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Arte – Cultura – Personaggi Un commento alla Poesia

Adelchi

Nell’Adelchi, la tragedia in cinque atti che il Manzoni scrisse dal 1820 al 1822, si narra la drammatica fine del dominio del Longobardi in Italia per opera del re dei Franchi Carlo Magno, e l’azione comprende le vicende di tre anni, dal 772 al 774.

Carlo Magno, invocato dal papa Adriano I, scende in Italia, dopo aver ripudiato la moglie Ermengarda, figlia del re dei Longobardi Desiderio e sorella del valoroso e generoso Adelchi; dopo che invano l’esercito franco ha cercato di attraversare il valico situato tra le montagne alpine che segnavano il confine tra i due regni, Carlo Magno riesce a sorprendere alle spalle l’esercito longobardo col provvidenziale aiuto del diacono Martino, e successivamente espugna ad una ad una le città nelle quali sono andati a chiudersi Desiderio, Adelchi e i pochi duchi rimasti fedeli.

L’infelice Ermengarda, che, malgrado la terribile offesa ricevuta, è ancora innamorata del marito Carlo, si spegne, consunta dal dolore, nel monastero di Brescia, prima che la città cada nelle mani dei Franchi.

La tragedia si conclude con la morte di Adelchi dinanzi allo sguardo fatto pietoso di Carlo ed a quello di Desiderio prigioniero.

Il coro di Ermengarda

L’azione del coro si svolge nel giardino del monastero di San Salvatore, a Brescia, dove Ermengarda, figlia di Desiderio e sorella di Adelchi, si è ritirata, in cerca di una pace dello spirito che non riesce a trovare, innamorata com’è, ancora, del marito Carlo Magno che per ragion di Stato l’ha ripudiata.

Ermengarda muore consunta dal dolore, mentre il regno longobardo crolla sotto i colpi dei Franchi vittoriosi. Ma la vicenda terrena della sventurata donna perde in questo coro le sue caratteristiche di concretezza e di contingenza per innalzarsi su un piano ideale, quello, per dirla col Manzoni, della “provida sventura”.

L’angolo della Poesia

Il coro di Ermengarda

Sparsa le trecce morbide

sull’affannoso petto,

lente le palme, e rorida

di morte il bianco aspetto,

giace la pia, col tremolo

sguardo cercando il ciel.

Cessa il compianto; unanime

s’innalza una preghiera:

calata in su la gelida

fronte, una man leggiera

sulla pupilla cerula

stende l’estremo vel.

Sgombra, o gentil, dall’ansia

mente i terrestri ardori;

leva all’Eterno un candido

pensier d’offerta, e muori:

fuor della vita è il termine

del lungo tuo martir.

Tal della mesta , immobile

Era quaggiuso il fato;

sempre un obblio di chiedere

che le sarìa negato;

e al Dio de’ Santi ascendere,

santa del suo patir.

Ahi! nelle insonni tenebre,

pei claustri solitari,

tra il canto delle vergini,

ai supplicati altari,

sempre al pensier tornavano

gl’irrevocati dì;

Alessandro Manzoni – continua domani.

Note alla Poesia Marzo 1821

Soffermati: dopo aver varcato il Ticino, che segnava una barriera non solo fisica tra piemontesi e lombardi, è naturale che i nuovi Italiani si soffermino un attimo a ripensare all’impresa compiuta, per ricontrollarne la validità morale, per misurare quasi la grandezza di essa e il successivo impegno per l’avvenire.

arida sponda: i patrioti si sono inoltrati fino alla parte non più bagnata dalle acque.

tutti assorti: non la gloria o la gioia dell’impresa compiuta, ma la chiara coscienza di un dovere che resta ancora da condurre a termine e la visione delle difficoltà ancora da affrontare, determinano questo atteggiamento.

antica virtù: la virtù dei padri.

Un giuramento semplice, lineare, ovvio, che è espresso in forma epigrafa.

