione.

Morì nel 1771.

Il Gray inizia il suo poemetto crepuscolare con una reminiscenza di alcuni dei più struggenti versi di Dante (“squilla…che paia il giorno pianger che si more”, e lo chiude citando la “paventosa speme” di quell’antenato dei romantici che è il Petrarca: a poeti medievali e cristiani, non più a poeti classici, si volge il Gray nella sua ricerca di anime sorelle.

L’Elegia del Gray ebbe un’immensa risonanza, ispirò al Foscolo i Sepolcri, creò cadenze che si ritrovano nelle Odi del Keats, e soprattutto per prima richiamò l’attenzione sul muto eroismo degli umili precorrendo e in parte ispirando la concezione democratica di Wordsworth, di Tolstoj, di George Eliot.

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Giuseppe Parini

La vita – 2

Dopo un periodo di disorientamento e di relativo disimpegno (all’indomani della morte di Maria Teresa – 1780 – e dell’ascesa al trono di Giuseppe II, riformatore troppo più ardito della defunta sovrana, e per questo non gradito alla maggioranza dei sudditi lombardi, Parini compreso), il poeta, sebbene malandato in salute, si sobbarca a nuovi incarichi: e i suoi impegni si moltiplicano dopo il 1796, allorché l’armata d’Italia di Napoleone occupa Milano: chiamato a far parte della Municipalità presta la sua opera nella commissione preposta alle finanze, agli archivi, alla pubblica istruzione, ai teatri, alla religione.

Ma i rapporti tra il poeta e i nuovi dominatori, e in generale il giudizio che Parini esprime sul nuovo corso politico, non sono positivi e si concluderanno con l’allontanamento del poeta dalla vita pubblica: illuminista moderato, ostile alla violenza e convinto sostenitore di una politica riformistica, Parini non si trova a proprio agio nel clima di faziosità e di demagogia della nuova Repubblica, peraltro chiaramente subordinata agli interessi francesi.

Il 28 aprile del 1799 l’esercito austro-russo sconfigge l’armata d’Italia e gli Austriaci rientrano in Milano. I passati meriti di collaboratore del governo asburgico evitano al poeta le persecuzioni dei nuovi dominatori, ma egli rifiuta ogni atto di sottomissione.

Si aggravano le sue condizioni di salute: poco prima di morire detta il sonetto Predaro i filistei l’arca di Dio, in cui tra l’altro ammonisce il governo restaurato a far splendere “la giustizia e il retto esempio”. Muore a Brera il 15 agosto 1799. Continua

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Giuseppe Parini

La vita

Nato a Bosisio, in Brianza, nel 1729, da un modesto mercante di seta, Giuseppe Parini è condotto novenne a Milano presso una prozia, che morendo lascia erede il padre di parte delle sue sostanze, affinché tra l’altro il piccolo Giuseppe possa proseguire “gli studi all’effetto di promuoversi al sacerdozio”. E’ così che il giovane poeta, desideroso oltretutto di assicurarsi una condizione civile che gli consenta di coltivare gli studi, abbraccia gli ordini religiosi, anche se privo di vera vocazione (1754). Nel 1752 aveva pubblicato una prima raccolta di poesie (con lo pseudonimo di Ripano Eupilino); e nel 1753 era entrato a far parte dell’Accademia dei Trasformati, stabilendo in tal modo rapporti personali e fecondi con il meglio della contemporanea intellettualità milanese. Dal 1754 svolgeva frattanto funzione di precettore in casa dei duchi Serbelloni, dove rimarrà otto anni. Il soggiorno nella casa patrizia milanese se non risolse i problemi economici del poeta, fu però l’occasione per un decisivo ampliarsi di orizzonti: qui conobbe personalità di grande prestigio culturale, qui entrò in contatto con la cultura illuministica francese, qui infine poté conoscere a fondo il mondo aristocratico, con le sue luci e soprattutto con le sue ombre: esperienza fondamentale, questa, per la composizione del Giorno, la cui prima parte esce l’anno successivo (1763) all’abbandono di casa Serbelloni con il titolo di Mattino (la seconda, il Mezzogiorno, vedrà la luce nel 1765; la Sera, promessa per il 1767, non fu compiuta, e anzi il Parini finì per sdoppiare questa terza parte nel Vespro e nella Notte, che saranno pubblicati, incompiuti, solo nel 1801, dopo la morte del poeta, il quale peraltro – alla luce dei mutamenti ideologici e di gusto intervenuti dopo la pubblicazione delle prime due parti, e che giustificano largamente la stentata prosecuzione del lavoro – aveva apportato nel frattempo sostanziose modifiche anche al Mattino e al Mezzogiorno). Nel 1769 il poeta diviene redattore della “Gazzetta di Milano”, chiamato a tale incarico dal governatore austriaco della Lombardia, conte Von Firmian, e dalle pagine di questo giornale si fa promotore di iniziative riformatrici di notevole importanza (inoculazione del vaiolo, nuovi metodi per garantire l’igiene pubblica ecc.); sempre dal 1769, inoltre, è nominato professore di eloquenza nelle scuole palatine (poi trasformate nel Ginnasio di Brera), mentre si moltiplicano, a testimonianza della stima tributatagli, gli incarichi più diversi (commissioni letterarie, partecipazione alla vita di varie accademie, impegni nel campo scolastico-educativo e via dicendo.

Continua