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Arte – Cultura – Personaggi

Rabindranath Tagore

Un commento alla poesia del giorno

Il poeta e filosofo indiano Rabindranath Tagore, premio Nobel 1913, è l’autore di questa semplice e sublime poesia, che possiamo definire un inno alla operosità degli uomini di buona volontà: anche tra gli affanni e le guerre, mentre imperi vanno in rovina, il lavoro degli uomini segna il trionfo della pace e dell’amore.

La poesia fu scritta da Tagore ottantenne, pochi mesi prima della morte: nella sua vastissima opera domina sempre una visione mistica della vita e un senso profondo di pace, sì che giustamente è stato detto che l’intera sua vita fu un cantico d’amore.

La vita

Nato a Calcutta nel 1861 da famiglia ricca e aristocratica, Rabindranath Tagore studiò giurisprudenza in Inghilterra.

Tornato presto in patria, coltivò diverse forme d’arte: poesia, narrativa, teatro, musica, filosofia.

Viaggiò in Europa, in Asia, in America ed assorbì alcuni contenuti della cultura occidentale.

Esordì molto giovane come narratore, ma la prima opera che lo consacrò alla fama fu la raccolta di poesie Canti d’offerta uscita nel 1913.

Dei moltissimi libri di Tagore ricordiamo: i romanzi Il naufragio, Gora, La casa e il mondo; i drammi teatrali La vendetta della natura, Il re, Ciclo di primavera; le raccolte poetiche Il bambino, Il giardiniere, Frontiera, Sul letto d’infermo, Guarigione.

Tagore morì a Santiniketan presso Bolpur, nel Bengala, nel 1941.

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L’angolo della Poesia

Inno di vita

Quando il mio sguardo (1) getto su questa terra di polvere,

vedo l’immensa accolta d’uomini –

Cantando essi vanno d’età in età ognun per vie diverse,

compiendo lor bisogna (2) in vita e in morte.

Vogano, seminano, mietono;

lavorano nei campi ed in città.

Vano è il reale ombrello; (3)

il grido di guerra più non s’ode;

la colonna della vittoria oblia il senso suo;

gli occhi iniettati di sangue, con loro armi bagnate di sangue,

si celano nelle ninne-nanne. (4)

Ma gli uomini lavorano di contrada in contrada

vicino e lontano.

Col loro brusìo, col loro canto,

fanno risuonare il mondo.

L’inno di vita suona notte e dì

nella loro gioia, nei loro affanni.

Imperi vanno in rovina –

Pure, essi lavorano

Rabindranath Tagore – da Le ali della morte

  1. Il mio sguardo: da non intendere in senso fisico. Il poeta vede con l’immaginazione uomini che vanno d’età in età, per vie diverse.
  2. Bisogna: gesti, attività.
  3. Il reale ombrello: l’emblema della sovranità.
  4. Tutto si dissolve nel nulla: le guerre, le vittorie, le stragi si celano nelle ninne-nanne: rimane solo il brusìo, che diviene canto, degli uomini che lavorano.

Cesare Pavese – un commento alla poesia

Tutta l’esistenza di Pavese è contrassegnata da un tragico senso della solitudine dell’uomo e della ricerca di comunicazione con gli altri: compagni di lavoro, compagni di lotta, donne amate.

Ma egli non riuscì mai a vivere davvero la sua vita specialmente nel rapporto con gli altri, e le sue frustrazioni sentimentali e politiche, la solitudine e l’impossibilità di comunicare realmente con il mondo circostante lo portarono fatalmente a confessare il proprio fallimento e la propria inettitudine alla vita, spingendolo alla ricerca della morte.

Il suo suicidio, al di là del pretesto, non fu un suicidio per amore, ma un volontario distacco da un’esistenza che già non gli apparteneva più.