Il giuramento non è rimasto isolato, perché altri spiriti forti rispondevano a quel giuramento (giuro).

da fraterne contrade: da regioni abitate da altri che si sentivano ugualmente italiani e che la politica aveva divisi con confini non segnati dalla natura; non si tratta solo della Lombardia, ma anche di altre regioni; è, insomma, tutta l’Italia, almeno nella immaginazione del poeta, che si sveglia e che in un primo tempo si prepara in tutta segretezza (affilando nell’ombra le spade), fin quando viene il grande momento della lotta aperta, condotta con chiara visione dei fini da raggiungere.

levate: sguainate.

scintillano al sol: in contrasto con la preparazione condotta tutta in segreto e nella paura.

Il giuramento vien pronunciato secondo la formula tradizionale: darsi la destra, ripetere la formula resa sacra dalla volontà di sacrificio che chiama Dio a testimonio; chiarezza di finalità, senza soluzioni intermedie o di compromesso; o liberi o morti in comunità d’intenti, di azioni e di sorte.

Chi potrà… dolor: colui che potrà dividere e distinguere (scerner) le acque della duplice Dora (Dora Baltea e Dora Riparia), della Bormida che affluisce nel Tanaro, del Ticino e dell’Orba che scorre in mezzo alle selve (selvosa), dopo che queste acque si sono versate nel Po; colui che riuscirà a togliere al Po (stornargli) le acque (correnti) del Mella (rapido per la forza delle acque e per il forte declivio della sua valle) e dell’Oglio (le acque del Mella e dell’Oglio sono dette miste perché si uniscono prima di affluire nel Po); colui che potrà ritogliergli le acque che l’Adda, dopo averle ricevute da mille torrenti, ha versato nel suo letto, ebbene, costui riuscirà a spezzare e a dividere ancora (scindere) e a ridurre ancora una volta in tanti volghi degni di disprezzo, il popolo italiano risorto, ricacciandolo indietro contro la volontà dei fati e contro l’evoluzione portata dal seguito degli anni e dei secoli, riducendolo all’antico avvilimento e riportandolo ai dolori antichi (prischi).

una gente… mare: un popolo che o sarà libero tutto dalle Alpi fino al mare o sarà tutto per sempre schiavo.

In forma epigrafica vien data dal Manzoni la definizione di nazione, una definizione valida ancora oggi e che i nostri padri sentirono come dogma preciso quando dalla prima guerra d’indipendenza del 1848 fino al primo conflitto del 1915 combatterono e morirono per ridare all’Italia una realtà politica e geografica, ma soprattutto spirituale secondo la definizione manzoniana: l’unità di un popolo risulta dal concorrere della comunanza di lingua, di religione, di tradizioni, di origini, di ideali, delle quali cose l’unità delle armi è solo la conseguenza più appariscente e, nei momenti del comune pericolo, più efficace.

Viene ora descritto lo stato di avvilimento degli Italiani prima della loro resurrezione a dignità di nazione; in particolare lo sguardo si volge ad osservare lo stato dei lombardi, che ora sono insorti a rivendicare la libertà e l’unità della patria. Per l’esatta comprensione dei versi, ordina: “Il lombardo doveva stare nella sua terra con quel volto sfiduciato e avvilito, con quello sguardo volto a terra ed incerto con il quale sta un mendicante sopportato per pietà in terra straniera.

voglia: capriccio, arbitrio.

legge: precetto da osservare.

Il suo destino veniva stabilito dagli altri, senza che lui, che ne era la vittima, potesse intervenire nella decisione.

servire e tacer: ogni residuo di dignità sembrava per sempre distrutto e si concretava appunto nel servire ciecamente e bestialmente.

retaggio: eredità, diritto naturale, tradizione.

strappate le tende: affrettatevi ad andar via.

