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L’angolo della Poesia

Lamento per Ignazio Sanchez Mejias – IV

Non ti conosce il toro né il fico

né i cavalli né le formiche di casa tua.

Non ti conosce il bambino né la sera

perché tu sei morto per sempre.

Non ti conosce il dorso della pietra,

né il raso nero dove ti distruggi.

Non ti conosce il tuo muto ricordo

perché tu sei morto per sempre.

Verrà l’autunno con le conchiglie,

uva di nebbia e monti aggruppati,

ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi

perché tu sei morto per sempre.

Perché tu sei morto per sempre,

come tutti i morti della Terra,

come tutti i morti che si scordano

in un mucchio di cani spenti.

Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.

Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.

La grande maturità della tua intelligenza.

Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.

La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.

Tarderà molto a nascere, se nasce

un andaluso così puro, così ricco d’avventura.

Canto la sua eleganza con parole che gemono,

e ricordo una brezza triste negli ulivi.

Federico Garcia Lorca

Ignazio Sanchez Mejias era un famoso torero amico del poeta, morto nell’arena nel 1934. Del lungo componimento ho riportato solo la IV e ultima parte.

Arte – Cultura – Personaggi

Thomas Stearns Eliot

La vita

Thomas Stearns Eliot nasce a Saint Louis – Missouri – nel 1888, da famiglia inglese. Laureatosi ad Harvard nel 1910, si trasferì l’anno successivo in Europa, perfezionando i suoi studi prima a Parigi poi a Oxford. Nel 1915 si stabilì a Londra e dopo un periodo trascorso come insegnante e poi come impiegato di banca, si dedicò definitivamente alla letteratura. Nel 1917 esordì come poeta con la raccolta Prufrock e altre osservazioni, seguita poi da altri volumi di versi – importante l’aiuto dato a Eliot dall’amico e poeta americano Ezra Pound, che oltre a guidarlo nella formazione culturale, ne favorì la notorietà nell’ambiente londinese -. Nel 1922 compose infine il poemetto La terra desolata, smarrita constatazione dello sfacelo del mondo contemporaneo e uno dei vertici della poesia eliotiana. Nel 1927 il poeta ottiene la cittadinanza inglese e aderisce alla religione anglicana. Frutto della conversione religiosa è il poemetto Mercoledì delle ceneri (1930). Datosi successivamente anche al teatro (Assassinio nella cattedrale, 1935; Cocktail Party, 1950; L’impiegato di fiducia, 1954; Il grande statista, 1959), Eliot ci lascia come sua ultima raccolta di versi i Quattro quartetti (1943). Autore anche di acuti saggi critici ed estetici (Il bosco sacro, 1920), fu insignito del premio Nobel nel 1948. Morì a Londra nel 1965.

L’angolo della Poesia

Canto di Simeone

Signore, i giacinti romani fioriscono nei vasi

e il sole d’inverno rade i colli nevicati;

l’ostinata stagione si diffonde…

La mia vita leggera attende il vento di morte

come piuma sul dorso della mano.

La polvere nel sole e il ricordo negli angoli

attendono il vento che corre freddo alla terra deserta.

Accordaci la pace.

Molti anni camminai tra queste mura,

serbai fede e digiuno, provvedetti

ai poveri, ebbi e resi onori ed agi.

Nessuno fu respinto alla mia porta.

Chi penserà al mio tetto, dove vivranno i figli dei miei figli

quando arriverà il giorno del dolore?

Prenderanno il sentiero delle capre, la tana delle volpi

fuggendo i volti ignoti e le spade straniere.

Prima che il tempo sia di corde verghe e lamenti

dacci la pace tua.

Prima che sia la sosta nei monti desolati,

prima che giunga l’ora di un materno dolore,

in quest’età di nascita di morte

possa il Figliulo, il Verbo non pronunciante ancora e impronunciato

dar la consolazione d’Israele

a un uomo che ha ottant’anni e non ha domani.

Secondo la promessa.

Soffrirà chi Ti loda a ogni generazione,

tra gloria e scherno, luce sopra luce,

e la scala dei santi ascenderà.

Non martirio per me – estasi di pensiero e di preghiera –

né la visione estrema.

Concedimi la pace.

(Ed una spada passerà il tuo cuore,

anche il tuo cuore).

Sono stanco della mia vita e di quella di chi verrà.

Muoio della mia morte e di quella di chi poi morrà.

Fa’ che il tuo servo partendo

veda la tua salvezza.

Thomas Stearns Eliot

(da T. S. Eliot, Mercoledì delle ceneri traduzione di Eugenio Montale)

L’angolo della poesia

La Russia sovietica

Che paese!

