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L’angolo della Poesia

A Piererotta

‘A sera ‘e Piererotta, ‘a int’ ‘e Lanzière,

‘A copp’ a na ventina ‘e palazzuole,

Vestute comme jeveno ‘e guarriere,

Partettero aunite; e a ccapa lista

Nce jeva ‘o figlio ‘e Rosa ‘ncopp’  ‘o ciuccio,

Cu nu castiello ncapo, ‘e cartapista.

Passajeno pe’ Tuleto, passe passe,

Sunanno trummettelle e siscarielle,

Tammore, putipù e scetavajasse.

Quann’arrivajeno nnant’ ‘o “Cambrinusso”

Fermàjeno e se cantajeno quatto vote

Na canzuncella ‘e Ferdinando Russo…

Ma quanno fuje vicino Piererotta

Penzajeno ‘e fa na guerra; e dopp’  ‘a guerra

Chiù d’uno se truvaje c’ ‘a capa rotta…

Currettero mazzate… quacche cosa

Peggio d’  ‘o Quarantotto! Pur’  ‘o ciuccio

Avette ‘a parta soja; e ‘o figlio ‘e Rosa,

Pe mezzo ‘e nu crisuommolo int’  ‘e rine,

Fuje carriato int’ a na carruzzella,

‘E pressa ‘e pressa, ‘ncopp’ ‘e Pellerine.

‘O rieste se turnajeno int’  ‘e Lanziere

‘e na manera ca, a vvederle sulo,

Parevano ‘a zuzzimma d’  ‘e guarriere!

P. Ponzillo

L’angolo della Poesia

Funere mersit acerbo

O tu che dormi là su la fiorita

collina tòsca, e ti sta il padre a canto;

non hai tra l’erbe del sepolcro udita

pur ora una gentil voce di pianto?

E’ il fanciulletto mio, che a la romita

tua porta batte: ei che nel grande e santo

nome te rinnovava, anch’ei la vita

fugge, o fratel, che a te fu amara tanto.

Ahi no! giocava per le pinte aiole,

e arriso pur di vision leggiadre

l’ombra l’avvolse, ed a le fredde e sole

vostre rive lo spinse. Oh, giù ne l’adre

sedi accoglilo tu ché al dolce sole

ei volge il capo ed a chiamar la madre.

Giosue Carducci – da Rime nuove

L’angolo della Poesia

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia – 2

Vecchierel bianco, infermo,

mezzo vestito e scalzo,

con gravissimo fascio in su le spalle,

per montagna e per valle,

per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

al vento, alla tempesta, e quando avvampa

l’ora, e quando poi gela,

corre via, corre, anela,

varca torrenti e stagni,

cade, risorge, e più e più s’affretta,

senza posa o ristoro,

lacero, sanguinoso; infin ch’arriva

colà dove la via

e dove il tanto affaticar fu vòlto;

abisso orrido, immenso,

ov’ei precipitando, il tutto obblìa.

Vergine luna, tale

È la vita mortale.

Giacomo Leopardi – continua domani

Note alla poesia

Vecchierel bianco… spalle: vecchierello pallido e canuto (bianco) malfermo sulle gambe (infermo) semisvestito e scalzo, con un pesantissimo fardello (fascio) sulle spalle.

alta rena: spiagge profonde.

fratte: scoscendimenti intricati di arbusti e sterpi.

anela: respirando a fatica, anelante, affannato.

senza posa o ristoro: senza fermarsi, senza mai riprendere fiato.

e dove… vòlto: alla meta di questo lungo, difficile, faticosissimo cammino.

tale è la vita mortale: la vita degli uomini è una lunga, disperata, difficile corsa verso il nulla, verso la morte. In un passo dello Zibaldone Leopardi scriveva: “Che cosa è la vita? Il viaggio di uno zoppo e infermo che con un gravissimo carico in sul dosso, per montagne altissime e luoghi sommamente aspri, faticosi e difficili, alla neve, al gelo, alla pioggia, al vento, all’ardore del sole, cammina senza mai riposarsi dì e notte uno spazio di molte giornate per arrivare a un cotal precipizio o un fosso e quivi inevitabilmente cadere”.