Sembrò, in effetti, che i moti del ’21 stessero per determinare uno sconvolgimento definitivo, da cui dovesse nascere l’italica libertà; il poeta precorre gli eventi, che, invece, ebbero sviluppo ed esito ben diversi e contrari alle aspirazioni dei patrioti.

barbari: in questo caso barbari perché opprimono un popolo, e non perché discendenti dagli Ostrogoti.

O stranieri! … ragion: gli Austriaci nel 1814, crollato il dominio napoleonico, avevano solennemente promesso, per bocca dell’arciduca Giovanni e di altri, che avrebbero ridato agli Italiani l’indipendenza loro tolta dai Francesi: ma poi, non solo non avevano tenuto fede all’impegno, ma avevano addirittura impedito con feroce repressione ogni anelito degli Italiani alla libertà. Il Manzoni accomuna in questa strofa Austriaci e Tedeschi, sia perché erano della stessa stirpe, sia perché i secondi approvavano e appoggiavano la politica dei primi; questi stranieri, dice il poeta, si erano obbrobriosamente macchiati di tradimento, intraprendendo una iniqua tenzone con gli Italiani (e qui il poeta allude agli Austriaci); questi stranieri, nei giorni in cui avevano subito il dominio napoleonico (in quei giorni) avevano invocato altamente (a stormo) l’aiuto di Dio per scacciare i Francesi oppressori (la forza straniera), proclamando la libertà di ogni gente e condannando l’iniqua ragione della spada (e qui si tratta dei Tedeschi che avevano preso le armi contro Napoleone, sconfiggendolo a Lipsia). Ricordate che l’ode è dedicata ad un eroe di quella lotta, a Teodoro Koerner, caduto a Lipsia.

preme: copre.

vostri oppressori: i Francesi di Napoleone, uccisi a Lipsia.

estranei signori: dominatori stranieri.

tanto amara… quei dì: fu per voi tanto amara, intollerabile nel tempo in cui foste oppressi.

chi v’ha detto… genti: perché dovete ritenere che la triste condizione (lutto) degli Italiani debba rimanere sempre tale (sterile, eterno)?

Il tono persuasivo che, sin dalla strofa precedente, ha fatto un po’ calare l’impeto dell’ode, prende qui una più evidente significazione. L’argomentazione è semplice, ma anche chiaramente minacciosa: quel Dio che udì i lamenti degli stranieri quando questi erano oppressi e che consentì loro di premere il corpo del loro oppressori, non potrà essere sordo ai lamenti degli Italiani, oggi oppressi da coloro che fino a ieri invocavano il suo aiuto.

Due esempi della giustizia divina, che non potrà mai venir meno; Dio sommerse (chiuse) nelle acque del Mar Rosso (nell’onda vermiglia) il malvagio (il rio) Faraone che col suo esercito inseguiva il popolo d’Israele in fuga per sottrarsi alla schiavitù d’Egitto; Dio pose il martello (maglio) nel pugno del virile (maschia) ebrea Giale e guidò il suo colpo, quando uccise nel sonno, conficcandogli un chiodo in testa, il nemico della sua gente. Sisara, capitano del tiranno Jabin, dopo averlo attirato nella sua tenda. In quest’ultimo esempio il Manzoni vede la volontà di Dio, che arma la mano del debole perché non soggiaccia al volere del prepotente.

l’ugne: le unghie.

dovunque… servaggio: dovunque è arrivato il dolente grido della tua lunga schiavitù.

dove ancor… non è: dove non è ancora abbandonata (deserta) ogni speranza nella dignità umana (lignaggio = stirpe).

dove ancor… matura: dove in segreto i popoli oppressi si preparano a conquistare la libertà.

ha lacrime: è compianta.

Troppe volte l’Italia ha confidato nell’aiuto straniero per porre fine alle sue condizioni di schiavitù: per questo con ansiosa attesa ha sperato di vedere (spiasti) apparire un amico stendardo dalle Alpi o ha teso lo sguardo sull’Adriatico e sul Tirreno (duplice mar) dove però non s’è vista alcuna nave amica (e per questi deserti).