Nel 1937 aveva scritto: “Non riesco a pensare una volta alla morte senza tremare a questa idea: verrà la morte necessariamente, per cause ordinarie, preparata da tutta una vita, infallibile tant’è vero che sarà avvenuta. Sarà un fatto naturale come il cadere di una pioggia. E a questo non mi rassegno: perché non si cerca la morte volontaria, che sia affermazione di libera scelta, che esprima qualcosa? Invece di lasciarsi morire? Perché? Per questo. Si rimanda sempre la decisione sapendo – sperando – che un altro giorno, un’altra ora di vita potrebbero essere affermazione, espressione di un’ulteriore volontà che, scegliendo la morte, escluderemmo. Perché insomma – parlo di me – si pensa che ci sarà sempre tempo. E verrà il giorno della morte naturale. E avremo perso la grande occasione di fare per una ragione l’atto più importante di tutta una vita”.

L’angolo della Poesia

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

Quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese

L’angolo della Poesia

Lamento per il Sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore

di donna del nord, la distesa di neve…

Il mio cuore è ormai su queste praterie,

in queste acque annuvolate dalle nebbie. (1)

Ho dimenticato il mare, la grave

conchiglia soffiata dai pastori siciliani,

le cantilene dei carri lungo le strade

dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,

ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru

nell’aria dei verdi altipiani

per le terre e i fiumi della Lombardia. (2)

Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.

Più nessuno mi porterà nel sud. (3)

Oh, il sud è stanco di trascinare morti

in riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,

costringono i cavalli sotto coltri di stelle,

mangiano fiori d’acacia lungo le piste

nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse. (4)

Più nessuno mi porterà nel sud.

E questa sera carica d’inverno

è ancora nostra, e qui ripeto a te

il mio assurdo contrappunto

di dolcezze e di furori,

un lamento d’amore senza amore. (5)

Salvatore Quasimodo – da La vita non è sogno.

  1. Il poeta non lo dice ma non è difficile intendere che Milano è la sua nuova patria, una patria che egli ama ed odia con lo stesso ardore con cui ama e odia ad un tempo la sua terra d’origine. Le immense pianure, le acque coperte di nebbia e d’umido gli sono entrate nel cuore pur senza consolarlo del tutto della prima patria ormai perduta. Inutile chiedersi chi sia la donna del nord a cui si rivolge.
  2. Come da un mondo di favola che il cuore conobbe fanciullo emergono voci, immagini, fantasie riscaldate dal rimpianto che mostra tutto ciò che più non si ha come meravigliosamente bello: la potenza e infinità del mare, il suono lungo e profondo della conchiglia che consola la solitudine dei pastori erranti per i monti impervi, le cantilene di sapore arabo che i carrettieri sospirano lungo le polverose e assolate strade della Sicilia, il fumo delle stoppie bruciate sono segno di un amore sempre più vivo per la propria lontana terra.
  3. Questo verso che tonerà ancora è forse quello più genuinamente siciliano di Quasimodo perché in esso è la disperata e pur dignitosa coscienza di un fato contro il quale è vano lottare: il nostro poeta si volle allontanare un giorno dalla sua isola, volle uscire per cercare un nuovo mondo, e per questo non gli è consentito ritorno seppure l’amore per la terra lasciata sia cresciuto.
  4. E’ questo il brano più storicamente vero, più tragicamente sentito dal poeta: per questo la sintesi di tanti eventi, di tante dominazioni, di tante sciagure e di tante miserie si può ritrovare nelle piste (non sono neppure strade) rosse di sangue oggi come e più di ieri, come sempre.
  5. Tornare alla vita, accettarla con tutte le sue ingiustizie e contraddizioni, ripetere a sé e alla persona amata voci d’amore e di odio, d’amore senza amore, è ancora ritrovare la via di una sia pur momentanea serenità, di una provvisoria pace con se stessi e col mondo.

