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Monumenti di Napoli

Museo Archeologico Nazionale

Piazza Museo Nazionale 19

Il grande edificio oggi sede del Museo Archeologico ospitava il Palazzo dei Regi Studi, edificato nel 1612 sulla precedente struttura di una scuderia, sorta nel Cinquecento, nell’area ancora esterna alle mura urbane.

Nel 1777, Ferdinando IV di Borbone, destinò il palazzo ad accogliere il Reale Museo Borbonico, riunendovi le diverse collezioni reali: la Farnese, una delle più antiche e prestigiose raccolte italiane, giunta in eredità, nel 1731, a Carlo III di Borbone dalla madre Elisabetta Farnese, e la serie di “antichità” provenienti dagli scavi di Ercolano e Pompei, sino ad allora conservate presso il Museo Ercolanense di Portici.

Per la nuova destinazione l’edificio fu ulteriormente ampliato e trasformato sotto la direzione di Ferdinando Fuga e Pompeo Schiantarelli assumendo la forma attuale, con la monumentale facciata grigia e rossa, tipica degli edifici borbonici.

Completati i lavori nel 1816, il museo si è andato arricchendo, nel corso dell’Ottocento, di nuove immissioni (materiali di scavo provenienti da diversi centri della Campania, collezioni private quali la Borgia di Velletri e la Pacchianti, fondamentali soprattutto per le antichità egizie).

Dopo l’Unità, divenuto proprietà dello Stato, ha assunto la denominazione di Museo Nazionale.

Al piano terra è esposta la raccolta di sculture: nel grande salone d’ingresso sono le statue onorarie provenienti da Ercolano e Pompei; nella galleria dei Tirannicidi e in quella dei Grandi Maestri un buon numero di originali, insieme a copie di epoca romana documentano le varie fasi della scultura greca.

Con una recente sistemazione, volta a documentare sia il collezionismo privato che il contesto topografico, sono state riunite nella galleria orientale le sculture appartenenti alla raccolta Farnese, rinvenute nel Cinquecento nelle Terme di Caracalla, tra le quali si annoverano le celeberrime statue di Ercole e il gruppo detto del Toro Farnese. In una sala attigua è l’esposizione delle gemme incise dei Farnese, la cui opera più preziosa è la coppa in agata sardonica detta Tazza Farnese, uno dei più grandi cammei noti, prodotta ad Alessandria d’Egitto, alla corte dei Tolomei.

Al piano seminterrato è esposta la collezione egizia, composta da materiali prevalentemente a carattere funerario e magico-religioso, provenienti direttamente dall’Egitto o da centri campani dove i culti egiziani ebbero ampia diffusione in epoca romana.

Tornati nell’atrio, attraverso il grande scalone a doppia rampa si raggiunge il piano ammezzato dove è esposta la raccolta dei mosaici, costituita da frammenti di superfici parietali provenienti da Pompei, Ercolano e Stabia, con figurazioni che in molti casi derivano da importanti dipinti di epoca greca oggi perduti.

Tra le varie opere si segnalano le due scene di carattere teatrale firmate da Dioscuride di Samo e il ricco complesso musivo proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei, che comprende il celebre mosaico raffigurante una battaglia tra l’esercito di Alessandro il Macedone e le schiere persiane guidate da Dario.

Al primo piano si conserva una rara testimonianza di collezione artistica dell’antichità, costituita dalla serie di sculture, ritratti e grandi bronzi provenienti dalla sontuosa villa suburbana di Ercolano, detta “dei papiri” per il ritrovamento di un rilevante numero di rotoli di papiri che ne costituivano la ricca biblioteca.

Attraversando il grande salone della Meridiana si raggiunge la collezione di dipinti, la più ampia documentazione esistente della pittura decorativa romana, costituita da frammenti di affreschi staccati dagli edifici delle cittadine vesuviane.

Tra i complessi più significativi si segnalano quelli pervenuti dalla villa di P. Fannius Synistor a Boscoreale e dalla villa di Agrippa Postumo a Boscotrecase.

