Tag: poesia storica

L’angolo della poesia

La Russia sovietica

Che paese!

Nei versi fu follia

dirsi amico del popolo che è mio:

qui ormai non serve più la poesia

e forse più non servo nemmen io

Olà,

o mio paese, addio!

Son contento di quello che t’ho dato:

che nessuno mi canti, ma sol io

cantavo quando tu eri malato.

E tutto quanto

accetto sì com’è.

Andrò per un via non calpestata,

darò al maggio e all’ottobre tutto me,

ma non darò la mia lira adorata.

A nessun uomo non la voglio dare,

né alla madre o all’amico, né alla donna.

I suoi canti a me solo sapeva confidare,

a me solo cantava con voce di zampogna.

O giovani fiorite! Siate sempre più sani!

La vostra vita è un’altra, son altri i vostri canti.

Io solo me n’andrò su tramiti lontani

e il mio cuore ribelle non avrà più rimpianti.

Ma pure allora,

quando in tutta la terra

non ci sarà più guerra

e sparirà il dolore,

tutto questo mio cuore

canterà sempre sempre

il sesto continente

dal breve nome: Rus!

Sergej Esenin

(in Il fiore del verso russo)

L’angolo della Poesia

La Russia sovietica -2

Altri giovani cantano altri canti

e tu di già cominci a disfiorire.

I loro canti sono più sonanti

e l’universo intero sta a sentire.

O Russia mia, che mai son divenuto!

Sulle mie guance cave vola un rossore nero.

Il linguaggio dei miei m’è sconosciuto,

sono nel mio paese uno straniero.

Ecco io vedo:

è domenica e già tutta la gente,

come già in chiesa, al volost s’è riunita,

e con parole zoppe e macilente,

discuton sempre della loro vita.

E’ sera e di riverberi dorati

il tramonto ha spruzzato i campi rossi.

Come dei vitellini abbandonati

i pioppi si rifugiano nei fossi.

E un veterano rosso pien di sonno,

che corruga la fronte a ricordare,

racconta gravemente di Budionny

e come Perekop seppe espugnare.

“Già… fu in Crimea… che noi… a quel borghese…

fu così… dàgli addosso… qua e là…”

Gli alberi ascoltan con le orecchie tese,

piangono donne nell’oscurità.

Al suono delle armoniche solenni

giù discendono gli uomini dai monti.

L’eco di una canzon di Demian Biedny

fa dondolare nella valle i ponti.

Sergej Esenin

Continua

L’angolo della Poesia

La Russia sovietica

Son morti quasi tutti. L’uragano è passato.

Oh quanti non rispondono al richiamo!

Io torno al mio paese abbandonato:

ott’anni son stato lontano.

Chi debbo chiamare? Con quale fratello

potrò rallegrarmi che Dio ci ha scampati?

Perfino il mulino qui sembra un uccello

con l’ala spezzata, con gli occhi serrati.

Ad ognuno qui son sconosciuto,

e chi mi ricordava m’ha scordato.

L’abituro paterno è ormai diruto

e vi giace la polvere e il fango del selciato.

Ferve la vita.

Passa senza indugio

un viso vecchio o giovane, e scompare.

Non c’è uomo ch’io possa salutare,

negli occhi di nessun trovo rifugio.

Passa nella mia testa pensiero su pensiero:

cos’è la patria?

forse son sogni strani?

Io sono qui per tutti un pellegrino nero

che viene dai paesi più lontani.

Son proprio io,

in un villaggio nato

che d’ora in poi diventerà famoso

perché una donna qui ha generato

questo russo poeta scandaloso…

La voce del pensiero parla al cuore:

ritorna in te, ché offesa non c’è stata!

Arde sulle capanne lo splendore

d’una generazione rinnovata.

Sergej Esenin

Continua

L’angolo della Poesia

15 Maggio 1848

Fa juorno e per le strate

Portano le carrozze da fore a le remesse,

le banche d’acquaiuole, pe’ fa li barricate…

Le ccase so’ na mutria; li purtone so’ ‘nchiuse;

na Cumpgnia cumanna de Guardia Naziunale,

vicino a Santa Briggeta, don Michele Viscuse…

  • Ll’uommene in riga! All’arme! Vene lu generale

a spezziunà lu posto. – Vide nu curre curre;

ma so’ rummase sule

tre gatte e li tammurre,

e de la forza armata

li cchiù futtute ‘ncule

hanno pigliato l’uoseme, e se la so’ sfilata.

