Tag: poesia storica

L’angolo della Poesia

Senza titolo

Tutti eravamo là

A porgere il sapone dicendo

  • Dovete solo pulirvi -.

Oh il lamento ferito dei bimbi

aggrappati alle carni materne

nell’osceno groviglio ululante

al primo getto di gas.

Tutti eravamo là

a prendere il sapone tremanti.

Pugni senza speranza

battevano ritmi neri

contro le porte studiate

can calcoli esatti.

Il canto dei salmi moriva

sui gemiti sempre più fiochi

Siamo ancora là,

sempre,

tutti.

Non sono tornati gli uccelli

scacciati dal fumo dei forni.

Reclinare il viso

sul tuo seno caldo

in cerca di luce

per l’animo spento.

Anonimo

Pochi versi senza titolo, senza autore. I campi di concentramento nazisti. I poveri prigionieri che vivono gli ultimi istanti della loro misera esistenza. I loro sentimenti. Le emozioni. E l’attesa, l’attesa di quel momento prossimo. Bambini, donne, uomini tutti accumunati da un unico tragico destino dettato dalla crudeltà umana.

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Arte – Cultura – Personaggi

Sandor Petofi

La vita

Il maggior poeta ungherese, figlio di un macellaio e di una lavandaia slovacchi, nacque a Kiscoros (provincia di Pest) nel 1823 e visse agiatamente durante l’adolescenza; poi, a causa dei rovesci economici del padre, visse in ristrettezze economiche.

Fu molto criticato per il suo realismo che scandalizzava i letterati del tempo; fu sempre animato da idee libertarie e nel 1948 partecipò ai moti rivoluzionari per i quali scrisse anche il Canto Nazionale.

Fu ucciso, sul campo di battaglia di Segesvar nel 1849 dalle truppe dello Zar ed il suo corpo non venne ritrovato.

Un commento alla poesia di oggi.

In questa poesia, scritta nel 1848, possiamo notare tanto l’elemento patriottico quanto quello romantico del linguaggio. Il patriottismo è una delle caratteristiche del periodo romantico che si afferma nel momento in cui, dopo il Congresso di Vienna, l’Europa è in fermento e dappertutto si respira aria di nazionalismo.

Il nazionalismo della prima metà del secolo è sinonimo di patriottismo e nasce dalla convinzione che tutte le nazioni abbiano diritto alla libertà, quindi ha un significato ben diverso da quello che assumerà, poi, alla fine del secolo.

Qui il poeta romantico non solo aspira ad una morte eroica da combattente per la libertà della patria, ma già spera di vedere le “rosse bandiere”, anticipa, cioè, temi rivoluzionari. Il linguaggio è immediato, dettato dall’impeto delle passioni ed animato da un forte sentire, da uno stato d’animo infiammato.

L’angolo della Poesia

Libertà nel mondo!

Un pensiero mi turba:

di morire nel letto, fra i cuscini;

lentamente appassire come il fiore

morso dal dente di un verme nascosto.

Consumarsi pian piano, come il lucignolo della candela

che resta abbandonata nella camera vuota.

Non dare, o Signore, simil morte,

non dare a me una simile morte!

Ch’io sia l’albero che il fulmine trapassa

o l’uragano sradica.

Ch’io sia la roccia che il tuono, scuotitor della terra,

fa rovinare dalla cima , fino giù nella valle.

Quando i popoli schiavi

stanchi del giogo scendano in campo,

con volto di porpora e rosse bandiere,

e sulle bandiere scritto questo sacro motto:

“Libertà nel mondo!”

e questo grido suonasse

rimbombando, da oriente ad occidente,

ad atterrar la tirannide;

là io cada

sul campo della mischia,

là scorra il giovin sangue dal mio cuore;

e se sul mio labbro risuonasse un ultimo grido di gioia

lasciate che lo soffochi il fragor dell’acciaio,

il suono della tromba, il rombo del cannone.

E sopra il mio cadavere

sbuffanti destrieri

galoppino, nella vittoria conquistata,

e là mi lascino, calpestato.

