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Note e commenti alla Poesia

Immagini della Roma belliana – Un particolare dell’Atrio del Portico di Ottavia.

Note

  1. crature: creature, figli.
  2. mommò viè tata: fra un po’ viene papà.
  3. provedeteme: pensate a me, aiutatemi.
  4. viscere mie care: l’espressione corrispondente potrebbe essere “sangue del mio sangue”.
  5. accorata: ferita al cuore, disperata.
  6. Lui quarche… abbuscata: vostro padre (lui) certamente avrà guadagnato (abbuscata) un po’ di denaro.
  7. Pijeremo: prenderemo, acquisteremo.
  8. Si capissivo: se voi poteste capire.
  9. ojo: olio, per accendere il lume.
  10. nun mettete: non metterti, non stare.
  11. viè: vieni.
  12. t’ariscalla: ti riscalda.

Commento

Ancora un quadro tipicamente belliano, questo della “famiglia poverella”, con cui concludo la breve rassegna dei sonetti presentativi. Possiamo tuttavia trarre qualche considerazione di carattere generale.

Belli sembra voler capovolgere i naturali rapporti di forza fra le classi: è la plebe, dal fondo della piramide, che giudica chi sta sopra di lei.

Lo Stato teocratico si basa, per il poeta, sull’ingiustizia e sulla sopraffazione, la miseria è la condizione immutabile della plebe, eppure in questo misero stato essa è più buona, più umana, ed il giudizio sulle classi elevate, diretto o indiretto, è sempre feroce.

Così gli umili sono i giudici, sono seri nella loro misera condizione, nella loro spicciola filosofia, ed i potenti vengono coperti di ridicolo, ridotti a macchiette.

È un modo schietto ed autentico di ristabilire l’eguaglianza: se nella storia i rapporti di forza stabiliscono che il potente giudichi il plebeo, nella vita quotidiana descritta dal Belli è l’umile che veramente sa giudicare e comprendere la commedia spesso amara della vita.

L’angolo della Poesia

La famija poverella

Quiete, crature (1) mie, stateve quiete;

sì, fiji, zitti, ché mommò viè tata. (2)

Oh Vergine der Pianto addolorata,

provedeteme (3) voi che lo potete.

Nò, viscere mie care, (4) nun piagnete:

nun me fate morì cusì accorata. (5)

Lui quarche cosa l’averà abbuscata, (6)

e pijeremo (7) er pane, e magnerete.

Si capìssivo (8) er bene che ve vojo!…

Che dichi, Peppe? Nun vòi stà a lo scuro?

Fijo, com’ho da fa si nun c’è ojo? (9)

E tu, Lalla, che hai? Povera Lalla,

hai freddo? Ebbè, nun méttete (10) lì ar muro:

viè (11) in braccio a mamma tua che t’ariscalla. (12)

Giuseppe Gioachino Belli – dai Sonetti

Note e commento alla poesia del giorno

Veduta della Roma belliana – l’atrio del Portico di Ottavia – un particolare

Note

  1. “Non occorre poi molto, Monsignore”. Non si dimentichi che nello Stato Pontificio le cariche pubbliche eran tenute esclusivamente dagli ecclesiastici.
  2. “A starsene a sedere li (sullo scranno) ad emettere sentenze contro la gente”.
  3. “L’impegno più vero consiste nel vedergli il cuore”.
  4. La giustizia, vuol dire il Belli, persegue i rei in base alle loro azioni e non in base ai loro pensieri.
  5. E’ la chiara dimostrazione del pentimento, che significa già inizio di redenzione.
  6. Ecco il punto: rubare è male, ma rubare per bisogno è umano e merita compassione e comprensione.
  7. “Si dovrebbe comprendere come e quanto soffre un povero diavolo, invece di starsene lì a giudicare a pancia piena”.

Commento

E’ il solito motivo della povera gente che spesso ruba non per vizio o per malanimo, ma perché costretta dal bisogno e dalla fame: è, purtroppo, questo l’assurdo necessario della legge, la quale deve spesso punire, anche se, umanamente, il giudice dovesse esser convinto che egli stesso, trovandosi nello stesso caso, agirebbe come il reo che sta giudicando.

Il discorso che in questo sonetto viene tenuto dal “povero ladro” ha tanta sincerità di toni e sembra veramente fatto da chi è sinceramente pentito del suo errore e perciò redento; per questa ragione il contrasto fra chi giudica a pancia piena e il ladro indotto a rubare dalla fame, perde ogni carattere polemico ed iroso e diviene una onesta, timida voce che invoca aiuto e comprensione e indulgenza: il miracolo per cui le ragioni della giustizia si possono incontrare e possano convivere con quelle della umanità, non può operarlo altri che il giudice.

L’angolo della Poesia

Er povero ladro

Nun ce vò mica tanto, Monsignore, (1)

de stà li a sède a sentenzià la gente, (2)

e de dì: questo è reo, quest’è innocente.

Er punto forte è de vedéje er core. (3)

Sa quanti rei de drento hanno più onore

che chi de fòra nun ha fatto gnente? (4)

Sa lei che chi fa er male e se ne pente,

è mezz’angelo e mezzo peccatore?

