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Napoli – antichi mestieri

I Marinai – Navigatori, Pescatori, Rematori e Pescivendoli – 1

Quando si volge un guardo alle categorie di popoli che ci hanno preceduti, all’impulso sociale di tante diverse nazioni, alla fratellanza che gli uomini hanno pel commercio stretta fra loro, allora la grande alleanza degli uomini col mare, si mostra all’occhio dell’economista, come un punto di storia luminosissimo e quasi come un movente del globo intorno al suo centro. Per essa le razze selvagge spogliate della scoria nativa, per essa le consuetudini sottomesse al culto, per essa le città rabbellite, le aride spiagge mutate in città, le industrie confortate dal traffico, e la gran catena degli esseri rannodata fra lontane terre e paesi.

E Tiro e Creta e l’Ellesponto vi ricordano imprese guerriere e sempre commerciali, e dai campi della favola e dal mistero delle origini, scendendo accompagnato da questi nomi e da queste rimembranze vi verranno innanzi i navigatori Castore e Polluce e la grande impresa degli Argonauti che pur di tanta favola è tramescolata, e le ricchezze di Tiro che le navi con preziosi legni costruite, propagavano ed accrescevano, e l’ardimento de’ Fenici che corseggiando armata mano facean bottino e vendean vesti, suppellettili adornamenti aurei e gemmati, e tanti altri fatti incancellabili che svelano l’elemento marittimo, come produttivo delle più ricordevoli fasi commerciali.

Quante terre non iscorsero i primi navigatori, e quante mai non furon quelle che sorsero a luce ed ebbero rinomanza per approdi di navi. Continua domani.

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi – 4

Federico II, i mercanti e i forestieri – 4

Un discorso a parte merita invece la comunità ebraica, che in età sveva doveva comporsi di un migliaio di individui, per lo più residenti alle falde della collina del Monterone, nel luogo dove era sorto, in epoca ducale, il palazzo del console. I membri della comunità ebbero una certa rilevanza nella tradizionale attività di “prestatori”, ma non va dimenticata neppure una “tintoria giudaica” che Federico II, per ragioni fiscali, volle impiantare nel distretto.

La nascita dell’Università

Tra le attività di Federico II un ruolo preminente ebbe la promozione della cultura. A Palermo, naturale punto di incontro tra molteplici civiltà, (greca, latina, araba, giudaica) l’imperatore aveva creato una corte che divenne, nel corso del XIII secolo, un centro di intensa vita intellettuale, alimentata dalle ricerche di geografi arabi, dalle traduzioni dei grandi astronomi e matematici dell’antichità, dalle prime altissime espressioni di poesia lirica in volgare. L’imperatore stesso si cimentò con la poesia, così come i suoi figli Enzo, Manfredi, Federico d’Antiochia e suo suocero Giovanni di Brienne. Inoltre molti intellettuali, come Pier delle Vigne, Iacopo da Lentini, Iacopo d’Aquino, Folco Ruffo, Odo delle Colonne, furono legati all’imperatore con incarichi nella corte o nell’amministrazione. Continua domani.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 6

Quando poi una voce stridula e acuta più di un sistro vi sveglia allo spuntar dell’alba e torna a risvegliarsi dal sonno vespertino gridando: Chi vo vevere ch’è fredda! chi vo vevere! fredda, fredda!!! Uh! Comme la tengo annevata, e volete conoscere da qual sonora ferrea gola essa parte, fatevi al balcone, e vedrete questa o altra consimile vecchia tutta coperta di cenci, livida e scarna, piene le mani di orciuoli e bicchieri, abbrustolita dal sole e con un fazzoletto che le cinge la testa, va motteggiando ad infrescare le fiamme de’ giovani cuori delle graziose modiste che stanno in una stanza a pian terreno o sulla via aggruppate intorno alla maestra, come funghi ad un pioppo caduto. Disseta quel crocchio e passa, e senza perder tempo empie il grande bicchiere e lo presenta al taciturno ciabattino che lavora sulla strada: riscuote il convenuto tornese (moneta napolitana che vale mezzo grano) e grida la solita canzone alla soglia del falegname, ma in tuono più basso: Acqua zurfegna fresca comme la neve! e quegli aspramente risponde, senza scomporsi dal suo lavorio: Io me bbevo l’acqua de lo pozzillo che sape de pozzolamma.

  • Mara me! chesta è de lo cannuolo, pe l’arma de patemo. Se non è bona non me la pavate.
  • Va vattenne mmalora de Chiaia, co mmico nce pierde lo tiempo! Essa guarda intorno su i balconi se vi è devota della salutifera acqua sulfurea che la chiami, gitta come una cornacchia avida di cibo l’ultimo grido: Chi vo vevere! abbrevia l’espressioni e parte.

