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L’angolo della Poesia

Arte Poetica

Tra ombra e spazio, tra guarnigioni e fanciulle,

dotato di un cuore singolare e di sogni funesti,

vertiginosamente pallido, smorto nella fronte,

e con lutto di vedovo furioso per ogni giorno di vita,

ahi per ogni acqua invisibile che bevo sonnolento

e di tutti i suoni che accolgo trepidando,

ho la stessa sete assente e la stessa febbre fredda,

un udito che nasce, un’angustia indiretta,

quasi arrivassero ladri o fantasmi,

e in un guscio di estensione fissa e profonda,

come un cameriere umiliato, come una campana

un po’ fioca,

come un antico specchio, come un tanfo di casa sola

in cui gli ospiti entrano di notte perdutamente ubriachi,

e c’è un afrore di biancheria buttata per terra e

un’assenza di fiori

  • o forse in modo diverso, ancor meno malinconico -,

ma, a dire il vero, di colpo, il vento che frusta il mio

petto,

le notti di sostanza infinita cadute nella mia camera,

il brusio di un giorno che brucia con sacrificio

mi chiedono quant’ho di profetico, con malinconia,

e un eccesso di oggetti che chiamano senza risposta

c’è ancora e un moto senza tregua e un nome confuso.

Pablo Neruda – Poesie

L’angolo della Poesia

I fiumi – 2

ma quelle occulte

mani

che mi intridono

mi regalano

la rara

felicità

ho ripassato

le epoche

della mia vita

questi sono

i miei fiumi

questo è il Serchio

al quale hanno attinto

duemil’anni forse

di gente mia campgnola

e mio padre e mia madre

questo è il Nilo

che mi ha visto

nascere e crescere

e  ardere d’inconsapevolezza

nelle estese pianure

questa è la Senna

e in quel suo torbido

mi sono rimescolato

e mi sono conosciuto

questi sono i fiumi

contati nell’Isonzo

questa è la mia nostalgia

che in ognuno

mi traspare

ora ch’è notte

che la mia vita mi pare

una corolla di tenebre.

Giuseppe Ungaretti

Da L’allegria ho tratto questa famosa poesia composta sul Carso, in trincea dove Ungaretti combatté da semplice fante durante la prima guerra mondiale.

E’ la notte del 16 agosto 1916; il poeta ricorda che nella mattinata si era immerso nell’Isonzo per ristorare il corpo affaticato. Questo semplice, umanissimo episodio fa tornare alla memoria il ricordo di altri fiumi ai quali sono legate le epoche della vita del poeta; il Serchio, che scorre in Lucchesia, donde ebbe origine la famiglia del poeta; il Nilo, presso il quale, ad Alessandria d’Egitto, egli stesso nacque; la Senna, il fiume di Parigi, dove il poeta studiò e si formò spiritualmente e conobbe meglio se stesso.

Da questi ricordi nasce un amaro senso di pena e di dolore.

L’angolo della Poesia

I fiumi

Mi tengo a quest’albero mutilato

abbandonato in questa dolina

che ha il languore

di un circo

prima o dopo lo spettacolo

e guardo

il passaggio quieto

delle nuvole sulla luna

stamani mi sono disteso

in un’urna d’acqua

e come una reliquia

ho riposato

l’Isonzo scorrendo

mi levigava

come un suo sasso

ho tirato su

le mie quattr’ossa

e me ne sono andato

come un acrobata

sull’acqua

mi sono accoccolato

vicino ai miei panni

sudici di guerra

e come un beduino

mi sono chinato

a ricevere

il sole

questo è l’Isonzo

e qui meglio

mi sono riconosciuto

una docile fibra

dell’universo

il mio supplizio

è quando

non mi credo

in armonia

Giuseppe Ungaretti – continua domani.

L’angolo della Poesia

Uomo del mio tempo

Sei ancora quello della pietra e della fionda,

uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,

con le ali maligne, le meridiane di morte,

  • T’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,

alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,

con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,

senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,

come sempre, come uccisero i padri, come uccisero

gli animali che ti videro per la prima volta.

