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Medicina – Far figli nel terzo millennio – 1

Era il 25 luglio del 1978 e al Jershaw Hospital di Oldham, in Inghilterra, nasceva Louise Brown, prima figlia della provetta. E fu scandalo: chi parlò di bambini di Frankenstein e chi di manipolazioni oscene. Oggi Louise Brown ha quasi quarantuno anni, è madre a sua volta e in Italia ogni anno nascono un migliaio circa di figli della provetta. Già oggi possono fare figli le donne in menopausa, e le vedove di partner il cui seme è congelato. Domani, i bimbi in provetta sono destinati ad aumentare: nei laboratori di tutto il mondo sono in sperimentazione tecniche ardite, che promettono di sconfiggere la sterilità umana maschile e femminile. Ma anche di far fare figli a coppie omosessuali o di clonare adulti. Molte delle tecniche riproduttive in sperimentazione hanno più di un uso: alcuni accettati, altri considerati eticamente pericolosi. Ecco che cosa si può fare già oggi e cosa ci darà il futuro.

Le cause di sterilità possono essere molte. Nel maschio, in alcuni casi, nel liquido seminale non ci sono spermatozoi per l’assenza o l’ostruzione dei “dotti deferenti”, i canali che trasportano gli spermatozoi dal testicolo allo sbocco naturale. Quindi i testicolo produce il seme, ma questo resta lì. L’interruzione dei dotti può essere dovuto a infezioni, interventi chirurgici o anomalie genetiche. La Ivf (fertilizzazione in provetta) è una tecnica che consiste nel prelevare il seme dal testicolo del maschio o dal suo “epididimo”, cioè la struttura con la quale inizia il vaso deferente, e metterlo in provetta insieme all’uovo, perché lo fecondi.

Se gli spermatozoi disponibili sono pochi, si può ricorrere all’Icsi (Iniezione intracitoplasmatica dello sperma): con l’ago di una siringa si inietta uno spermatozoo direttamente dentro l’uovo.

Se i dotti deferenti mancano per un’anomalia genetica, bisogna accertare che non ne sia portatrice anche la madre, altrimenti c’è il rischio che il bambino nasca con lo stesso problema. In questo caso, come per molte altre malattie genetiche, si può fare una diagnosi genetica dell’embrione nei primi stadi dello sviluppo, esaminando una sua cellula prima di impiantarlo in utero.

Circa 350 malattie genetiche, come la distrofia muscolare di Duchenne e l’emofilia, sono legate al sesso e colpiscono prevalentemente i maschi. Questo significa che molte malattie genetiche sono trasmesse con il cromosoma Y. Per evitare il rischio di queste malattie (quando sono presenti in famiglia), alla fine degli anni Novanta si era pensato di separare nel liquido seminale gli spermatozoi contenenti il cromosoma X, più grandi, che generano una femmina, da quelli con il cromosoma Y, più piccoli, che generano un maschio. Poi del metodo non si seppe più nulla: troppo complicato, troppo costoso, ma soprattutto troppo impreciso per passare dalla stalla, dove di solito vengono sperimentati i metodi di riproduzione artificiale, all’uomo. Le probabilità di avere un figlio del sesso desiderato con questo sistema aumentavano solo del 15-20%. Prima o poi però sarà perfezionato, ed entrerà in uso. Continua – 1

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