Io so’ ladro, lo so e me ne vergogno: (5)

però l’obbrigo suo sarìa de vede

sì ho rubbato pè vizzio o pe’ bisogno. (6)

S’averìa de capì quer che se pena

da un pover’omo, in cammio de stà a sede,

sentenzianno la gente a panza piena. (7)

Giuseppe Gioachino Belli – dai Sonetti

Note e commento alla poesia del giorno

Note

  1. “In questo nostro paese tutti i pensieri, tutte le loro carità cristiane sono per i morti; e appena muore un cane, gli si sciolgono tutte le cinture (cioè, si dà via libera ad ogni sfogo premuroso)”.
  2. Ed ecco cosa spetta ai morti: “E bare e candele e incensieri e benedizioni solenni e recita di preghiere e campane a morto e messe e catafalchi e mance e indulgenze ed epitaffi e cimiteri!…”.
  3. “Per contro per i vivi, poverini, tasse, ghigliottine, documenti, limitazioni, prigioni e torture. E dire che, via, i vivi, buoni o cattivi che siano, restano sempre qualcosa di meglio che i morti: non per altro, almeno, per il fatto di esser vivi”. La Mano Regia consisteva in un privilegio procedurale contro i debitori morosi, i quali, se entro tre giorni non saldavano i debiti, venivano privati di ogni avere mediante pignoramento ed espropriazione.

Commento

E’ uno dei più amari sonetti del Belli, che compone i suoi versi sotto l’urgenza dell’indignazione più viva. La falsa pietà di chi si mostra pietoso verso coloro che, morti, non possono più nuocerci o opporsi alle nostre malefatte, appare al poeta in tutta la sua sostanziale empietà. La vera pietà, infatti, non consiste nei riti esteriori, nelle manifestazioni rumorose o nelle parate ufficiali, ma nell’onesta vita e nella capacità di giovare al prossimo. E invece, generalmente, ci si contenta delle esteriorità di cui proprio i morti sono l’oggetto, se non le vittime.

Immagini della Roma Belliana – Piazza di Spagna – un particolare

L’angolo della Poesia

L’amore de li morti

A sto paese tutti li pensieri,

tutte le lòro carità cristiane

so’ pe’ li morti; e appena more un cane,

je se smoveno tutti li braghieri. (1)

E cataletti e moccoli e incensieri

e asperge e uffizi e musiche e campane

e messe e catafarchi e bonemane

e indurgenze e pitaffi e cimiteri!… (2)

E intanto pe’ li vivi, poveretti!,

gabbelle, ghijottine, passaporti,

manoreggie, galere e cavalletti.

E li vivi poi poi, boni o cattivi,

so’ quarche cosa mejo de li morti:

nun fuss’antro pe’ questo che so vivi. (3)

Giuseppe Gioachino Belli – dai Sonetti

Note e commenti alla poesia del giorno

Note alla poesia del giorno

  1. orloggio: orologio. Si noti come la trascrizione popolare romanesca faccia sparire la vocale che precede l’accento tonico e raddoppi la consonante che ad esso segue.
  2. Pe’ questo… ghetti: per questa ragione occorre fare tutto questo chiasso… Ghetti erano i quartieri, e a Roma ce n’era uno popolosissimo, dove erano costretti a vivere, in una specie di odioso isolamento, gli ebrei, i quali vi tenevano mercato e perciò facevano molto chiasso gridando la loro merce.
  3. Re-d’-uccelli: espressione popolare per dire “cosa o persona rarissima ed eccezionale”.
  4. La madre prima punta sulla pietà e sulla carità cristiana per cui anche i ladri, poveri peccatori, debbono proprio per questo essere amati come fratelli e redenti, poi pone una domanda un po’ cattiva, tentando di porre sotto accusa tutta la società.
  5. L’accusa si fa concreta e investe coloro cui è consentito di rubare veramente, cento volte più del povero ladruncolo, e a cui la società fa tanto di cappello: si striscia loro dinanzi riverenti e si pagano loro pure le spese.
  6. Nel tirar fuori i suoi argomenti in difesa del figlio, la povera donna non è certo molto abile: in fondo, per lei, il difetto del figlio non sta nel rubare, ma solo nel rubare poco e stupidamente: se Checco avesse rubato un milione sarebbe oggetto di venerazione e sarebbe quasi considerato un santo da raffigurare con un giglio, segno di purezza, in mano.

Commento alla Poesia del giorno

“Borzaroletto” significa letteralmente “piccolo borsaiolo”, borsaiolo da pochi soldi: un povero sciagurato, uno dei tanti poveri diavoli che, nella carriera poco onorevole del furto, si sono fermati al primo gradino, il più basso. E’ ovvio che per una madre il figlio, anche il peggiore, sia un povero ragazzo contro il quale si accanisce la società; altrettanto ovvio è che una madre chiami ingiusta una società che colpisce con tanta sicurezza il piccolo ladruncolo mentre è tanto lenta e forse mal disposta e, a volte, incapace di colpire i grandi ladri, quelli più qualificati e più titolati. E questa non è solo la maniera di pensare e di sentire di una madre, ma di tutto il popolo.

Un’immagine della Roma Belliana – Un particolare di Piazza di Spagna