Tag: poesia tematica

L’angolo della Poesia

Lamento per Ignazio Sanchez Mejias – IV

Non ti conosce il toro né il fico

né i cavalli né le formiche di casa tua.

Non ti conosce il bambino né la sera

perché tu sei morto per sempre.

Non ti conosce il dorso della pietra,

né il raso nero dove ti distruggi.

Non ti conosce il tuo muto ricordo

perché tu sei morto per sempre.

Verrà l’autunno con le conchiglie,

uva di nebbia e monti aggruppati,

ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi

perché tu sei morto per sempre.

Perché tu sei morto per sempre,

come tutti i morti della Terra,

come tutti i morti che si scordano

in un mucchio di cani spenti.

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.

Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.

La grande maturità della tua intelligenza.

Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.

La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

Tarderà molto a nascere, se nasce

un andaluso così puro, così ricco d’avventura.

Canto la sua eleganza con parole che gemono,

e ricordo una brezza triste negli ulivi.

Federico Garcia Lorca

Ignazio Sanchez Mejias era un famoso torero amico del poeta, morto nell’arena nel 1934. Del lungo componimento ho riportato solo la IV e ultima parte.

L’angolo della poesia

La Russia sovietica

Che paese!

Nei versi fu follia

dirsi amico del popolo che è mio:

qui ormai non serve più la poesia

e forse più non servo nemmen io

Olà,

o mio paese, addio!

Son contento di quello che t’ho dato:

che nessuno mi canti, ma sol io

cantavo quando tu eri malato.

E tutto quanto

accetto sì com’è.

Andrò per un via non calpestata,

darò al maggio e all’ottobre tutto me,

ma non darò la mia lira adorata.

A nessun uomo non la voglio dare,

né alla madre o all’amico, né alla donna.

I suoi canti a me solo sapeva confidare,

a me solo cantava con voce di zampogna.

O giovani fiorite! Siate sempre più sani!

La vostra vita è un’altra, son altri i vostri canti.

Io solo me n’andrò su tramiti lontani

e il mio cuore ribelle non avrà più rimpianti.

Ma pure allora,

quando in tutta la terra

non ci sarà più guerra

e sparirà il dolore,

tutto questo mio cuore

canterà sempre sempre

il sesto continente

dal breve nome: Rus!

Sergej Esenin

(in Il fiore del verso russo)

L’angolo della Poesia

La Russia sovietica -2

Altri giovani cantano altri canti

e tu di già cominci a disfiorire.

I loro canti sono più sonanti

e l’universo intero sta a sentire.

O Russia mia, che mai son divenuto!

Sulle mie guance cave vola un rossore nero.

Il linguaggio dei miei m’è sconosciuto,

sono nel mio paese uno straniero.

Ecco io vedo:

è domenica e già tutta la gente,

come già in chiesa, al volost s’è riunita,

e con parole zoppe e macilente,

discuton sempre della loro vita.

E’ sera e di riverberi dorati

il tramonto ha spruzzato i campi rossi.

Come dei vitellini abbandonati

i pioppi si rifugiano nei fossi.

E un veterano rosso pien di sonno,

che corruga la fronte a ricordare,

racconta gravemente di Budionny

e come Perekop seppe espugnare.

“Già… fu in Crimea… che noi… a quel borghese…

fu così… dàgli addosso… qua e là…”

Gli alberi ascoltan con le orecchie tese,

piangono donne nell’oscurità.

Al suono delle armoniche solenni

giù discendono gli uomini dai monti.

L’eco di una canzon di Demian Biedny

fa dondolare nella valle i ponti.

Sergej Esenin

Continua

L’angolo della Poesia

La Russia sovietica

Son morti quasi tutti. L’uragano è passato.

Oh quanti non rispondono al richiamo!

Io torno al mio paese abbandonato:

ott’anni son stato lontano.

Chi debbo chiamare? Con quale fratello

potrò rallegrarmi che Dio ci ha scampati?

Perfino il mulino qui sembra un uccello

con l’ala spezzata, con gli occhi serrati.

Ad ognuno qui son sconosciuto,

e chi mi ricordava m’ha scordato.

L’abituro paterno è ormai diruto

e vi giace la polvere e il fango del selciato.

Ferve la vita.

Passa senza indugio

un viso vecchio o giovane, e scompare.

Non c’è uomo ch’io possa salutare,

negli occhi di nessun trovo rifugio.

Passa nella mia testa pensiero su pensiero:

cos’è la patria?

forse son sogni strani?

Io sono qui per tutti un pellegrino nero

che viene dai paesi più lontani.

Son proprio io,

in un villaggio nato

che d’ora in poi diventerà famoso

perché una donna qui ha generato

questo russo poeta scandaloso…

La voce del pensiero parla al cuore:

ritorna in te, ché offesa non c’è stata!

Arde sulle capanne lo splendore

d’una generazione rinnovata.