Nei versi fu follia

dirsi amico del popolo che è mio:

qui ormai non serve più la poesia

e forse più non servo nemmen io

Olà,

o mio paese, addio!

Son contento di quello che t’ho dato:

che nessuno mi canti, ma sol io

cantavo quando tu eri malato.

E tutto quanto

accetto sì com’è.

Andrò per un via non calpestata,

darò al maggio e all’ottobre tutto me,

ma non darò la mia lira adorata.

A nessun uomo non la voglio dare,

né alla madre o all’amico, né alla donna.

I suoi canti a me solo sapeva confidare,

a me solo cantava con voce di zampogna.

O giovani fiorite! Siate sempre più sani!

La vostra vita è un’altra, son altri i vostri canti.

Io solo me n’andrò su tramiti lontani

e il mio cuore ribelle non avrà più rimpianti.

Ma pure allora,

quando in tutta la terra

non ci sarà più guerra

e sparirà il dolore,

tutto questo mio cuore

canterà sempre sempre

il sesto continente

dal breve nome: Rus!

Sergej Esenin

(in Il fiore del verso russo)

Arte – Cultura – Personaggi

Sergej Esenin

La poesia

La Russia sovietica scritta nel 1924, un anno prima che il poeta ponesse fine alla sua esistenza, suicidandosi, non è soltanto una fondamentale testimonianza dell’arte di Esenin ma è anche un documento centrale per illuminare la personalità del poeta e per capire la natura del dramma che lo travagliò fino a spingerlo al suicidio. Visceralmente legato al mondo contadino, Esenin è incapace di aderire fino in fondo sia alla vera sostanza ideologica del marxismo, sia alla concretezza della situazione post-rivoluzionaria russa e, mentre resta irreversibilmente ancorato a un generico socialismo messianico-populista, respinge con decisione la nuova realtà industriale che tutto invade e sconvolge. La Rivoluzione è perciò, per lui, un evento ambiguo, vagheggiato ma deludente, carico di infinite potenzialità di riscatto ma tale anche da rivelarsi, a conti fatti, un mostro disumano e disumanizzante, fonte di solitudine e di inappagabili nostalgie per un mondo definitivamente perduto.

L’angolo della Poesia

La Russia sovietica -2

Altri giovani cantano altri canti

e tu di già cominci a disfiorire.

I loro canti sono più sonanti

e l’universo intero sta a sentire.

O Russia mia, che mai son divenuto!

Sulle mie guance cave vola un rossore nero.

Il linguaggio dei miei m’è sconosciuto,

sono nel mio paese uno straniero.

Ecco io vedo:

è domenica e già tutta la gente,

come già in chiesa, al volost s’è riunita,

e con parole zoppe e macilente,

discuton sempre della loro vita.

E’ sera e di riverberi dorati

il tramonto ha spruzzato i campi rossi.

Come dei vitellini abbandonati

i pioppi si rifugiano nei fossi.

E un veterano rosso pien di sonno,

che corruga la fronte a ricordare,

racconta gravemente di Budionny

e come Perekop seppe espugnare.

“Già… fu in Crimea… che noi… a quel borghese…

fu così… dàgli addosso… qua e là…”

Gli alberi ascoltan con le orecchie tese,

piangono donne nell’oscurità.

Al suono delle armoniche solenni

giù discendono gli uomini dai monti.

L’eco di una canzon di Demian Biedny

fa dondolare nella valle i ponti.

Sergej Esenin

Continua

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Sergej Esenin

Sergej Aleksandrovic Esenin nacque a Konstantinovo nella Russia meridionale nel 1895, da famiglia contadina. Allevato e aiutato negli studi da uno zio, cominciò prestissimo a scrivere versi. Nel 1915 si trasferì a Pietroburgo e nel 1917 aderì con sincero entusiasmo alla Rivoluzione d’Ottobre, salutando in essa l’avvento di un mondo rigenerato e puro, e il prossimo riscatto del mondo contadino (Inonia 1918).

Nel 1921 entrò a far parte del gruppo dei poeti “immaginisti” che perseguivano una poesia ricca di metafore stravaganti. Ma in lui stavano già insinuandosi i primi dubbi sulla effettiva forza rigeneratrice della Rivoluzione, almeno nel vagheggiato senso contadino. Recatosi all’estero (si era sposato con la celebre danzatrice Isadora Duncan) e accortosi, al suo rientro in patria, che la Russia ufficiale quando non lo osteggia lo ignora, attraversa una profonda crisi morale e intellettuale, cui seguono anni di sregolatezze e di scandali, di cui sono testimonianza il poema Confessioni di un teppista (1921) e le liriche di Mosca delle bettole (1924). Il poeta chiuderà tragicamente la propria esistenza, suicidandosi, nel 1925.