E si raccolgan le mie ossa sparse

quando giunga il giorno della gran sepoltura,

quando con solenne e lenta musica luttuosa

e con l’accompagnamento di velate bandiere,

sarà data una tomba comune agli eroi

che per te sono morti, o sacrà libertà!

Sandor Petofi – da Poemetti, in Poesie scelte.

L’angolo della Poesia

Un commento alla poesia del giorno

Friedrich Holderlin – un commento alla poesia

  1. vi disfiorano: vi sfiorano, vi carezzano.
  2. musiche dita: dita esperte nel saper trarre musicali accenti dall’arpa.
  3. L’anima degli dei somiglia a un boccio chiuso che contiene in sé senza bisogno di aprirsi, tutto lo splendore e il profumo del fiore.
  4. in una imperitura chiarità: nella eterna luce di lassù dove non c’è l’alternarsi di giorno e notte.
  5. com’acqua … in rupe: come una cascata d’acqua, che urta di roccia in roccia.

Holderlin ebbe sempre l’aspirazione ad un mondo ideale in cui fosse eliminata ogni distinzione tra poesia e vita: per questo sognò il risorgere di tutta la civiltà ellenica, nella quale si realizza la fusione perfetta dell’idea di popolo, di natura e divinità.

In questa lirica viene contrapposto il destino felice dei beati Numi a quello doloroso dei mortali, i quali non trovano mai, in nessun luogo, la pace e finiscono per precipitare verso l’Ignoto.

In sostanza il poeta esprime il suo anelito alla pace, che è qui simbolicamente e felicemente rappresentata dalla purezza di vita dei Numi.

L’angolo della Poesia

La sorte dei mortali

Circonfusi di luce,

per morbide plaghe,

voi vi aggirate lassù.

Numi beati!

E vi disfiorano (1)

le fulgide brezze celesti

lievi

come musiche dita (2)

le sacre corde dell’arpa.

Non oppressi dal Fato

respiran gli dèi

con dolce respiro

del tenero bimbo nel sonno.

In umile boccio raccolta,

immacolata,

eternamente fiorisce

l’anima loro: (3)

e gli occhi beati

guardano sereni

in una imperitura chiarità. (4)

Ma la sorte, ai mortali,

destina

non trovar pace

in verun luogo, mai.

Scompaiono

Cadendo ciechi

da un’ora nell’altra,

com’acqua montana scagliata

di rupe in rupe (5)

pel corso degli anni

verso l’Ignoto

laggiù.

Friedrich Holderlin – da la lirica di Holderlin

L’angolo della Poesia

Mignon

Conosci (1) il luogo ove il limon fiorisce,

splendon fra oscure foglie arance d’oro,

dal cielo azzurro lene (2) vento spira,

placido il mirto ed alto sta l’alloro?

Di’, lo conosci tu? – Laggiù laggiù

Vorrei, Signore, (3) insieme a te tornare!

Sai (4) tu la casa? Su colonne poggia

Il tetto, sala e camere risplendono,

sorgon marmoree statue e mi riguardano:

“cosa t’han fatto, di’, povera piccola?” (5)

Non la conosci tu? – Laggiù, laggiù

vorrei con te, mio protettore andare!

Conosci il monte (6) e il suo sentier fra i nuvoli?

Cerca il mulo la strada nella nebbia;

del drago è nelle rocce il nido antico,

il masso piomba e i flutti lo ricoprono.

Di’, lo conosci tu? – Laggiù, laggiù

Va nostra via; vogliamo, o Padre, andare!

Wolfgang Goethe – da La missione teatrale di Guglielmo Meister, in “Liriche scelte”.