Quanti mestieri fa quella vecchia? Tutti, secondo le stagioni. Con una gran caldaia vende le spighe di granone in maggio; a novembre allesse (castagne lesse), pizze o casatielli; e cangiando molti mestieri guadagna sino un ducato al giorno, ma il gioco del lotto e la cantina la fanno spesso gridare: Sempe fatico e sempe scauza vaco!

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi – 3

Federico II, i mercanti e i forestieri – 3

Il settore tessile era veramente sviluppato e per certi aspetti anche all’avanguardia: molto apprezzati erano, per esempio, gli artigiani tintori che, insieme con quelli residenti nella città di Capua, si contendevano la palma dei migliori del regno.

Nelle terre che circondavano la città di Napoli, d’altra parte, vi era una grande abbondanza di frumento, di vino, di carne: circostanza che suscitò l’ammirazione dello stesso imperatore. Questa ingente produzione non solo permise un consumo alimentare più che decoroso per i tempi, ma mise in grado i napoletani di indirizzare una parte dei prodotti verso il commercio al di fuori della città.

Numerose erano, anche in questa epoca, le comunità di forestieri. Lungo la fascia costiera, nei pressi della Porta dei Caputo, i documenti testimoniano la presenza di alcuni individui provenienti da Bisanzio, che avevano preso in affitto dal Monastero del Salvatore alcune botteghe e locali per commerciare.

Nutrite erano anche le colonie di amalfitani, ravellesi e scalesi, anch’essi situati nelle vicinanze della linea costiera: una presenza che ebbe un riflesso anche nella toponomastica dei luoghi (ad esempio “rua Scalensium et Ravellensium”). Anche i pisani si stanziarono in gran numero a Napoli, potendo contare su un fondaco nei pressi dell’attuale rua Catalana. Infine bisogna ricordare i genovesi, ai quali fu concesso un fondaco nei pressi del mercato ittico cittadino (Pietra del Pesce) non lontano dalla via dei Cambi: in quell’occasione, Manfredi, figlio di Federico II, non solo mise a disposizione un ampio terreno per la costruzione del quartiere, ma offrì anche un contributo di 100 once d’oro. Continua domani.

Storia delle Religioni

La Religione nella Preistoria

Il culto dei defunti nella preistoria

Fra le prime manifestazioni materiali che danno testimonianza indubitabile della iniziale divaricazione dell’uomo dal mondo animale e dell’evoluzione dell’uomo verso la coscienza di sé, e quindi verso la costruzione di una “cultura” ci sono – oltre ai manufatti a carattere non utilitaristico (cioè quegli oggetti che non appaiono destinati a procurare immediatamente cibo o altri strumenti di sussistenza), come statuine raffiguranti il corpo nudo femminile, simbolo evidente di vita e fecondità, o le scene di caccia rappresentate nei graffiti delle grotte – le sepolture chiaramente approntate con significati simbolici.

Il rinvenimento di corpi di epoca preistorica, inumati con un corredo di ornamenti e oggetti della vita quotidiana, ha un enorme importanza per lo studioso, in quanto attesta il momento in cui l’uomo ha cominciato a collocare la propria esistenza nel tempo, a relazionarsi con un prima, gli antenati, e un dopo sul quale si interroga e che egli immagina come una continuazione di vita del defunto in un’altra dimensione. Comincia la costruzione della memoria, della storia personale, della tradizione e quindi della cultura.

Il corredo era costituito di solito da cibarie di varia natura, conchiglie, fiori, ornamenti personali, amuleti e piccole sculture in osso, ed è frequente la presenza di ocra rossa, forse interpretabile come simbolo del sangue. Questa esigenza di mettere a disposizione del morto degli oggetti che potessero accompagnarlo dopo la morte presuppone l’esistenza di credenze e rituali che prendono origine dalla necessità, connaturata nell’uomo, di dare un senso all’esistenza umana ed alla sua fine e lo inducono a credere in un’esistenza ultraterrena. L’usanza di deporre un corredo funerario insieme al defunto risale ad epoche lontanissime, per lo meno al Paleolitico Medio (150.000-50.000 a. C.). Si pensi ad esempio all’uomo seppellito all’incirca 60.000 orsono su un letto di fiori, ritrovato nella grotta di Shanidar in Iraq, o ai rinvenimenti della grotta di Jebel Qafzeh (Nazareth), risalenti a circa 100.000 anni fa, in cui i defunti sono stati inumati davanti alla grotta, con un corredo di oggetti in pietra, osso e conchiglia, a simboleggiare il ruolo e le attività da essi svolti in vita.