Son finiti, dice il poeta, quei tempi tristi: ora all’Italia daranno aiuto i suoi stessi figli, impetuosamente insorti dal suo seno stesso (dal tuo seno sboccati), stretti intorno al santo tricolore, i quali nel dolore troppo a lungo patito hanno trovato la forza d’animo necessaria e la ferma decisione a combattere.

Oggi, o forti, lampeggi (baleni) sui volti l’ardore (furor) tanto a lungo covato nel segreto degli animi (menti segrete): si combatte per l’Italia, dunque dovete vincere! Il destino d’Italia, è affidato alle vostre spade (brandi). O la vedremo risorta per merito vostro, seduta al consesso (convito) dei popoli, con dignità pari a quella delle altre nazioni, o, vinta, resterà sotto l’orribile bastone dell’oppressore (l’orrida verga), più serva, più avvilita, più disprezzata di prima.

L’angolo della Poesia

Marzo 1821 – 3

Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia

chiuse il rio che inseguiva Israele,

quel che in pugno alla maschia Giaele

pose il maglio, ed il colpo guidò;

quel ch’è Padre di tutte le genti,

che non disse al Germano giammai:

va, raccogli ove arato non hai;

spiega l’ugne: l’Italia ti do.

Cara Italia! dovunque il dolente

grido uscì del tuo lungo servaggio;

dove ancor dell’umano lignaggio

ogni speme deserta non è;

dove già libertade è fiorita,

dove ancor nel segreto matura,

dove ha lacrime un’alta sventura,

non c’è cor che non batta per te.

Quante volte sull’Alpe spiasti

l’apparir d’un amico stendardo!

Quante volte intendesti lo sguardo

ne’ deserti del duplice mar!

Ecco alfin dal tuo seno sboccati,

stretti intorno a’ tuoi santi colori,

forti, armati de’ propri dolori,

i tuoi figli son sorti a pugnar.

Oggi, o forti, sui volti baleni

Il furor delle menti segrete:

per l’Italia si pugna, vincete!

Il suo fato sui brandi vi sta.

O risorta per voi la vedremo

al convito de’ popoli assisa,

o più serva, più vil, più derisa

sotto l’orrida verga starà.

Oh giornate del nostro riscatto!

O dolente per sempre colui

che da lunge, dal labbro d’altrui,

come un uomo straniero, le udrà!

Che a’ suoi figli narrandole un giorno,

dovrà dir sospirando: io non c’era;

che la santa vittrice bandiera

salutata quel dì non avrà.

Alessandro Manzoni

Arte – Cultura – Personaggi

Un commento ad Alessandro Manzoni e alla Poesia.

Sentir … e meditar: di poco

esser contento: dalla meta mai

non torcer gli occhi: conservar la mano

pura e la mente: dalle umane cose

tanto sperimentar, quanto ti basti

per non curarle: non ti far mai servo:

non far tregua coi vili: il santo Vero

mai non tradir: né proferir mai verbo,

che plauda al vizio, o la virtù derida.

Alessandro Manzoni

La vita e le opere

Nato il 7 marzo 1785 dal conte Pietro e da Giulia Beccaria, dovette essere allontanato da casa ed affidato ai padri Somaschi di Merate e di Lugano, e successivamente, ai padri Barnabiti di Milano, per l’insanabile disaccordo sorto fra i genitori e conclusosi con la separazione definitiva di essi.

Trasferitosi nel 1805 a Parigi, dove viveva la madre, frequentò i salotti intellettuali, e particolarmente si legò d’amicizia con il gruppo degli ideologi che avevano il loro punto d’incontro nel salotto di Sofia Condorcet, specie con Claude Fauriel, uno degli intellettuali più vivaci di quel periodo. Il fatto più notevole della vita del Manzoni si avrà qualche anno dopo il suo matrimonio con la calvinista Enrichetta Blondel, con la conversione di lui e con l’abiura della moglie che, rinunziando al calvinismo, si fece cattolica. E’ questo il momento più importante della vita spirituale del Manzoni: con la conversione coincide anche il maturarsi della poesia manzoniana, che da quel momento avrà uno svolgimento ordinato e preciso, culminato nell’opera maggiore, I Promessi Sposi.

