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L’angolo della Poesia

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

  • T’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

quando il fratello disse all’altro fratello:

“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo – da Giorno dopo giorno – Mondadori – Milano

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L’angolo della Poesia

Senza titolo

Tutti eravamo là

A porgere il sapone dicendo

  • Dovete solo pulirvi -.

Oh il lamento ferito dei bimbi

aggrappati alle carni materne

nell’osceno groviglio ululante

al primo getto di gas.

Tutti eravamo là

a prendere il sapone tremanti.

Pugni senza speranza

battevano ritmi neri

contro le porte studiate

can calcoli esatti.

Il canto dei salmi moriva

sui gemiti sempre più fiochi

Siamo ancora là,

sempre,

tutti.

Non sono tornati gli uccelli

scacciati dal fumo dei forni.

Reclinare il viso

sul tuo seno caldo

in cerca di luce

per l’animo spento.

Anonimo

Pochi versi senza titolo, senza autore. I campi di concentramento nazisti. I poveri prigionieri che vivono gli ultimi istanti della loro misera esistenza. I loro sentimenti. Le emozioni. E l’attesa, l’attesa di quel momento prossimo. Bambini, donne, uomini tutti accumunati da un unico tragico destino dettato dalla crudeltà umana.

Arte – Cultura – Personaggi

Sandor Petofi

La vita

Il maggior poeta ungherese, figlio di un macellaio e di una lavandaia slovacchi, nacque a Kiscoros (provincia di Pest) nel 1823 e visse agiatamente durante l’adolescenza; poi, a causa dei rovesci economici del padre, visse in ristrettezze economiche.

Fu molto criticato per il suo realismo che scandalizzava i letterati del tempo; fu sempre animato da idee libertarie e nel 1948 partecipò ai moti rivoluzionari per i quali scrisse anche il Canto Nazionale.

Fu ucciso, sul campo di battaglia di Segesvar nel 1849 dalle truppe dello Zar ed il suo corpo non venne ritrovato.

Un commento alla poesia di oggi.

In questa poesia, scritta nel 1848, possiamo notare tanto l’elemento patriottico quanto quello romantico del linguaggio. Il patriottismo è una delle caratteristiche del periodo romantico che si afferma nel momento in cui, dopo il Congresso di Vienna, l’Europa è in fermento e dappertutto si respira aria di nazionalismo.

Il nazionalismo della prima metà del secolo è sinonimo di patriottismo e nasce dalla convinzione che tutte le nazioni abbiano diritto alla libertà, quindi ha un significato ben diverso da quello che assumerà, poi, alla fine del secolo.

Qui il poeta romantico non solo aspira ad una morte eroica da combattente per la libertà della patria, ma già spera di vedere le “rosse bandiere”, anticipa, cioè, temi rivoluzionari. Il linguaggio è immediato, dettato dall’impeto delle passioni ed animato da un forte sentire, da uno stato d’animo infiammato.

L’angolo della Poesia

Libertà nel mondo!

Un pensiero mi turba:

di morire nel letto, fra i cuscini;

lentamente appassire come il fiore

morso dal dente di un verme nascosto.

Consumarsi pian piano, come il lucignolo della candela

che resta abbandonata nella camera vuota.

Non dare, o Signore, simil morte,

non dare a me una simile morte!

Ch’io sia l’albero che il fulmine trapassa

o l’uragano sradica.

Ch’io sia la roccia che il tuono, scuotitor della terra,

fa rovinare dalla cima , fino giù nella valle.

Quando i popoli schiavi

stanchi del giogo scendano in campo,

con volto di porpora e rosse bandiere,

e sulle bandiere scritto questo sacro motto:

“Libertà nel mondo!”

e questo grido suonasse

rimbombando, da oriente ad occidente,

ad atterrar la tirannide;

là io cada

sul campo della mischia,

là scorra il giovin sangue dal mio cuore;

e se sul mio labbro risuonasse un ultimo grido di gioia

lasciate che lo soffochi il fragor dell’acciaio,

il suono della tromba, il rombo del cannone.

E sopra il mio cadavere

sbuffanti destrieri

galoppino, nella vittoria conquistata,

e là mi lascino, calpestato.