Anche l’usanza di disporre verso est, quindi verso l’origine della luce, spesso riscontrata nelle sepolture dal Paleolitico in poi, sembra avere valenza simbolica. Ben documentata nell’età neolitica, quando l’uomo ha cominciato a condurre vita stanziale e ad abbandonare le consuetudini del nomadismo, è anche l’usanza di deporre i corpi dei defunti in tombe collettive che diventavano poi oggetto di culto religioso, al principio all’interno delle grotte, poi in luoghi appositi: com’è documentato, ad esempio, a Malta nelle grandi tombe collettive del V-IV millennio a. C. che radunano centinaia di individui a poca distanza dai templi megalitici, con evidenti funzioni cultuali. Di grande suggestione è il rituale funerario attestato a Tell al-Sultan (Gerico 8.500-6500 a. C. circa), che prevedeva di seppellire i corpi privi di testa sotto i pavimenti delle abitazioni e di riporre in appositi nascondigli i crani rivestiti di gesso e rimodellati al fine di riprodurre le fattezze del defunto. L’uso di conservare solo la testa è stato riscontrato anche in altre località della Mezzaluna Fertile, di datazione coeva o precedente, ma questo particolare rituale presuppone una ulteriore elaborazione del culto dei morti di cui si vuole perpetuare anche l’aspetto fisico.

Napoli – Antichi Mestieri

I venditori di acqua sulfurea – 5

Se poi volete vedere la fonte donde scaturisce l’acqua sulfurea, scendete per la grande scalinata, e dall’una e l’altra parte vedrete piramidi di tarallini costruiti a maglia elevarsi dalle ceste dei venditori, e fra cento donne che vi sollecitano a bere vi troverete in un misterioso oscuro grottone, tempio salutare di migliaia di gente. Un indistinto suono di voci, di grida, di canti unito al rumore delle acque scorrenti, un andare ed un salire dalla profonda fontana, un frastuono ove spicca l’acuta parola feminile: Oh chi veve, fredda, fredda, oh chi veve! Un suolo lubrico ed infangato, il ruotar delle carrozze che passano sopra la volta del sotterraneo pari a tuono che romba, ed in mezzo a quel trambusto non si fa che empire e riempire bicchieri e orciuoli, orciuoli che poi si caricano la notte su barche per Portici, Torre del Greco, e su carri e carretti per tutto Napoli, per Caserta, per Santa Maria, per Capua, ecc. E però, quando la notte Toledo è quasi sgombro di gente e di vetture, e le botteghe de’ mercanti tutte chiuse, tu ti vedrai passare innanzi di questi carretti di orciuoli che si recano a Santa Lucia, ed altri che di là ritornano per provvedere tutti i posti e più lontani della sanatrice d’ogni male, acqua sulfurea.

Ogni carretto è circondato da tutta una famiglia, che si reca nell’emporio della sacra fontana, dove altri cento carri e barche vanno per l’istesso oggetto: chi è destinato a guardare il piccolo carro, chi a empire le mmommare (orciuoli) e chi a numerarle e caricare la vettura, che già ritorna allegra e festiva nel modo più poetico e bizzarro. Il padre di quella famigliuola che trascina il carro, il figlio maggiore lo spinge di dietro, da due lati camminano le due figlie scalze e piene di vasi, e il più piccolo con una semplice camicia che in parte copre la nudità, in parte no, con una cesta in capo piena di orciuoli chiude la marcia facendo di retroguardo. Seduta poi come in trono sopra le mmommare sta la vecchia madre, come la regina Pomarè, tenendo un nipotino sulle ginocchia come Iside che porta Oro nel seno; e tutti cantano canzoni d’amore con prolungata e noiosa cantilena. Continua domani.

Monumenti di Napoli

Al tempo degli Svevi – 2

Federico II, i mercanti e i forestieri – 2

Nel contempo la città assunse un ruolo preminente dal punto di vista militare: fu dotata di funzionali approdi per le navi e di un’ottima darsena, costruita su suggerimento dell’ammiraglio Spinola, ben difesa e in grado di ospitare dalle sei alle otto navi. Lo stesso Castel dell’Ovo, all’imboccatura del porto, fu ampliato e rafforzato. In effetti all’imperatore il porto di Napoli sembrò il miglior approdo per la sua flotta e per quella dei suoi alleati, uno strumento indispensabile per il collegamento con i territori dell’entroterra e con le città dell’Italia centro-settentrionale. Non bisogna dimenticare che il rafforzamento delle opere portuali favorì lo sviluppo dei cantieri navali, nei quali furono costruite numerose imbarcazioni, tra cui, nel 1240, la nave dello stesso Federico II.

Le strutture portuali favorirono senza dubbio una vivace attività mercantile, che d’altra parte poteva contare su una tradizione ben radicata. L’afflusso di merci nei due approdi napoletani serviva a soddisfare le esigenze della popolazione urbana e a rifornire i mercati delle altre località del regno. La lunga tradizione artigiana napoletana nel campo del lino e della lavorazione della seta alimentava una consistente esportazione; venivano invece importate grandi quantità di lino grezzo, di seta filata sottile, di lana d’oltre mare, e, tra i generi alimentari, noci, mandorle, formaggi e diversi generi di frutta. Continua domani.