Primo frutto della conversione sono gli Inni Sacri, che nei propositi dell’autore dovevano essere dodici (o forse anche di più) e che di fatto furono cinque (La Resurrezione, Il Nome di Maria, Il Natale, La Passione, La Pentecoste): in essi è caratteristico l’entusiasmo del nuovo credente nei riguardi della sua Fede e dei misteri di essa, e nello stesso tempo il costante senso di pietà verso gli uomini e la loro condizione di peccatori privi di luce e di forza.

Di contenuto politico sono le odi Marzo 1821 e Il Cinque Maggio; seguono le tragedie Il Conte di Carmagnola, composta tra il 1816 e il 1819, e l’Adelchi, composta fra il 1820 e il 1822.

Nell’Adelchi c’è insieme un potente afflato religioso e una tormentata visione della storia umana, fatta di iniquità e di delitti, con un insanabile contrasto fra fede e storia, fra idee e realtà.

La visione manzoniana del mondo e della storia si chiarifica e si completa nel romanzo I Promessi Sposi, capolavoro del Romanticismo italiano, definito, per la concezione profondamente cristiana che lo ispira, “poema della Provvidenza”.

Con quest’opera (scritta in prima stesura dal 1820 al 1823 col titolo Fermo e Lucia e successivamente modificata e corretta nel contenuto e nella forma), Manzoni combatté una battaglia decisiva contro l’accademismo linguistico che produceva insincerità e pigro convenzionalismo, e realizzò una prosa viva, libera e nobile insieme.

Il ciclo del pensiero e dell’epoca manzoniana così si conclude. Da questo momento, infatti, anche se il Manzoni continuerà a coltivare studi di storia, di religione, di linguistica e di estetica, essi avranno interesse erudito e polemico, ma resteranno per sempre fuori da ogni significazione poetica.

Per quel che riguarda le vicende della vita, aggiungeremo che il Manzoni si mostrò sempre apertamente fautore della rinascita nazionale, che nella sua lunga esistenza soffrì molteplici dolori, specie per la perdita di parecchie persone della sua famiglia e che seppe sempre cristianamente accettare ogni prova mostrando che la fede non era in lui apparato sentimentale o razionale avulso dalla concretezza della vita vissuta.

Morì, ad ottantotto anni, a Milano, il 22 maggio 1873.

Marzo 1821

L’entusiasmo sollevato dallo scoppio dei moti liberali in Piemonte il 10 marzo 1821 trovò la più felice espressione in questa ode che il Manzoni compose durante quei giorni tumultuosi ed eroici, ma che non pubblicò a causa del precipitare degli eventi.

Il componimento vide la luce solo nel 1848, stampato a Milano insieme al frammento Il proclama di Rimini, che era stato composto nel 1815.

All’ode Marzo 1821 è premessa la seguente dedica: “Alla illustre memoria / di / Teodoro Koerner / poeta e soldato / della indipendenza germanica / morto sul campo di Lipsia / il giorno XVIII d’ottobre MDCCCXIII / nome caro a tutti i popoli / che combattono per difendere / o per riconquistare / una patria”.

In Marzo 1821 il Cristianesimo del Manzoni assume la sua significazione politica: egli mostra infatti come la prima rivendicazione degli uomini a libertà sia stata operata da Cristo, e come non sia possibile chiamarsi cristiani se si opprimono i popoli.

Il liberalismo, nato dalla Rivoluzione francese, ritrova per Manzoni la sua origine e la sua giustificazione nel Cristianesimo, e diventa così legge universale: la libertà, condizione essenziale su cui si fonda la salvezza del cristiano ancor prima dell’attività politica, non fu data in privilegio ad alcuni e negata ad altri popoli, e non può per questo motivo, essere valida la ragione della forza.

