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Sandor Petofi

La vita

Il maggior poeta ungherese, figlio di un macellaio e di una lavandaia slovacchi, nacque a Kiscoros (provincia di Pest) nel 1823 e visse agiatamente durante l’adolescenza; poi, a causa dei rovesci economici del padre, visse in ristrettezze economiche.

Fu molto criticato per il suo realismo che scandalizzava i letterati del tempo; fu sempre animato da idee libertarie e nel 1948 partecipò ai moti rivoluzionari per i quali scrisse anche il Canto Nazionale.

Fu ucciso, sul campo di battaglia di Segesvar nel 1849 dalle truppe dello Zar ed il suo corpo non venne ritrovato.

Un commento alla poesia di oggi.

In questa poesia, scritta nel 1848, possiamo notare tanto l’elemento patriottico quanto quello romantico del linguaggio. Il patriottismo è una delle caratteristiche del periodo romantico che si afferma nel momento in cui, dopo il Congresso di Vienna, l’Europa è in fermento e dappertutto si respira aria di nazionalismo.

Il nazionalismo della prima metà del secolo è sinonimo di patriottismo e nasce dalla convinzione che tutte le nazioni abbiano diritto alla libertà, quindi ha un significato ben diverso da quello che assumerà, poi, alla fine del secolo.

Qui il poeta romantico non solo aspira ad una morte eroica da combattente per la libertà della patria, ma già spera di vedere le “rosse bandiere”, anticipa, cioè, temi rivoluzionari. Il linguaggio è immediato, dettato dall’impeto delle passioni ed animato da un forte sentire, da uno stato d’animo infiammato.

L’angolo della Poesia

Libertà nel mondo!

Un pensiero mi turba:

di morire nel letto, fra i cuscini;

lentamente appassire come il fiore

morso dal dente di un verme nascosto.

Consumarsi pian piano, come il lucignolo della candela

che resta abbandonata nella camera vuota.

Non dare, o Signore, simil morte,

non dare a me una simile morte!

Ch’io sia l’albero che il fulmine trapassa

o l’uragano sradica.

Ch’io sia la roccia che il tuono, scuotitor della terra,

fa rovinare dalla cima , fino giù nella valle.

Quando i popoli schiavi

stanchi del giogo scendano in campo,

con volto di porpora e rosse bandiere,

e sulle bandiere scritto questo sacro motto:

“Libertà nel mondo!”

e questo grido suonasse

rimbombando, da oriente ad occidente,

ad atterrar la tirannide;

là io cada

sul campo della mischia,

là scorra il giovin sangue dal mio cuore;

e se sul mio labbro risuonasse un ultimo grido di gioia

lasciate che lo soffochi il fragor dell’acciaio,

il suono della tromba, il rombo del cannone.

E sopra il mio cadavere

sbuffanti destrieri

galoppino, nella vittoria conquistata,

e là mi lascino, calpestato.

E si raccolgan le mie ossa sparse

quando giunga il giorno della gran sepoltura,

quando con solenne e lenta musica luttuosa

e con l’accompagnamento di velate bandiere,

sarà data una tomba comune agli eroi

che per te sono morti, o sacrà libertà!

Sandor Petofi – da Poemetti, in Poesie scelte.