Salvatore Quasimodo ama e odia a un tempo la sua terra e, lontano, ne sente una struggente nostalgia che diventa anche capacità di vedere e di sintetizzare felicemente la storia intima, che è quella più vera, della Sicilia e, più in generale, del Sud d’Italia. In questo lamento la pianura lombarda, tanto diversa dalla solare e barbarica terra di Sicilia, costituisce il naturale contrasto fisico che è il segno esteriore di un altro ben più grave e ben più profondo contrasto spirituale, ma anche la condizione prima per intendere e compiangere la sorte di tante generazioni che l’ignoranza, l’oppressione, la natura stessa sembrano aver condannato a trascinare i morti in riva alle paludi di malaria e ad urlare impotenti bestemmie con l’eco dei suoi pozzi. Il motivo della nostalgia poi si fa disperato per la certezza della impossibilità del ritorno, per la fatalità che sembra aver condannato anche il poeta, come nel corso dei secoli e dei millenni ha condannato le genti che nel Sud hanno avuto la odiosamata loro patria. Così il canto assume forme nuove e apparentemente contraddittorie, diviene assurdo contrappunto di dolcezze e di furori, protesta ed atto d’amore che, particolarmente in certi momenti, tocca punte sublimi: come quello dei fanciulli che tornano sui monti e costringono i cavalli sotto coltri di stelle.

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Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo nacque a Modica (Ragusa) nel 1901. Seguì studi tecnici a Palermo e Messina e poi al Politecnico di Roma, coltivando anche da autodidatta lo studio del greco e del latino.

Interrotti gli studi a causa delle ristrettezze economiche, fu costretto a cercar lavoro, ed accettò impieghi modesti, fino a quando nel 1928 divenne funzionario del Genio Civile: per un decennio viaggiò continuamente per l’Italia per motivi di lavoro, finché si stabilì definitivamente a Milano, dopo aver abbandonato l’impiego nel 1938. Intanto aveva pubblicato alcune raccolte di poesie che, in una redazione riveduta e definitiva, furono successivamente riunite nel volume Ed è subito sera (1942).

Quasimodo aveva già chiaramente definito quella che è stata detta poetica della parola: ogni poeta – dirà egli stesso – “si riconosce non soltanto dalla sua voce ritmica o interna, ma soprattutto dal suo linguaggio, da quel particolare vocabolario e da quella sintassi che ne denunziano la personalità attraverso una determinazione spirituale”.

Le poesie pubblicate dopo la guerra, raccolte nei volumi Giorno dopo giorno, La vita non è sogno, Il falso e vero verde, La terra impareggiabile, e Dare e avere, testimoniano un allargamento dei suoi interessi spirituali, umani e sociali.

Quasimodo si accostò spesso al mondo classico per dare il suo linguaggio poetico ai lirici greci, ad Omero, ad Eschilo, a Sofocle, ad Euripide, a Virgilio, a Catullo, ad Ovidio e a tanti altri.

Nel 1959 gli venne conferito il premio Nobel. Morì a Napoli nel 1968.

L’angolo della Poesia

Ho sceso milioni di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. (1)

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede. (2)

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue. (3)

Eugenio Montale – da Satura

  1. Non si tratta, ovviamente, di appoggio materiale: il poeta vedeva nella moglie la confidente amorosa e comprensiva che gli rendeva meno difficoltoso il cammino della vita.
  2. Ormai il poeta, costretto a proseguire da solo, non vede le ragioni stesse della vita che si mostra sotto aspetti ingannevoli e non rispondente alla realtà apparente.
  3. La signora Drusilla Tanzi, moglie del poeta, era molto miope, tanto da essere affettuosamente soprannominata “la Mosca” dal marito e dagli amici. Tuttavia era quella che riusciva a vedere meglio del poeta, nel senso che sapeva guidarlo come chi ha più discernimento. L’omaggio reso alla memoria della moglie con questa poesia è di una delicatezza commovente.

L’angolo della Poesia

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

Salvatore Quasimodo – da Ed è subito sera.

La disperata condizione umana, che si risolve nella tragica solitudine dell’individuo che cerca di vivere e di amare, ma che non ha tempo di vedere neppure quanto la vita possa offrire, è sintetizzata in modo ineguagliabile in questa che, più che una poesia, si potrebbe meglio definire una intuizione folgorante, racchiusa e quasi imprigionata nel corso di tre versi.

Le parole assumono, in questo caso, tutta una particolare concretezza e sembrano voler veramente abbracciare il mondo.