E si raccolgan le mie ossa sparse

quando giunga il giorno della gran sepoltura,

quando con solenne e lenta musica luttuosa

e con l’accompagnamento di velate bandiere,

sarà data una tomba comune agli eroi

che per te sono morti, o sacrà libertà!

Sandor Petofi – da Poemetti, in Poesie scelte.

L’angolo della Poesia

Apprendo in quest’istante della morte di Luciano De Crescenzo preparerò un omaggio per quest’altro scrittore e filosofo che ci ha lasciato

Chèllata

Ajere no si’ Tonno npertinente

Che ncojeta le pprete de la via,

N’vedè la si’ Lucia

che se spassava a spozzolà semmente,

  • Te l’avviso pe bbene – lle dicètte –

Si pe ccaso mariteto mme torna

a parlà, sparo, e a ffàreme despiette,

Io lle rompo le ccorna. –

  • E che ne cacce da sse belle pprove! –

Disse Lucia – Lle faccio ll’aute nove!

G. Genoino

Cose ‘e pazze

Pe’ dint’  ‘a casa ce sta aria ‘e guerra

E ‘a mugliera parlanno cu ‘o marito

E cu ll’amante

  • Ca stanno tutt’ e ddùje a sguardo ‘nterra –

le dice:

  • “Fra noi tre tutto è finito!”

L. Lupoli

‘O zimmaro e ‘o cervo

Nu zimmaro passianno ‘mmiez’  ‘o bosco

‘ncontra a nu cervo e tutto ca s’  ‘o guarda,

po’ dice: – Me sì zio, mo te cunosco!

‘O cervo le risponne sustenuto:

  • ‘A parentela c’è, però è bastarda:

i’ tengo ‘e ccorne, ma nun so’ curnuto!..

A. Ferrara

Un commento alla Poesia del giorno

  1. Ritorna in prigione: ripiomba cioè, nello stato d’animo che aveva mentre era in prigione. E’ da ricordare che la poesia fu scritta a Brancaleone Calabro, dove Pavese era confinato, nell’ottobre 1935.
  2. L’idea di libertà si identifica, per il carcerato, con la libera, velocissima corsa delle lepri. Ma, una volta libero, l’uomo si ritrova oppresso dalla nebbia d’inverno, dai muri di strade, dall’acqua fredda, e la “prigione” rivive ogni volta che morde in un pezzo di pane.
  3. dopo: quando sarà tornato in libertà.
  4. che sapeva di lepre in prigione: che richiamava il pensiero della libertà.

Un commento alla poesia

Il ricordo della prigione non abbandona mai l’uomo che vi è stato. La libertà sognata fra le mura di un carcere non si riacquista uscendone, perché l’isolamento materiale si trasforma in solitudine esistenziale per l’uomo. E’ il concetto essenziale di questa poesia.

I campi arati, il ciuffo di rovi spogliati lungo l’argine, già verde in agosto e, prima, i riferimenti alla città, all’osteria, alla stalla, richiamano il giudizio espresso dallo stesso Pavese su Lavorare stanca, sua prima raccolta poetica, definita “L’avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza”.

L’angolo della Poesia

Semplicità

L’uomo solo – che è stato in prigione – ritorna in prigione (1)

ogni volta che morde in un pezzo di pane.

In prigione sognava le lepri che fuggono

sul terriccio invernale. Nella nebbia d’inverno

l’uomo vive tra muri di strade, bevendo

acqua fredda e mordendo in un pezzo di pane. (2)

Uno crede che dopo (3) rinasca la vita,

che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno

con l’odore del vino nella calda osteria,

e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,

fin che è dentro uno crede. Se esce fuori una sera,

e le lepri le han prese e le mangiano al caldo

gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.

L’uomo solo osa entrare per bere un bicchiere

Quando proprio si gela, e contempla il suo vino:

il colore fumoso, il sapore pesante.

Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre

in prigione, (4) ma adesso non sa più di pane

né di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.

L’uomo solo ripensa a quei campi, contento

di saperli già arati. Nella sala deserta

sottovoce si prova a cantare. Rivede

lungo l’argine il ciuffo di rovi spogliati

che in agosto fu verde. Dà un fischio alla cagna.

E compare la lepre e non hanno più freddo.

Cesare Pavese da Lavorare stanca.