Sergej Esenin

Continua

Arte – Cultura – Personaggi

Bertolt Brecht

Poesia e teatro

Profondamente partecipe del dramma della perdita di identità dell’uomo moderno, Brecht si distingue nel vasto panorama degli “intellettuali della crisi” per il deciso superamento di ogni posizione di dolente impotenza o di gridata ma sterile ribellione. Le sue ascendenze lo collocano nell’area dell’avanguardia espressionistica, ma il suo bisogno di chiarezza e la lezione marxista, gli consentono di organizzare la propria arte intorno a un nucleo di problemi lucidamente impostati e coerentemente risolti, nel cui contesto l’isolamento dell’artista nella società moderna e l’infelicità prodotta dalla civiltà borghese, trovano spiegazione unitaria e concrete possibilità di superamento. Intanto, come artista, Brecht inaugura – a cominciare dal teatro – un nuovo rapporto con il pubblico: i contenuti, i messaggi che la sua arte veicola non sarebbero infatti comprensibili e nemmeno accattivanti come sono, se li pensassimo indipendentemente dalla “forma” artistica che lo scrittore ha loro assegnato. Particolarmente famose sono le innovazioni teatrali brechtiane, il cosiddetto “teatro epico”. Epico nel senso di narrativo (ma il teatro, secondo la tradizione, non è  racconto, bensì dramma, azione), il teatro di Brecht istituisce tra autore e pubblico un rapporto mediato, come nella narrativa, tale cioè per cui allo spettatore è impossibile confondere ciò che avviene sulla scena, con quanto accade o potrebbe accadere nella realtà. In questo modo lo spettatore, anziché immedesimarsi completamente in ciò che vede, partecipa alla rappresentazione da una prospettiva critica, conservando sempre autonomia e lucidità. La novità di questo teatro non ha bisogno di commenti, perché con esso – che già di per sé, come proposta formale e strutturale, predispone lo spettatore non ad abdicare alla propria personalità, bensì a potenziarla – è possibile compiere un’operazione didattica (cioè insegnativa) tale da avvicinare il pubblico ai problemi agitati dal drammaturgo attraverso un processo educativo che il teatro borghese – che invece coinvolge gli spettatori fino al punto da uccidere in loro ogni senso critico – ignora del tutto. A parte i mezzi tecnici escogitati da Brecht per dare concretezza al suo specifico programma teatrale – recitazione distaccata da parte dell’attore, puntuale commento su ciò che va via viene rappresentato (con didascalie, cartelli, canzoni ecc.), scene separate l’una dall’altra e via dicendo – va detto che tutta l’opera brechtiana è permeata di didatticismo e tende, piuttosto che a coinvolgere, a estraniare, ad allontanare il fruitore da se stessa proprio nel momento in cui lo chiama a partecipare ai propri riti. Lo straniamento che essa si prefigge non si risolve dunque in indifferenza del fruitore verso l’opera in quanto tale – il che sarebbe un controsenso – ma nel rifiuto di quella società borghese di cui l’arte tradizionale (il teatro come la poesia, come la musica e via dicendo) riproduce, nelle proprie strutture, i meccanismi alienanti. Lo straniamento è insomma un processo di riappropriazione da parte del fruitore (nonostante l’apparente paradosso) della propria sensibilità e della propria intelligenza: mentre l’arte borghese, che non strania ma aliena, aliena (ci rende cioè diversi, altri da noi stessi) proprio perché elimina ogni diaframma tra realtà e invenzione, e finisce per convincerci che le illusioni che ci propina e con le quali ci incanta, sono la realtà vera. In sede lirica la poesia epico-didattica brechtiana si esprime nel rifiuto del linguaggio evocativo e allusivo della tradizione romantica e simbolistica, nel gusto dei precisi riferimenti storico-sociali, nella sistematica proposta di temi e problemi che lasciano, per la loro stessa crucialità, ampio spazio alla riflessione del lettore, nel continuo riportare i dati dell’esperienza autobiografica a situazioni di interesse generale.

L’angolo della Poesia

A coloro che verranno

Nella città venni al tempo del disordine,

quando la fame regnava.

Tra gli uomini venni al tempo delle rivolte

e mi ribellai insieme a loro.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era dato.

Il mio pane, lo mangia tra le battaglie.

Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.

Feci all’amore senza badarci

e la natura la guardai con impazienza.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Al mio tempo, le strade si perdevano nella palude.

La parola mi tradiva al carnefice.

Poco era in mio potere. Ma i potenti

posavano più sicuri senza di me; o lo speravo.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Le forze erano misere. La meta

era molto remota.

La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me

quasi inattingibile.

Così il tempo passò

che sulla terra m’era stato dato.

Voi che sarete emersi dai gorghi

dove fummo travolti

pensate

quando parlate delle nostre debolezze

anche ai tempi bui

cui voi siete scampati.

Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,

attraverso le guerre di classe, disperati

quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo:

anche l’odio contro la bassezza

stravolge il viso.

Anche l’ira per l’ingiustizia

fa roca la voce. Oh, noi

che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,

noi non si poté essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuta l’ora

che all’uomo un aiuto sia l’uomo,

pensate a noi

con indulgenza

Bertolt Brecht

L’angolo della Poesia – 2

Mamma – versione

Come sei vecchia, ho mamma, come sei vecchia:

hai fatto la testa bianca, e le rughe in faccia;

ti tremano queste mani e senza forza

mi stringono a malapena dentro queste braccia.

Vedendo i tuoi occhi mezzi chiusi

Quest’anima mia si sente dentro il fuoco;

Madonna mia! Mantienile accese

Queste lucine ancora un altro poco.

Vorrei sognare una notte che tu avessi

tutti i capelli neri e dondolandomi,

come un bambino mi faresti addormentare

cantandomi la ninna nanna.

Ah, se potessi dire: Fermati, tempo,

questo è l’amore mio, non me lo toccare,

quando è finito l’olio in questa lampada

io resto al buio e a che mi serve vivere!

Ah, se potessi dire: Fermati tempo!