Il Dio che guidò il popolo d’Israele attraverso il deserto e il Mar Rosso, quello stesso Dio che esaudì le preghiere dei popoli germanici quand’erano oppressi, non poteva restar sordo alla voce degli Italiani oppressi.

E se gli oppressi di ieri son divenuti oppressori, per questo fatto solo si sono resi nemici di Dio e hanno tradito un patto che è valido per tutti i tempi e per tutti i luoghi.

L’angolo della Poesia

Marzo 1821 – 2

Con quel volto sfidato e dimesso,

con quel guardo atterrato ed incerto,

con che stassi un mendico sofferto

per mercede nel suolo stranier,

star doveva in sua terra il Lombardo;

l’altrui voglia era legge per lui;

il suo fato, un segreto d’altrui;

la sua parte, servire e tacer.

O stranieri, nel proprio retaggio

torna Italia, e il suo suolo riprende;

o stranieri, strappate le tende

da una terra che madre non v’è.

Non vedete che tutta si scote,

dal Cenisio alla balza di Scilla?

Non sentite che infida vacilla

sotto il peso de’ barbari pié?

O stranieri! sui vostri stendardi

sta l’obbrobrio d’un giuro tradito;

un giudizio da voi proferito

v’accompagna all’iniqua tenzon;

voi che a stormo gridaste in quei giorni;

Dio rigetta la forza straniera;

ogni gente sia libera, e pèra

della spada l’iniqua ragion.

Se la terra ove oppressi gemeste

preme i corpi de’ vostri oppressori,

se la faccia d’estranei signori

tanto amara vi parve in quei dì;

chi v’ha detto che sterile, eterno

sarìa il lutto dell’itale genti?

Chi v’ha detto che ai nostri lamenti

sarìa sordo quel Dio che v’udì?

Alessandro Manzoni – continua domani

L’angolo della Poesia

Marzo 1821

Soffermàti sull’arida sponda,

volti i guardi al varcato Ticino,

tutti assorti nel novo destino,

certi in cor dell’antica virtù,

han giurato: Non fia che quest’onda

scorra più tra due rive straniere,

non fia loco ove sorgan barriere

tra l’Italia e l’Italia, mai più!

L’han giurato: altri forti a quel giuro

rispondean da fraterne contrade,

affilando nell’ombra le spade

che or levate scintillano al sol.

Già le destre hanno strette le destre;

già le sacre parole son porte:

o compagni sul letto di morte,

o fratelli su libero suol.

Chi potrà della gemina Dora,

della Bormida al Tanaro sposa,

del Ticino e dell’Orba selvosa

scerner l’onde confuse nel Po;

chi stornargli del rapido Mella

e dell’Oglio le miste correnti,

chi ritorgliergli i mille torrenti

che la foce dell’Adda versò,

quello ancora una gente risorta

potrà scindere in volghi spregiati,

e a ritroso degli anni e dei fati,

risospingerla ai prischi dolor:

una gente che libera tutta,

o fia serva tra l’Alpe ed il mare;

una d’arme, di lingua, d’altare,

di memorie, di sangue e di cor.

Alessandro Manzoni – continua domani

Note e commenti alla Poesia

Immagini della Roma belliana – Un particolare dell’Atrio del Portico di Ottavia.

Note

  1. crature: creature, figli.
  2. mommò viè tata: fra un po’ viene papà.
  3. provedeteme: pensate a me, aiutatemi.
  4. viscere mie care: l’espressione corrispondente potrebbe essere “sangue del mio sangue”.
  5. accorata: ferita al cuore, disperata.
  6. Lui quarche… abbuscata: vostro padre (lui) certamente avrà guadagnato (abbuscata) un po’ di denaro.
  7. Pijeremo: prenderemo, acquisteremo.
  8. Si capissivo: se voi poteste capire.
  9. ojo: olio, per accendere il lume.
  10. nun mettete: non metterti, non stare.
  11. viè: vieni.
  12. t’ariscalla: ti riscalda.