  1. Mignon si rivolge a Guglielmo, suo liberatore e protettore.
  2. Lene: lieve e carezzevole
  3. Signore: si tratta di Guglielmo Meister, protagonista del romanzo in cui è inserita questa ballata. Egli più sotto è chiamato mio Protettore e Padre; sono termini che indicano l’atteggiamento di amorosa e devota gratitudine verso chi l’ha salvata da un destino più triste e più doloroso.
  4. Sai: conosci.
  5. La povera fanciulla immagina le statue della casa in cui abitò nella prima infanzia debbono provare commiserazione e pietà per il suo triste destino e possano chiederle perché uomini malvagi l’abbiano strappata da quei luoghi incantevoli.
  6. Il monte: le Alpi, tanto alte da scomparire coi loro sentieri, fra le nuvole, dividono la terra natìa di Mignon dalla Germania.

Questa famosa ballata, composta dal Goethe nel 1784, fu inserita nel romanzo La missione teatrale di Guglielmo Meister. In essa con tono dolce e nostalgico viene descritta l’Italia e, più in generale, tutta la zona mediterranea.

Mignon è una povera fanciulla che è stata rapita in Italia da una compagnia di zingari e condotta in Germania, dove è costretta a vivere tra sofferenze e rimpianti. Guglielmo la libera e la protegge, tenendola presso di sé.

Ma col passar del tempo, sempre più pungente si fa sentire in Mignon il desiderio del ritorno nella terra natia inondata di sole, che nella fantasia di chi ne va sempre più dimenticando i contorni fisici reali si trasforma in un vero e proprio paradiso terrestre, nella espressione fisica di quella pace interiore che rende bella ed accettabile ogni cosa.

Arte – Cultura – Personaggi

Dante Alighieri

La vita – 2

E iniziò la vita dei tanti fuoriusciti del tempo, cercando ospitalità presso città e signori, ora considerato solo un uomo di corte non troppo diverso dai mille parassiti, ora apprezzato e impiegato onorevolmente per la sua cultura. Fu dapprima a Verona, ospite di Bartolomeo della Scala; nel 1306 fu in Lunigiana, presso i Malaspina; poi fu in Casentino, presso i conti Guidi, poi, forse, a Lucca; secondo il Villani sarebbe stato anche a Parigi.

Particolarmente importanti furono gli anni della discesa in Italia di Arrigo VII eletto imperatore nel 1308; la volontà del sovrano di affermare la propria autorità in Italia, eccitò l’intelletto di Dante, che sperò possibile per sé il ritorno in Patria, per Firenze e il mondo il ripristino di un’èra di pace e di giustizia. Scrisse varie accese epistole con le quali cercò di favorire l’impresa di Arrigo; e quando questi nell’agosto del 1313, morì improvvisamente a Buonconvento presso Siena, morirono con lui molte speranze del poeta. Qualche anno dopo, nel 1315, rifiutò un’amnistia a condizioni che ritenne poco dignitose; lo stesso anno il Comune ribadì, contro di lui e i suoi figli, la condanna a morte.

Non sempre sicure sono le tappe successive dell’esilio cui Dante fu nuovamente costretto: fu certo lungamente a Verona, presso Can Grande della Scala, e poi, forse dal 1318, a Ravenna, ospite di Guido Novello da Polenta. Furono questi gli anni migliori dopo la cacciata da Firenze: le opere, particolarmente le prime due parti della Divina Commedia, gli avevano già procurato, con la notorietà, stima e rispetto. E a Ravenna lo raggiunse l’invito di un grammatico bolognese, Giovanni del Virgilio, a raggiungere Bologna, dove avrebbe ottenuto l’incoronazione poetica; ma Dante rifiutò, sognando, come confessa in un passo celebre del Paradiso (XXV, 1 e seguenti), l’alloro a Firenze, finalmente riconciliata con lui nel riconoscimento dei suoi meriti poetici. Nel 1320 dové essere alcun tempo a Verona, dove lesse una Questio de acqua et terra (Dibattito sull’acqua e sulla terra), a definire una disputa scientifica. Nel 1321 fece parte di un’ambasciata inviata da Guido Novello a Venezia; vi contrasse delle febbri, in seguito alle quali morì, al suo ritorno a Ravenna, nella notte tra il 14 e 15 settembre. Fu sepolto, con grandi onori, nella chiesa di San Pier Maggiore.