  • E chisti cca so ll’uommene? – dice lu generale.
  • Neh! Don Michele? – Ll’uommene

se ne so’ ghjute ‘e presse! –

risponne don Michele – chisti cca songo ‘e fesse!

(Marchese di Caccavone)

Un commento alla Poesia Il Cinque Maggio

La tragedia di Napoleone si svolge nella terra e si scioglie nell’eternità. Ma la catastrofe è presentata nel prologo già più che umano, e preparata dallo svolgimento che via via s’innalza. La storia c’è, fedele, incisa a tratti di fulmine, rispecchiata in una mente comprensiva ma è sollevata in un’altra regione: il significato della vita del Bonaparte, trasportata nel regno senza tempo, non è più quello d’un dominio vario, rapido e immenso: la storia dilegua; il significato di quella vita diventa quello dell’immutabile sorte d’ogni impero umano che, fondato sulla materia, scompare di fronte al regno indistruttibile dello spirito.

E la figura di Napoleone è tratteggiata con una così densa vigoria, che lascia poi l’anima immersa in lunghe riflessioni sulla storia rumorosa e abbagliante che affonda senza tregua nel mare dell’eternità. Ci passano dinanzi alla fantasia eccitata, Napoleone che si prepara il dominio, gli splendori della sua corte, il turbine delle battaglie, l’Europa sbigottita, insanguinata, corsa degli eserciti, le turbe osannanti e maledicenti, i poeti che lasciano il loro vituperio inutile e vile o il loro tumido inno, Napoleone che cade e risorge e soffre i giorni inerti nella solinga Sant’Elena, la terra percossa dalla notizia della sua morte: trent’anni della vita d’una gran parte del mondo, de’ suoi tempi più travagliosi, ed uno dei più forti padroni dei destini delle genti; ma intanto sentiamo che quella gran febbre è vana perché chi l’ha voluta la può troncare, e la vediamo spegnersi – più che per una forza materiale – per il destino che attende ogni cosa terrena. Poiché l’ultima sconfitta di Napoleone, che parrebbe così importante nella sua vita, è quasi sottintesa, non è accennata con nessun particolare concreto: gli uomini che lo vinsero, non sono nemmeno nominati. E sparve: nient’altro. l’Inghilterra vincitrice non entra in questo dramma: il poeta non l’ha pensata nemmeno per un istante. E’ venuto un momento che il dominio di Napoleone è caduto; ed egli l’ha desiderato ancora; ma poi ha sentito che esso era un nulla.

L’angolo della Poesia

Il Cinque Maggio

e l’avviò, pei floridi

sentier della speranza,

ai campi eterni, al premio

che i desidèri avanza,

dov’è silenzio e tenebre

la gloria che passò.

Bella Immortal! benefìca

fede ai trionfi avvezza!

scrivi ancor questo, allegrati;

ché più superba altezza

al disonor del Golgota

giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri

sperdi ogni ria parola;

il Dio che atterra e suscita

che affanna e che consola,

sulla deserta coltrice

accanto a lui posò.

Alessandro Manzoni

L’angolo della Poesia

Il Cinque Maggio – 3

Come sul capo al naufrago

l’onda s’avvolve e pesa,

l’onda cu cui del misero,

alta pur dianzi e tesa,

scorrea la vista a scernere

prode remote invan;

tal su quell’alma il cumulo

delle memorie scese!

ho quante volte ai posteri

narrar sé stesso imprese,

e sull’eterne pagine

cadde la stanca man!

oh quante volte, al tacito

morir d’un giorno inerte,

chinati i rai fulminei,

le braccia al sen conserte,

stette, e dei dì che furono

l’assalse il sovvenir!

e ripenso le mobili

tende, e i percossi valli,

e il lampo de’ manipoli,

e l’onda dei cavalli,

e il concitato imperio,

e il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio

cadde lo spirto anelo,

e disperò; ma valida

venne una man dal cielo,

e in più spirabil aere

pietosa il trasportò;

Alessandro Manzoni – continua