Commento

Ancora un quadro tipicamente belliano, questo della “famiglia poverella”, con cui concludo la breve rassegna dei sonetti presentativi. Possiamo tuttavia trarre qualche considerazione di carattere generale.

Belli sembra voler capovolgere i naturali rapporti di forza fra le classi: è la plebe, dal fondo della piramide, che giudica chi sta sopra di lei.

Lo Stato teocratico si basa, per il poeta, sull’ingiustizia e sulla sopraffazione, la miseria è la condizione immutabile della plebe, eppure in questo misero stato essa è più buona, più umana, ed il giudizio sulle classi elevate, diretto o indiretto, è sempre feroce.

Così gli umili sono i giudici, sono seri nella loro misera condizione, nella loro spicciola filosofia, ed i potenti vengono coperti di ridicolo, ridotti a macchiette.

È un modo schietto ed autentico di ristabilire l’eguaglianza: se nella storia i rapporti di forza stabiliscono che il potente giudichi il plebeo, nella vita quotidiana descritta dal Belli è l’umile che veramente sa giudicare e comprendere la commedia spesso amara della vita.

L’angolo della Poesia

La famija poverella

Quiete, crature (1) mie, stateve quiete;

sì, fiji, zitti, ché mommò viè tata. (2)

Oh Vergine der Pianto addolorata,

provedeteme (3) voi che lo potete.

Nò, viscere mie care, (4) nun piagnete:

nun me fate morì cusì accorata. (5)

Lui quarche cosa l’averà abbuscata, (6)

e pijeremo (7) er pane, e magnerete.

Si capìssivo (8) er bene che ve vojo!…

Che dichi, Peppe? Nun vòi stà a lo scuro?

Fijo, com’ho da fa si nun c’è ojo? (9)

E tu, Lalla, che hai? Povera Lalla,

hai freddo? Ebbè, nun méttete (10) lì ar muro:

viè (11) in braccio a mamma tua che t’ariscalla. (12)

Giuseppe Gioachino Belli – dai Sonetti

Note e commento alla poesia del giorno

Veduta della Roma belliana – l’atrio del Portico di Ottavia – un particolare

Note

  1. “Non occorre poi molto, Monsignore”. Non si dimentichi che nello Stato Pontificio le cariche pubbliche eran tenute esclusivamente dagli ecclesiastici.
  2. “A starsene a sedere li (sullo scranno) ad emettere sentenze contro la gente”.
  3. “L’impegno più vero consiste nel vedergli il cuore”.
  4. La giustizia, vuol dire il Belli, persegue i rei in base alle loro azioni e non in base ai loro pensieri.
  5. E’ la chiara dimostrazione del pentimento, che significa già inizio di redenzione.
  6. Ecco il punto: rubare è male, ma rubare per bisogno è umano e merita compassione e comprensione.
  7. “Si dovrebbe comprendere come e quanto soffre un povero diavolo, invece di starsene lì a giudicare a pancia piena”.

Commento

E’ il solito motivo della povera gente che spesso ruba non per vizio o per malanimo, ma perché costretta dal bisogno e dalla fame: è, purtroppo, questo l’assurdo necessario della legge, la quale deve spesso punire, anche se, umanamente, il giudice dovesse esser convinto che egli stesso, trovandosi nello stesso caso, agirebbe come il reo che sta giudicando.

Il discorso che in questo sonetto viene tenuto dal “povero ladro” ha tanta sincerità di toni e sembra veramente fatto da chi è sinceramente pentito del suo errore e perciò redento; per questa ragione il contrasto fra chi giudica a pancia piena e il ladro indotto a rubare dalla fame, perde ogni carattere polemico ed iroso e diviene una onesta, timida voce che invoca aiuto e comprensione e indulgenza: il miracolo per cui le ragioni della giustizia si possono incontrare e possano convivere con quelle della umanità, non può operarlo altri che il giudice.