E questo sangue odora come nel giorno

quando il fratello disse all’altro fratello:

“Andiamo ai campi”. E quell’eco fredda, tenace,

è giunta fino a te, dentro la tua giornata.

Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue

salite dalla terra, dimenticate i padri:

le loro tombe affondano nella cenere,

gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Salvatore Quasimodo – da Giorno dopo giorno – Mondadori – Milano

L’angolo della Poesia

Senza titolo

Tutti eravamo là

A porgere il sapone dicendo

  • Dovete solo pulirvi -.

Oh il lamento ferito dei bimbi

aggrappati alle carni materne

nell’osceno groviglio ululante

al primo getto di gas.

Tutti eravamo là

a prendere il sapone tremanti.

Pugni senza speranza

battevano ritmi neri

contro le porte studiate

can calcoli esatti.

Il canto dei salmi moriva

sui gemiti sempre più fiochi

Siamo ancora là,

sempre,

tutti.

Non sono tornati gli uccelli

scacciati dal fumo dei forni.

Reclinare il viso

sul tuo seno caldo

in cerca di luce

per l’animo spento.

Anonimo

Pochi versi senza titolo, senza autore. I campi di concentramento nazisti. I poveri prigionieri che vivono gli ultimi istanti della loro misera esistenza. I loro sentimenti. Le emozioni. E l’attesa, l’attesa di quel momento prossimo. Bambini, donne, uomini tutti accumunati da un unico tragico destino dettato dalla crudeltà umana.

Un commento alla Poesia del giorno

  1. Ritorna in prigione: ripiomba cioè, nello stato d’animo che aveva mentre era in prigione. E’ da ricordare che la poesia fu scritta a Brancaleone Calabro, dove Pavese era confinato, nell’ottobre 1935.
  2. L’idea di libertà si identifica, per il carcerato, con la libera, velocissima corsa delle lepri. Ma, una volta libero, l’uomo si ritrova oppresso dalla nebbia d’inverno, dai muri di strade, dall’acqua fredda, e la “prigione” rivive ogni volta che morde in un pezzo di pane.
  3. dopo: quando sarà tornato in libertà.
  4. che sapeva di lepre in prigione: che richiamava il pensiero della libertà.

Un commento alla poesia

Il ricordo della prigione non abbandona mai l’uomo che vi è stato. La libertà sognata fra le mura di un carcere non si riacquista uscendone, perché l’isolamento materiale si trasforma in solitudine esistenziale per l’uomo. E’ il concetto essenziale di questa poesia.

I campi arati, il ciuffo di rovi spogliati lungo l’argine, già verde in agosto e, prima, i riferimenti alla città, all’osteria, alla stalla, richiamano il giudizio espresso dallo stesso Pavese su Lavorare stanca, sua prima raccolta poetica, definita “L’avventura dell’adolescente che, orgoglioso della sua campagna, immagina consimile la città, ma vi trova la solitudine e vi rimedia col sesso e la passione che servono soltanto a sradicarlo e gettarlo lontano da campagna e città, in una più tragica solitudine che è la fine dell’adolescenza”.

Arte – Cultura – Personaggi

Rabindranath Tagore

Un commento alla poesia del giorno

Il poeta e filosofo indiano Rabindranath Tagore, premio Nobel 1913, è l’autore di questa semplice e sublime poesia, che possiamo definire un inno alla operosità degli uomini di buona volontà: anche tra gli affanni e le guerre, mentre imperi vanno in rovina, il lavoro degli uomini segna il trionfo della pace e dell’amore.

La poesia fu scritta da Tagore ottantenne, pochi mesi prima della morte: nella sua vastissima opera domina sempre una visione mistica della vita e un senso profondo di pace, sì che giustamente è stato detto che l’intera sua vita fu un cantico d’amore.