L’angolo della Poesia

Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai,

silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

la vita del pastore.

Sorge in sul primo albore,

move la greggia oltre pel campo, e vede

greggi, fontane ed erbe;

poi stanco si riposa in su la sera:

altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

al pastor la sua vita,

la vostra vita a voi? dimmi: ove tende

questo vagar mio breve,

il tuo còrso immortale.

Giacomo Leopardi – continua domani

Note alla poesia

Che fai tu, luna, in ciel?: inizia una serie di domande che il pastore pone alla luna con un ritmo sempre più angoscioso, con la ripetizione dell’imperativo “dimmi” nella speranza che la luna nella sua lontana immobilità possa risolvere gli interrogativi del pastore. Le domande che il pastore fa alla luna sono le stesse che si pone l’intellettuale romantico, che si pone il filosofo: perché vivo? che senso ha la vita? a che serve l’universo? Questa volta gli interrogativi vengono posti da un umile pastore con il quale il Leopardi si identifica.

indi ti posi: poi ti fermi a riposare.

di riandare… calli?: di percorrere sempre le medesime strade (calli) del cielo?

non prendi a schivo: non eviti, non provi noia.

vaga: desiderosa.

move la greggia… campo: conduce il gregge al pascolo oltre l’ovile, per la campagna.

a che vale… a voi?: che scopo ha la vita del pastore, monotona, sempre uguale a quella del giorno precedente ed a quella dei giorni che verranno, che senso ha la vostra vita per voi astri del cielo?

ove tende: a qual fine è diretto.

L’angolo della Poesia

Lorenzo dei Medici Il Magnifico

Canzone di Bacco e Arianna

Quant’è bella giovinezza,

che si fugge tuttavia!

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco e Arianna,

belli e l’un dell’altro ardenti:

perché ‘l tempo fugge e inganna,

sempre insieme stan contenti.

Queste ninfe ed altre genti

sono allegre tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Questi lieti satiretti

delle ninfe innamorati,

per caverne e per boschetti

han lor posto cento agguati;

or da Bacco riscaldati,

ballon, salton tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Queste ninfe hanno anco caro

da loro esser ingannate:

non può far a Amor riparo

se non gente rozze e ingrate:

ora insieme mescolate

fanno festa tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Questa soma che vien drieto

sopra l’asino, è Sileno:

così vecchio è ebbro e lieto,

già di carne e d’anni pieno;

se non può star ritto, almeno

ride e gode tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Mida vien drieto a costoro:

ciò che tocca, oro diventa.

E che giova aver tesoro,

s’altri poi non si contenta?

Che dolcezza vuoi che senta

chi ha sete tuttavia?

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi:

di doman nessun si paschi:

oggi sian, giovani e vecchi,

lieti ognun, femmine e maschi;

ogni tristo pensier caschi;

facciam festa tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Donne e giovinetti amanti,

viva Bacco e viva Amore!

Ciascun suoni, balli e canti!

Arda di dolcezza il core!

Non fatica, non dolore!

Ciò c’ha a esser, convien sia.

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Lorenzo Dei Medici Il Magnifico

Canzone di Bacco e Arianna

E’ un canto carnascialesco, vale a dire un componimento composto per essere cantato, di carnevale, da compagnie mascherate.

Le maschere personificano qui personaggi mitologici, e i gruppi nella loro successione, compongono una scena di significato simbolico: un inno alla bellezza della vita e un invito a goderla, perché nessuno sa che cosa l’avvenire gli riservi.

Le prime due maschere del corteo sono Arianna e Bacco, la giovane abbandonata e il dio consolatore: belli e ardenti d’amore. Segue una piccola folla di satiri insidiatori di ninfe, le quali, peraltro, sono felici di lasciarsi ingannare. Poi Sileno, il vecchio precettore di Bacco, carico d’anni e di carne, ebbro e smemorato, ma lieto anche lui. Chiude il corteo l’ingordo e sciocco Mida, punito per la sua avidità: è l’unico che non può godere l’attimo fuggente, perché tutto ciò che tocca, secondo il suo folle desiderio, gli diventa oro.

Nel canto, a voce spiegata, che celebra la giovinezza e la gioia di vivere, sussurra, in sordina una nota di malinconia: di doman non c’è certezza. Il motivo è ripreso da un poeta latino, Orazio, che, in un’ode famosa, aveva esortato la sua donna a godere la vita giorno per giorno, senza chiedersi che cosa le avrebbe recato l’avvenire. Da altri poeti antichi, soprattutto da Ovidio, Lorenzo ha desunto i motivi mitologici del canto che, nel suo schema, ripete poi forme della letteratura popolare.

L’angolo della Poesia

Carmina Burana

Poesie attribuite ai Goliardi, gli studenti delle Università Europee, vagabondi per temperamento e necessità, in un’epoca in cui le strutture sociali si sforzavano “di legare ogni uomo al suo posto, al suo lavoro, al suo ordine, alla sua condizione”; costretti, per guadagnarsi la vita, a diventare giocolieri o buffoni, oppure domestici dei loro condiscepoli ricchi. Su di loro pesa la condanna dei concili e dei sinodi e la riprovazione degli scrittori ecclesiastici per la spregiudicatezza della loro vita e per l’anticonformismo religioso rasente spesso l’eresia.

I Carmina, riuniti in un manoscritto del XIII secolo rinvenuto nel monastero bavarese di Benedikterbeuren (da cui l’aggettivo Burana) sono in lingua latina. Frequenti in essi le lodi dell’amore fisico, del vino e del gioco come nella poesia che propongo e la satira del clero corrotto e simoniaco, avaro e lussurioso ed, in generale, di tutta la società del tempo.

Son materia, son cenere

Composta d’elementi

Vili, son come foglia

Con cui giocano i venti.

……

Qual nave che nel pelago

Non ha nocchiero, o quale

Augel che via per l’aria

Batte smarrito l’ale,

Io non son stretto a vincoli

Né a luogo alcun mi lego.

……

Mi struggono delle vergini

Le grazie ed il candore,

Se non posso con l’opera

Le stupro almen col cuore.

……

Il gioco accuso in seguito;

Ah i casi non son radi

In cui m’avvien di perdere

Anche le vesti ai dadi!

Ma se pel freddo ho i brividi,

Nell’imo petto ho ardori,

E’ allora che mi sgorgano

Dal cor gl’inni migliori.

……

E’ mio saldo proposito

Morir dal taverniere:

Chi quivi muore ha prossimo

Alle labbra il bicchiere,

E ode i cori degli angeli

Che pregano: – Signore

Deh accogli nell’Empireo

Questo buon bevitore!

Cerco il piacer fra gli uomini

E non oltre le stelle,

Non curo affatto l’anima

Ma curo assai la pelle.

……

E’ cosa assai difficile

Superar la natura

E dinanzi a una vergine

Serbar la mente pura.

Ahimè, non può chi è giovane

Domar la tentazione

E trascurar dei fervidi

Sensi l’acuto sprone.

L’angolo della Poesia

Canzone di Primavera – 2

Sola vorrei trovarla

Che dormisse o fingesse di dormire,

Per involarle un dolce bacio,

Poiché non ho tanto ardire da chiederglielo.

Per Dio, donna, poco profittiamo d’amore:

Fugge il tempo, e noi ne perdiamo la miglior parte.

Intenderci dovremmo a segni copertamente,

E poiché ardir non ci vale, ci valga scaltrezza.

S’io sapessi gettar l’incantesimo,

I miei nemici diverrebber bamboli,

Sì che niuno saprebbe immaginare

Né dire cosa che ci tornasse a danno.

Allora so che potrei rimirare la più gentile,

Ed i suoi occhi belli e il fresco viso,

E baciarle la bocca per davvero

Sì che per un mese ve ne parrebbe il segno.

Ahimè, come muoio dal fantasticare!

Spesso svanisco tanto in fantasie,

Che briganti potrebbero rapirmi

E non mi accorgerei di che facessero.

Per Dio, Amore, ben facile ti fu sopraffar me

Scarso d’amici e senza protettore!

Perché una volta madonna così non distringi

Prima ch’io sia distrutto dal desìo?

Bertrand de Ventadorn