Seguono la sala con il plastico in sughero degli scavi di Pompei, realizzato alla fine dell’Ottocento, e quella della collezione degli argenti, con il ricco corredo ritrovato nella casa del Menandro di Pompei, di grande interesse per la varietà dei pezzi e la qualità delle decorazioni.

Nelle sale successive sono esposti oggetti di uso quotidiano in avorio e in osso, la raccolta di vetri tra i quali spicca il Vaso Blu, pregevole lavoro eseguito con la tecnica del vetro cammeo, e infine la collezione delle armi da parata e da combattimento.

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Il Parco Nazionale del Vesuvio

Il Parco Nazionale del Vesuvio – 7

Dopo ogni catastrofe naturale la vita riprende, e la fertile campagna vesuviana non fa certo eccezione. Tra l’Antichità e il Medioevo, nuove comunità di agricoltori si insediano sulle lave e sulle ceneri ai piedi del vulcano. Nuove catastrofiche eruzioni (le più note sono quelle del 203, del 472, del 512, del 685, e del 787) apportano nuovamente lutti e distruzioni alle campagne e ai nuovi centri sorti alle falde del Vesuvio.

Dal punto di vista politico, dall’Impero romano ai nostri giorni, l’agro vesuviano segue le vicende della vicina Napoli che vede succedersi al potere Goti, Greci di Bisanzio e Longobardi. Per tre secoli, dal 763 al 1139, la città è capitale di un ducato autonomo.

Seguono i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, l’Impero di Spagna e quello d’Austria, infine i Borboni che restano al potere dal 1734 al 1860.

Dopo l’eruzione del 1139, il Vesuvio concede un periodo di tranquillità che dura cinque secoli, ed è interrotto soltanto da qualche modesto fenomeno. A rompere la tregua è la rovinosa eruzione del 1631. Le colate di lava radono al suolo Ercolano, Pompei e parte di Torre del Greco, Boscotrecase e Torre Annunziata e arrivano fino al mare, le ceneri coprono Napoli con uno strato di 30 centimetri e raggiungono la Puglia.

Nei tre secoli che seguono il vulcano resta sempre attivo, e regala nel 1794, nel 1861, nel 1872 e nel 1906 altre rovinose eruzioni alle comunità insediate ai suoi piedi.

Per i napoletani, il pennacchio di fumo che corona il Vesuvio diventa un’immagine consueta. Per ammirare il vulcano, dalla metà del Settecento, affluiscono verso il Golfo centinaia e poi migliaia di viaggiatori provenienti da ogni parte d’Europa. Molti di costoro dedicano al Vesuvio pagine di appassionate descrizioni. Negli stessi anni, la riscoperta delle antiche città cancellate da ceneri e lave aggiunge una nuova suggestione alla zona.

Nel 1738 il re di Napoli, Carlo III di Borbone, decide di trascorrere parte del suo tempo alle falde del vulcano, e si fa costruire da alcuni dei migliori architetti del tempo (Giovanni Medrano, Antonio Canevari, Luigi Vanvitelli e Ferdinando Fuga) l’elegante Palazzo Reale di Portici. Interrogato sul pericolo legato al vulcano, il sovrano risponde con una frase celebre: “Ci penseranno Iddio, Maria Immacolata e San Gennaro”.

Al seguito del sovrano, anche la nobiltà napoletana si insedia ai piedi del Vesuvio, erigendo decine di splendide ville lungo la strada delle Calabrie che attraversa Barra, Portici, San Giorgio a Cremano e Torre del Greco. Il primo tratto della strada, spesso percorso dalle carrozze dei nobili, diventa per antonomasia il “Miglio d’Oro”.

Mentre il “Secolo dei Lumi” lascia il posto all’Ottocento, l’elenco dei visitatori illustri del Vesuvio si allunga. Tra loro, meritano una citazione Goethe (1787), de Chateaubriand (1804), Shelley (1818), Stendhal (1832), Gogol’ e Andersen (entrambi nel 1834), Dumas padre (1835), Ruskin (1841), Dickens (1845) e Melville (1856).

Solo più tardi tocca agli scrittori italiani come Renato Fucini (1877) e Matilde Serao (1906), mentre in epoche più vicine a noi compiranno il pellegrinaggio sulle lave anche Sigmund Freud e Pablo Neruda. Continua