La vita

Nato a Calcutta nel 1861 da famiglia ricca e aristocratica, Rabindranath Tagore studiò giurisprudenza in Inghilterra.

Tornato presto in patria, coltivò diverse forme d’arte: poesia, narrativa, teatro, musica, filosofia.

Viaggiò in Europa, in Asia, in America ed assorbì alcuni contenuti della cultura occidentale.

Esordì molto giovane come narratore, ma la prima opera che lo consacrò alla fama fu la raccolta di poesie Canti d’offerta uscita nel 1913.

Dei moltissimi libri di Tagore ricordiamo: i romanzi Il naufragio, Gora, La casa e il mondo; i drammi teatrali La vendetta della natura, Il re, Ciclo di primavera; le raccolte poetiche Il bambino, Il giardiniere, Frontiera, Sul letto d’infermo, Guarigione.

Tagore morì a Santiniketan presso Bolpur, nel Bengala, nel 1941.

L’angolo della Poesia

Inno di vita

Quando il mio sguardo (1) getto su questa terra di polvere,

vedo l’immensa accolta d’uomini –

Cantando essi vanno d’età in età ognun per vie diverse,

compiendo lor bisogna (2) in vita e in morte.

Vogano, seminano, mietono;

lavorano nei campi ed in città.

Vano è il reale ombrello; (3)

il grido di guerra più non s’ode;

la colonna della vittoria oblia il senso suo;

gli occhi iniettati di sangue, con loro armi bagnate di sangue,

si celano nelle ninne-nanne. (4)

Ma gli uomini lavorano di contrada in contrada

vicino e lontano.

Col loro brusìo, col loro canto,

fanno risuonare il mondo.

L’inno di vita suona notte e dì

nella loro gioia, nei loro affanni.

Imperi vanno in rovina –

Pure, essi lavorano

Rabindranath Tagore – da Le ali della morte

  1. Il mio sguardo: da non intendere in senso fisico. Il poeta vede con l’immaginazione uomini che vanno d’età in età, per vie diverse.
  2. Bisogna: gesti, attività.
  3. Il reale ombrello: l’emblema della sovranità.
  4. Tutto si dissolve nel nulla: le guerre, le vittorie, le stragi si celano nelle ninne-nanne: rimane solo il brusìo, che diviene canto, degli uomini che lavorano.

Cesare Pavese – un commento alla poesia

Tutta l’esistenza di Pavese è contrassegnata da un tragico senso della solitudine dell’uomo e della ricerca di comunicazione con gli altri: compagni di lavoro, compagni di lotta, donne amate.

Ma egli non riuscì mai a vivere davvero la sua vita specialmente nel rapporto con gli altri, e le sue frustrazioni sentimentali e politiche, la solitudine e l’impossibilità di comunicare realmente con il mondo circostante lo portarono fatalmente a confessare il proprio fallimento e la propria inettitudine alla vita, spingendolo alla ricerca della morte.

Il suo suicidio, al di là del pretesto, non fu un suicidio per amore, ma un volontario distacco da un’esistenza che già non gli apparteneva più.

Nel 1937 aveva scritto: “Non riesco a pensare una volta alla morte senza tremare a questa idea: verrà la morte necessariamente, per cause ordinarie, preparata da tutta una vita, infallibile tant’è vero che sarà avvenuta. Sarà un fatto naturale come il cadere di una pioggia. E a questo non mi rassegno: perché non si cerca la morte volontaria, che sia affermazione di libera scelta, che esprima qualcosa? Invece di lasciarsi morire? Perché? Per questo. Si rimanda sempre la decisione sapendo – sperando – che un altro giorno, un’altra ora di vita potrebbero essere affermazione, espressione di un’ulteriore volontà che, scegliendo la morte, escluderemmo. Perché insomma – parlo di me – si pensa che ci sarà sempre tempo. E verrà il giorno della morte naturale. E avremo perso la grande occasione di fare per una ragione l’atto più importante di tutta una vita”.

L’angolo della Poesia

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

Quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese