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L’orto semine, tecniche e cure colturali

Composite

Famiglia fondamentale per il nostro orto. Vanta rappresentanti illustri come: cicorie, radicchi, lattughe, cardi, carciofi. Spesso sono piante a rapida crescita, ottime per insalate verdi.

Carciofo (Cynara scolymus)

Varietà: tra le più note ricordiamo il Violetto di Chioggia, il Carciofo di Jesi, il Romanesco, lo Spinoso di Liguria, il Carciofo di Empoli, il Bianco tarantino e il Verde spinoso di Palermo.

Clima e terreno: il clima ideale è quello mite e asciutto, benché possa adattarsi anche a climi relativamente freddi. Assai sensibile agli sbalzi di temperatura e alle brinate. Preferisce i terreni di medio impasto, argillosi, dotati di silice o calcare con pH leggermente acido. La pianta è particolarmente insofferente ai ristagni d’acqua che possono causare marciumi.

Avvicendamento: premesso che il carciofo può anche essere vantaggiosamente mantenuto sullo stesso terreno per 3-4 anni, esso deve ritenersi una coltura da rinnovo. La coltura a ciclo annuale può precedere o seguire qualsiasi ortaggio.

Consociazione: buona quella con lattuga, piselli, endivia, ravanelli, porri, cipolla, fagiolini nani.

Semina: è piuttosto complessa. Possono essere utilizzati allo scopo i frutti – impropriamente detti semi – i polloni o carducci, i quali sono dei germogli che crescono alla base della pianta, oppure gli ovoli, ovvero porzioni di rizoma provvisti di gemme che daranno origine a polloni.

Nel primo caso la semina può avvenire in semenzaio o vasetti al coperto a fine inverno o in semenzaio non protetto a primavera affermata, oppure direttamente a dimora nell’orto in maggio.

Nei vasetti vanno posti 3-4 semi. Al loro germogliamento si manterrà una sola piantina, la più robusta. In semenzaio il seme viene distribuito a spaglio o a file. La profondità di semina sarà di 1,5 cm. La distanza nella semina diretta e nei trapianti s’aggira attorno ai 90 cm sulla fila e 100-110 cm tra le file.

Nel caso utilizzassimo carducci o polloni provvederemo a separarli dalla pianta madre solo qualche giorno prima dell’impianto. A tal fine si metterà a nudo il rizoma di piante con qualche anno di età e si sceglieranno i carducci migliori allorché emettono la quarta foglia, separandoli con una piccola porzione del genitore.

Gli ovoli, infine, si staccano dalla pianta madre in estate. Si fanno germogliare tenendoli ammassati ed inumiditi per un paio di giorni e quindi si piantano nell’orto.

Per quanto concerne l’epoca di semina i carducci si mettono a dimora all’inizio della primavera o all’inizio dell’autunno, mentre gli ovoli in estate in solchi o buche profonde una ventina di centimetri.

Concimazioni e cure colturali: pianta esigente di fertilizzazioni il carciofo viene concimato distribuendo letame o composto maturo nelle dosi indicative di 6 quintali per 100 metri quadri, interrandoli con una vangatura qualche mese prima di principiare la coltura ad una profondità di 30-40 cm. Parte della sostanza organica può essere disposta nei solchi dove si piantano carducci e ovoli mescolandola con del terriccio. Importanti sono pure le concimazioni fosfo-potassiche che spargeremo poco prima dell’impianto della carciofaia utilizzando concimi di questo tipo.

Le cure colturali consistono in irrigazioni da distribuire regolarmente lungo tutto il ciclo colturale e, in particolar modo d’estate e immediatamente dopo l’impianto; scerbature e zappettature per combattere le malerbe ed arieggiare il terreno; sostituzione delle piantine morte; spollonatura dei germogli nati in prossimità del colletto; rincalzatura da effettuarsi in autunno prima dei freddi; soppressione delle foglie danneggiate o malate; apporto di composto o letame maturo all’inizio dell’inverno.

Raccolta: a scalare, man mano che i capolini fiorali pervengono alla pezzatura mercantile. Questi si asportano unitamente ad una ventina di centimetri di gambo fogliato. La carciofaia produce pure carducci, gobbi, fondi o girelli che vengono diversamente raccolti ed utilizzati.

Avversità: tra i parassiti animali oltre a lumache, limacce, topi, ricordiamo gli afidi, il maggiolino, il grillotalpa, la nottua del carciofo, le cui larve attraverso gallerie scavate dentro le nervature delle foglie, giungono all’interno del fusto e da qui pervengono alla base dei capolini fiorali.

Oltre alla distruzione delle piante infestate, la lotta prevede trattamenti a base di piretro e rotenone.

La vanessa del carciofo è una piccola farfalla le cui larve rosicchiano all’inizio la pagina inferiore della foglia e successivamente tutto il lembo fogliare, escluse le nervature.

Altri attacchi sono portati da larve di lepidotteri, le quali s’accaniscono contro brattee e foglie. Tra le malattie crittogamiche, oltre alla peronospora delle composite, il disseccamento fogliare e il marciume radicale del colletto o sclerotinia, citiamo il mal bianco del cardo e carciofo. Questa malattia, alquanto diffusa, si manifesta sulle foglie sotto forma di aree ingiallite di diversa estensione, in corrispondenza delle quali appare una muffetta farinosa biancastra. Successivamente le parti interessate disseccano e si lacerano. Sovente il lembo fogliare si ripiega verso l’alto.

Annotazioni: allorché si procede alla raccolta dei carciofi, oltre tener conto della pezzatura del capolino, non bisogna attendere che i capolini assumano una colorazione rossastra e le brattee inizino ad aprirsi, in quanto risulterebbero troppo coriacei.

L’orto: semine, tecniche e cure culturali.

Spinacio (Spinacia oleracea)

Varietà: sono diverse le varietà di spinacio esistenti. Tra queste ricordiamo: il Viking medio precoce, il Virofly molto precoce, il Grandstand Ibrido F.1 medio tardivo, il Gaudry foglia di lattuga medio precoce, il Gigante d’inverno precoce, il Riccio di Castelnuovo precoce, il Riccio d’Asti lento a montare, Bloomsdale longstanding medio precoce, l’America.

Clima e terreno: gradisce un clima temperato, piuttosto fresco. Può sopportare freddi moderati, ma non tollera sia la siccità che gli eccessi di umidità. Inadatti i climi caldi.

Il terreno migliore è quello di medio impasto, ben dotato di sostanza organica, privo di ristagni d’acqua, con un pH tendente alla neutralità.

Avvicendamento: si sconsiglia di ripetere la coltivazione sullo stesso appezzamento di terreno prima che siano trascorsi almeno tre anni. Coltura intercalare, anche se talvolta viene posta all’inizio di una rotazione.

Consociazioni: per la velocità del suo sviluppo bene s’associa a ortaggi con crescita più lenta, come piselli e fagioli.

Semina: a spaglio o a file nell’orto da febbraio ad aprile per raccogliere a fine primavera-estate; oppure da agosto a settembre per le raccolte autunno-invernali. Nel caso di semina a file si terrà una distanza di 4-8 cm sulla fila e di 30 cm tra le file. La profondità di semina è di un paio di centimetri.

Concimazioni e cure colturali: lo spinacio sfrutta bene la fertilità residua, per cui la concimazione letamica converrebbe distribuirla alla coltura che lo precede. In caso di fertilizzazione diretta concimeremo con 2/3 quintali di letame o composto perfettamente maturo per 100 mq di terreno, sparsi alcuni mesi prima della semina e interrati a una profondità di 30-35 cm mediante una vangatura. Si evitino eccessivi apporti di azoto in quanto la pianta tende ad accumularlo sotto forma di nitrati nelle foglie.

Le cure colturali consistono in irrigazioni (da effettuarsi dopo la semina per favorire la nascita delle piantine e durante il corso del ciclo quando l’andamento climatico lo richiede), scerbature e zappettature, pacciamatura (la quale si può applicare nelle colture estive mediante la distribuzione di un sottile strato di paglia allo scopo di mantenere l’umidità nel terreno e favorire l’emergenza delle plantule) diradamento, protezioni.

L’irrigazione è particolarmente importante per lo spinacio, soprattutto nei periodo caldi e siccitosi.

Anche la pacciamatura dello spinacio è molto importante per le colture estive, in quanto limita la perdita di acqua per evaporazione.

Raccolta: avviene a scalare recidendo per ogni pianta le foglie meglio sviluppate con più asportazioni lungo il ciclo e mantenendo integro il corpo centrale. Oppure si può tagliare l’intera pianta alla radice, qualche centimetro sotto il colletto, quando le foglie hanno raggiunto uno sviluppo vegetativo sufficiente.

Gli spinaci possono essere lessati, scolati, appallottolati (spremendoli leggermente per far uscire il liquido di cottura) e quindi conservati per qualche tempo in congelatore in appositi sacchetti.

Avversità: si confronti in proposito quanto scritto per la bietola da radice. Qui ricordiamo tra le crittogame la peronospora dello spinacio che si manifesta sulle foglie con vaste zone clorotiche le quali tendono a confluire. Le foglie attaccate mostrano sulla pagina superiore delle aree color ocra, in corrispondenza delle quali sulla pagina inferiore si sviluppa una muffa feltrosa grigia o violacea. Il fogliame infetto si presenta accartocciato e sovente dissecca. Se le piante vengono colpite nelle prime fasi vegetative, generalmente muoiono. La lotta preventiva si basa su opportune rotazioni, distruzione delle piante infette, uso di seme di varietà resistenti e sano. Si deve evitare, inoltre, di utilizzare l’irrigazione per aspersione. La lotta diretta prevede trattamenti con anticrittogamici a base di rame.

Vanno considerati pure gli attacchi portati di virosi le quali causano ingiallimenti e caduta delle foglie. Le piante colpite vanno bruciate.

Annotazioni: le diverse varietà di spinaci si raggruppano attorno a tre tipi principali: estivi, invernali e perenni a grandi foglie. Questi ultimi assomigliano alla bietola da coste.

Tecniche di coltivazione delle principali colture orticole

Barbabietola da orto (bietola da radice)

Beta vulgaris var. cruenta, var. esculenta, var. conditiva

Varietà: : tra le più conosciute ricordiamo la Barbabietola da orto di Chioggia tonda, La Barbabietola da orto di Egitto migliorata, la Barbabietola da orto di Detroit, la Cilindrica, la Nera di Milano.

Clima e terreno: predilige i climi temperati e i terreni di medio impasto, ben dotati di sostanza organica, profondi e freschi, neutri o appena basici.

Avvicendamento: si può ritenere una coltura da rinnovo e, come tale, è adatta ad aprire una rotazione.

Consociazione: ben si associa a molti ortaggi e in particolare a cavoli, lattughe, cipolle, carote.

Semina: si attua direttamente nell’orto, in autunno al Sud e da fine febbraio a maggio al Nord, a una profondità di circa 3 cm. Le distanze di investimento saranno di 20 cm sulla fila e di 40 cm tra le file.

Concimazioni e cure colturali: si distribuiscono 2 quintali di letame maturo per ogni 100 mq di terreno, interrati qualche mese prima della semina a una profondità di 30-40 cm. Le cure colturali prevedono irrigazioni in caso di andamento stagionale siccitoso, evitando, comunque, di distribuire acqua prima della raccolta per non causare spaccature del fittone che ne peggiorerebbero la qualità. Scerbature e zappettature serviranno ad arieggiare il terreno e tenerlo libero dalle infestanti, mentre il diradamento si praticherà all’emissione della quarta fogliolina per mantenere le distanze opportune.

Raccolta: si effettua con terreno asciutto estirpando le radici allorché hanno raggiunto una pezzatura corrispondente alle caratteristiche della varietà coltivata.

Piccole quantità di radici di bietola possono essere conservate tenendole separate tra loro, immerse nella sabbia, dentro cassette di legno riposte in un ambiente fresco e arieggiato.

Avversità: tra i parassiti animali ricordiamo le anguillule, le quali possono causare scarso sviluppo fogliare e radicale, nonché appassimenti. In caso di forti attacchi gran parte del prodotto viene perduto. La lotta preventiva si basa su opportune rotazioni, sovesci di senape, consociazioni con tagete e calendula, apporto di sostanza organica perfettamente compostata nel terreno.

La mosca minatrice scava gallerie nella lamina fogliare inibendo lo sviluppo delle foglie e procurando infezioni. Preventivamente si combatte con rincalzature e seminando in luoghi ventilati, mentre la lotta diretta consiglia trattamenti con estratto di assenzio o decotto di legno quassio addizionato a sapone.

L’altica o pulce di terra rode la pagina inferiore delle foglie più tenere. Ci si oppone con pacciamature, infuso concentrato di tanaceto o assenzio, spolverando le foglie di litotamnio o bentonite in presenza della rugiada mattutina. In caso di attacchi particolarmente violenti si può ricorrere a trattamenti a base di piretro.

Altri parassiti animali sono la cassida, il grillotalpa, gli afidi, il maggiolino, il ragnetto rosso, nonché lumache e limacce.

Oltre a virosi e batteriosi, ricordiamo tra le crittogame la peronospora della bietola la quale causa sulle foglie delle zone di color giallastro o rossiccio, ondulate, in corrispondenza delle quali compare sulla pagina inferiore una muffetta feltrosa. Successivamente le foglie disseccano e la pianta, in caso di forti attacchi, muore. La peronospora della bietola può colpire anche colletto, fittone e scapo fiorale. Quest’ultimo dissecca e viene rimpiazzato da scapi laterali. La lotta preventiva s’avvale di semente sana e resistente e opportune rotazioni.

Il mal bianco della bietola causa danni piuttosto seri, maggiormente con temperature calde. Sulle foglie appare una muffa farinosa, biancastra che rapidamente interessa tutta la sua superficie. Le foglie colpite assumono un aspetto giallastro e disseccano. La lotta si basa sull’impiego di zolfo micronizzato da distribuire fin dalle prime manifestazioni della malattia.

La cercosporiosi della bietola è probabilmente la malattia più pericolosa della bietola la quale viene interessata in tutte le sue parti verdi. Dapprima si manifesta sulle foglie con minutissime tacche rotondeggianti le quali in breve s’allargano diventando macchie circolari o poligonali di color scuro, bordate da un colore più intenso. Successivamente confluiscono tra loro originando aree necrotiche che possono portare al completo disseccamento della foglia. La lotta prevede trattamenti a base di poltiglia bordolese o ossicloruro di rame ripetuti.

Il nerume della bietola affligge in particolare piante già malate, per cui la sua importanza è relativa, mentre la ruggine della bietola s’accanisce in modo violento solo con una certa rarità. Il mal del piede o gamba nera della bietola si manifesta dapprincipio con un imbrunimento appena sotto la zona del colletto che successivamente giunge a interessare l’interno del fittone e talvolta l’intera radice causando raggrinzimenti e fessurazioni. La lotta si basa soprattutto sull’impiego di semi conciati appositamente.

Il marciume secco o rizottoniosi colpisce la bietola in tutti gli stadi vegetativi, ma è particolarmente pericoloso allorché colpisce le piantine giovani, sulle quali causa imbrunimenti e necrosi nella zona sottostante al colletto.

La difesa prevede la distruzione delle piante infette, l’adozione di opportune rotazioni, drenaggi per impedire i ristagni d’acqua.

Il mal vinato della bietola può causare seri danni soprattutto nei terreni molto umidi. Il fettone malato si ricopre di una feltrosità di colore vinoso. La lotta si basa sulla distruzione delle piante infette, l’impiego di ampie rotazioni, drenaggi al terreno per impedire i ristagni d’acqua.

Annotazioni: talvolta la barbabietola da orto può andare soggetta ad alcune carenze di microelementi, che si manifestano in diverso modo sulla pianta. Ad esempio la mancanza di manganese causa un colore giallastro fra le venature delle foglie più vecchie mentre, se le radici mostrano chiazze grigie o marroni, la causa va ricercata nella mancanza di boro nel terreno.

Tecnica di coltivazione delle principali colture orticole – 1

Chenopodiacee

Famiglia che, seppure botanicamente importante, non vanta similmente ad altre, un grande numero di ortaggi.

Bietola da coste – beta vulgaris var. cycla

Varietà: bieta a costa argentata bionda di Lione, Bionda da taglio triestina, Verde liscia da taglio,

Verde a costa larga argentata.

Clima e terreno: il clima temperato è quello più idoneo alla coltura la quale, per altro, non rivela particolari esigenze climatiche. Temperature primaverili piuttosto basse, possono portare a una formazione precoce del seme. I terreni migliori sono quelli di medio impasto, freschi e profondi, irrigui, ma senza ristagni d’acqua e con buona dotazione di sostanza organica.

Avvicendamento: si può ritenere una coltura da rinnovo e, come tale, è adatta ad aprire una rotazione.

Consociazione: ben s’associa a molti ortaggi e in particolare a cavoli, lattughe, cipolle, carote.

Semina: si può effettuare in semenzaio a febbraio utilizzando il letto caldo per trapiantare allorché le piantine hanno emesso la 5^-6^ foglia; oppure direttamente nell’orto in primavera o in estate a file con distanze di 25 cm sulla fila e di 40 cm tra le file. La profondità di semina s’aggira attorno ai 3 cm. 3 grammi di seme sono sufficienti per 1 metro quadrato di semenzaio.

La bietola da coste può essere seminata direttamente a dimora distribuendo il seme a postarelle.

Nel caso di trapianto, questo va effettuato allorché le piantine della bietola da coste presentino 5- foglie vere. Al momento dell’impianto si consiglia di recidere la parte superiore delle foglie.

Concimazioni e cure colturali: la concimazione organica prevede una distribuzione di 3 quintali di letame per 100 metri quadri di orto, interrato per tempo con una vangatura alla profondità di 30-35 cm. Le cure colturali si basano su irrigazioni costanti per tutto il ciclo vegetativo della pianta per favorire lo sviluppo fogliare; scerbature e zappettature per arieggiare il terreno e tenerlo sgombro dalle infestanti; diradamenti.

Raccolta: s’effettua a scalare, recidendo le foglie più esterne della pianta quando sono bene sviluppate.

Avversità: peronospora e marciume secco o rizottoniosi.

Malattie e parassiti più comuni degli ortaggi – 2

Parassiti animali

Acari

Chiamati comunemente anche ragnetti rossi o gialli, pungono le foglie causando delle tipiche punteggiature a cui può seguire l’ingiallimento e la morte. Attaccano diversi ortaggi, tra cui bietole, pomodori, melanzane, zucche, meloni. La lotta preventiva consiste in trattamenti con litotamnio e farina di rocce e nella riduzione delle concimazioni azotate. Quella diretta prevede la distruzione dei vegetali colpiti e trattamenti con macerato d’ortica abbinato con il 5% di bentonite o, nei casi più gravi, rotenone o piretro.

Afidi

Comunemente chiamati pidocchi, gli afidi sono sicuramente tra i fitofagi più comuni. Questi insetti di diverso colore, pungono foglie e germogli suggendo la linfa e causando il loro accartocciamento e intristimento. Gli afidi, inoltre, attraverso le loro punture possono trasmettere pericolose virosi ai vegetali. Attaccano numerosi ortaggi e si combattono preventivamente con pacciamature e concimazioni povere d’azoto. La lotta diretta prevede l’asportazione delle parti infestate e trattamenti con macerata d’ortica, litotamnio, ceneri di legna e, nei casi più gravi, con rotenone e piretro.

Altiche

Coleotteri di piccole dimensioni conosciuti anche col nome di pulci. Colpiscono in particolare le foglie di cavoli, bietole e rape causando erosioni e bucherellature. Si può intervenire preventivamente con infusi di tanaceto o assenzio e adeguate pacciamature o, direttamente, in caso di attacchi consistenti con piretro.

Anguillule o nematodi

Vermi di piccole dimensioni assai dannosi in quanto le loro larve si introducono nelle radici di moltissimi ortaggi facilitando lo sviluppo di marciumi e virosi. La pianta colpita intristisce e muore. La lotta si basa sulla pratica delle rotazioni, l’apporto di sostanza organica stagionata, consociazioni con tagete e calendula, sovesci di senape.

Cavolaia

Farfalla dalle ali bianche punteggiate di nero, assai nota. Le sue larve si cibano delle foglie dei cavoli e di molte crucifere erodendole fino alle nervature. Oltre che con rotazioni, si può intervenire con decotti di tanaceto o assenzio. Se l’attacco è consistentesi può trattare con Baacillus thuringiensis o irrorazioni con acqua saponata.

Cecidomie

Microscopici moscerini le cui larve si sviluppano all’interno dei vegetali causando deformazioni. Nota è la cecidomia dei fagioli. Può essere combattuta con soluzioni di sapone o piretro.

Criocere

Coleotteri di piccole dimensioni le cui larve e adulti rosicchiano le parti aeree delle piante, soprattutto di quelle giovani. Particolarmente pericolosa è la criocera dell’asparago che causa danni anche a turioni. La lotta preventiva considera aspersioni di litotamnio sopra le foglie umide di rugiada. Al rotenone si può ricorrere in caso di forti attacchi.

Dorifora

Coleottero di facile individuazione per le sue caratteristiche dieci linee nere longitudinali sullo sfondo giallo del dorso. Le larve hanno un colore rosso con punti neri. Entrambi si cibano delle foglie della patata, causando, in casi gravi, la completa defogliazione. Qualche volta possono aggredire anche il pomodoro e la melanzana. La difesa preventiva si basa sull’uso di letame maturo per le fertilizzazioni e sulla distruzione dei residui vegetali infestati. Quella diretta, oltre all’eliminazione manuale, prevede aspersioni mattutine con litotamnio sulle pagine inferiori delle foglie e trattamenti a base di piretro, nicotina o rotenone.

Elateridi

Le larve di questi coleotteri attaccano le radici e il colletto di molti ortaggi (carota, insalata, porro, zucca, melanzana, basilico ecc.). Esse persistono più anni nel terreno e a causa della loro consistenza sono dette anche vermi filo di ferro.

La lotta preventiva prevede sovesci di senape, concimazione con letame maturo e distribuzione di litotamnio nei terreni con pH acido. La lotta diretta si basa su esche.

Grillotalpa

Grosso insetto che attraverso cunicoli scavati nel terreno giunge a rodere radici e colletto di molti ortaggi causandone la morte. Esce preferibilmente la notte. La lotta si basa sull’impiego di esche.

Maggiolino

Insetto le cui larve e adulti attaccano rispettivamente le radici e la parte aerea di molti ortaggi. La lotta si basa su rotazioni e esche.

Mosche

Ditteri le cui larve causano gravi danni a diverse colture. Si ha così la mosca della carota che provoca gallerie nelle radici; la mosca della cipolla e dell’aglio che divora la parte centrale dei bulbi causando marciumi; la mosca delle bietole che scava gallerie nello spessore fogliare ecc. Oltre all’impiego di prodotti chimici, la lotta si articola in diverse maniere. La mosca della cipolla si può combattere preventivamente impiegando letame maturo, consociando con carote, trattando le piantine con litotamnio o con legno quassio o rotenone. Alla mosca del sedano ci si oppone mediante consociazione con liliacee o trattando con estratto di assenzio o legno quassio (800 g) più sapone (200 g) in 1 hl d’acqua. La mosca minatrice delle bietole si previene rincalzando il colletto delle piantine. La mosca della carota si combatte spargendo sul terreno fuliggine dopo la pioggia, oppure irrorando la pianta con una miscela di 30 ml di paraffina liquida diluita in 5 lt di acqua.

Mosche bianche o aleurodidi

Piccoli omotteri di colore bianco che pungono le piante e ne succhiano la linfa. Ciò causa l’intristimento e la caduta delle foglie e l’emissione di melata sulla quale si sviluppano funghi dannosi. La lotta preventiva si basa sull’arieggiamento delle serre. La lotta diretta contempla l’uso di trappole cromotropiche gialle e trattamenti con infuso di tanaceto o, nei casi più intensi, con rotenone o piretro.

Nottue o agrotidi

Le larve di queste farfalle escono allo scoperto soprattutto di notte attaccando, generalmente, le piante al colletto. Nel carciofo, invece, scavano gallerie nelle nervature delle foglie e giungono a danneggiare i capolini. La lotta è diversa e articolata. Oltre alla distruzione delle parti attaccate, si può ricorrere a esche, alla protezione del colletto delle piante mediante collari di cartone, a trattamenti a base di piretro o rotenone.

Tignole

Piccole farfalle le larve delle quali causano defogliazioni su cipolla, aglio, porro, melanzana. La lotta preventiva si basa sulla distruzione delle parti infestate. Quella diretta conta sull’impiego di piretro e rotenone.

Tonchi

Coletteri le cui larve vivono nei semi delle leguminose, scafando fori. Si possono combattere ritardando le semine, trattando per 1 ora i semi in acqua a55-60°C prima di immagazzinarli, spolverando i semi con litotamnio 20gr/1kg di seme). In caso di forti attacchi trattare con piretro.

Tortrici

Piccole farfalle le cui larve possono portare danno ad alcuni ortaggi. Tra i diversi sistemi di lotta ricordiamo le zappature invernali che espongono le crisalidi alla voracità degli uccelli.

Tripidi

Suggono la linfa dagli apici vegetativi, dalle foglie e dai frutti di diversi ortaggi. Si combattono con trattamenti al piretro.

Virus

I virus corpuscoli microscopici in grado di trasmettere alle piante malattie assai pericolose. Le loro infezioni vengono propagate attraverso le punture di insetti (ad esempio afidi), di nematodi o per ferite causate alle piante nel corso delle lavorazioni. Tra i numerosi ortaggi colpiti dalla virosi citiamo: pomodoro, peperone, melanzana, bietola, cavoli, fagioli, cipolle, porri.

Le malattie da virus si manifestano con caratteristiche aree scolorite, note con il nome di mosaico, ma anche con altre sintomatologie, come avvizzimenti, apici ricurvi ecc. La lotta si basa su due punti essenziali: la soppressione dei parassiti vettori (afidi e nematodi, soprattutto) è la prevenzione. Questa consiste nell’uso di attrezzi da lavoro puliti e nell’utilizzazione di piantine e sementi esenti o resistenti ai loro attacchi.

Sua maestà, il Fungo – 2

A metà fra il regno vegetale e quello animale, può essere microscopico ma anche immenso.

Raccogliere funghi quando ancora non sono completamente sviluppati non è corretto, perché non si dà la possibilità al fungo di propagare le sue spore e quindi di riprodursi, ma è anche estremamente pericoloso: spesso a questo stadio i funghi tossici non sono distinguibili da quelli buoni. Meglio adulti. E’ il caso dell’ovolo (“Amanita caesarea”) uno dei funghi più pregiati, che può essere confuso nello stadio giovanile con l’ovolo della velenosissima “Amanita muscaria”. Da adulti non c’è possibilità di confondere la straordinaria bellezza e le forti tonalità dell’ovolo buono: il cappello è di un intenso giallo arancione, le lamelle e il gambo giallo oro.

I funghi nelle fiabe sono, nelle tradizioni popolari l’elemento magico del bosco, forse proprio per le loro proprietà allucinogene.

Parlando dei macromiceti, occorre una precisazione: la pianta del fungo non è quella che raccogliamo, ma si trova sottoterra: è costituita da una serie di filamenti, le ife, che si intrecciano tra loro formando una ragnatela, il micelio, dove scorre la linfa vitale. In condizioni ambientali favorevoli, la pianta inizia a produrre i frutti, i funghi che tanto cerchiamo. La loro funzione è quella di rilasciare, una volta giunti a maturazione, milioni e milioni di spore che, trasportate dal vento o dagli animali andranno a formare nuove piante in altre zone. Queste ultime, però, saranno capaci di fare frutti solo se riusciranno a incontrare e a fondersi con un altro individuo, di “sesso” opposto.

La ragnatela sotterranea si può sviluppare senza limiti: in Oregon, nelle Blue Mountains, è stato scoperto un enorme esemplare di Armillaria ostoyaei: si estende per 890 ettari, pari a 1665 campi di calcio, ed è considerato l’organismo vivente più grande della Terra. L’età stimata di questo fungo gigante è di 2.400 anni, ma c’è chi sostiene che possa averne anche 7 mila.

Forse ai funghi dobbiamo anche il trasferimento della vita sulla terraferma. Nel Wisconsin sono stati ritrovati fossili di primitivi filamenti fungini associati alle radici di piante verdi: sembra che abbiano lasciato l’ambiente acquatico insieme. La loro interazione, si sospetta, potrebbe avere favorito la colonizzazione dell’ambiente terrestre da parte dei vegetali.

Come tutto ringraziamento, le specie che in seguito hanno affollato la terraferma hanno incominciato a mangiare proprio loro, i funghi. Che a volte si difendono con il veleno. Raramente, però: in Italia, su più di 3 mila specie censite, sono appena 20 quelle tossiche, di cui meno di 10 considerate mortali. La maggior parte dei casi di avvelenamenti letali è ricondotta a un unico, temutissimo fungo, l’Amanita phalloides. I primi sintomi dell’avvelenamento si manifestano tra le 8 e le 48 ore dopo l’ingestione, quando ormai i veleni hanno avuto il tempo di colpire i loro bersagli.

Gli altri, quelli mangerecci, sono così apprezzati da essere stati chiamati la “carne dei poveri”. Perché si trovano in ogni bosco e hanno un alto contenuto di proteine.

Tra l’altro, non siamo i soli ad apprezzare i funghi: alcuni gruppi di formiche dell’America equatoriale, chiamate tagliafoglie, addirittura li coltivano. Tra i vari accorgimenti utilizzati, prima di impiantare una nuova coltivazione preparano il terreno, rendendolo soffice con le zampe; alla raccolta lasciano parte del fungo nel terreno così da consentirgli di ricrescere. Quando trasferiscono il formicaio, portano con se il fungo per formare una nuova coltura.

Un’altra qualità dei funghi è che sono… dietetici. Contengono poche calorie e sono ricchi di fibre, due caratteristiche oggi molto apprezzate: saziano, ma senza far ingrassare. In più, sono ricchi di minerali e di vitamina D, molto rara nei vegetali, indispensabile per l’assorbimento del calcio e quindi per la formazione delle ossa. Purtroppo hanno la tendenza ad assorbire metalli pesanti e altri elementi presenti in ambienti inquinati.

I funghi sono consumati anche per altri scopi, soprattutto presso popolazioni indigene dell’America Centro Meridionale, ma anche in Africa, per esempio presso la tribù Fang del Gabon e gli Yoruba della Nigeria, dove rappresentano il cardine della vita spirituale e religiosa.

Dagli Aztechi erano chiamati “teonanacatl”, ossia “carne degli dei”, per il potere loro attribuito di trasportare chi li consumava in un’altra dimensione, a contatto con la divinità. Molti appartengono al genere Psylocibe e da noi sono chiamati funghi allucinogeni, in altri luoghi funghi sacri o magici.

Sono note circa 200 specie di funghi allucinogeni, ma i micologi continuano a classificarne di nuovi. Crescono anche in Italia, specie nelle regioni centrali, dove nel periodo autunnale non è difficile trovare Psylocibe semilanceata, un fungo prataiolo dalle potenti capacità allucinogene. Consumato crudo o cotto, dopo 30-60 minuti dà allucinazioni che durano per ore. Un totale riequilibrio neuro-chimico richiede 7 giorni. Un avvertimento: in Italia ne è vietata la raccolta, la detenzione e la vendita.

Meglio ripiegare dunque su un buon piatto di porcini.

Tre tipi di funghi:

Saprofiti – I funghi saprofiti si nutrono di detriti organici in decomposizione: evitano che il bosco si trasformi in una discarica e forniscono nutrienti alle piante.

Parassiti – Parassiti del legno: funghi che vivono a spese della pianta ospite.

Simbionti – I filamenti di alcuni funghi compenetrano le radici di piante superiori, formando le micorrize: i funghi assorbono per la pianta acqua e sali, e in cambio sono da essa nutriti.

Sua maestà, il Fungo. A metà fra il regno vegetale e quello animale, può essere microscopico ma anche immenso.

I funghi, come gli animali, non sanno costruirsi le sostanze nutrienti, e non hanno bisogno di luce per vivere.

Come i vegetali non hanno mezzi di locomozione e si riproducono affidando le proprie spore al vento o ad animali.

I funghi sono ovunque, ci circondano, ci nutrono, ci dissetano, ci colonizzano, ci curano… Consentono la lievitazione del pane, la fermentazione di alcuni alcolici, la preparazione di formaggi, e ci deliziano con il loro profumo e sapore inconfondibili.

Grazie a essi abbiamo ottenuto i primi antibiotici, ma sono anche stati causa di intossicazioni, e portatori di malattie, sia per l’uomo sia per molte colture vegetali. D’altra parte, provvedono alla salute dei boschi fornendo nutrimento a piante e animali: ci sono anche colonie di formiche che se ne cibano coltivandoli in enormi camere sotterranee. Ma non sono tutti piccolissimi: anzi, è un fungo l’organismo più grande della Terra.

I lieviti e le muffe, riuniti nel gruppo dei micromiceti, sono però ben più numerosi dei funghi classici, i macromiceti, e molte specie microscopiche non sono ancora conosciute e classificate. I macromiceti, cioè i funghi che suscitano l’interesse del raccoglitore, a oggi contano circa 12 mila specie classificate. Che non ci affascinano solo perché sono buoni da mangiare, ma anche per la loro componente di mistero: compaiono nel bosco qui e là, come d’incanto, crescono con rapidità inconsueta e scompaiono altrettanto in fretta.

Già nella Bibbia si trovano riferimenti al rapporto tra l’uomo e i funghi: a sette anni di abbondanza si alternavano sette anni di carestia, punizione divina per l’infedeltà degli uomini. La dea Robigo, la ruggine responsabile della carestia, era venerata per scongiurare nuove carestie. Il vero colpevole? Un microscopico fungo parassita dei cereali, Puccinia graminis, la ruggine nera del grano, è ancora oggi uno dei più temuti flagelli delle nostre messi. I chicchi dei cereali colpiti appaiono rinsecchiti poiché il fungo utilizza il nutrimento che dovrebbe essere accumulato nel seme.

I funghi, inoltre, hanno sempre ispirato timore per le loro potenzialità venefiche. Pasti finiti in tragedia sono documentati fin dal 54 d.C.: in quell’anno Agrippina avvelenò il marito Claudio, pare con la Amanita phalloides, così da far salire al trono il figlio Nerone.

Nel 1722 le mire espansionistiche dello zar di Russia Pietro il Grande furono fermate da Claviceps purpurea, fungo parassita che cresce nella spiga della segale. La farina infetta che si ottiene ha proprietà fortemente tossiche: con questa i soldati russi fecero il pane di cui si cibarono, e con cui si avvelenarono; nel fungo sono contenuti circa dodici alcaloidi, tra cui l’ergotina, che dà l’ergotismo, comunemente chiamato fuoco sacro: i sintomi sono cancrena agli arti e dolori atroci.

In compenso, moltissime vite umane sono state salvate dai funghi. Dalla muffa Penicillium notatum deriva infatti la penicillina, il primo antibiotico usato nella pratica medica. Un’altra sostanza prodigiosa ha consentito di minimizzare i rigetti nei trapianti d’organo: è la ciclosporina, isolata da Tolypocladium inflatum, un fungo scoperto per caso in un pugno di terra in Norvegia, nel 1970, e dotato di notevoli proprietà immunosoppressive: senza di essa i trapianti non sarebbero possibili perché il nuovo organo sarebbe riconosciuto come estraneo e rigettato.

Un altro penicillio, Penicillium glaucum, ha contribuito ad arricchire le nostre tavole con un formaggio unico: il gorgonzola. La screziatura verde nella pasta, cui si deve il caratteristico sapore, sono infatti microscopici funghi. Nella lavorazione, al latte sono aggiunte spore di penicillii: dopo 4 settimane di maturazione, la forma viene bucata con grossi aghi metallici, l’aria entra nella pasta e induce la crescita della muffa.

Non è finita. Il lievito di birra Saccharomyces cerevisiae, un fungo unicellulare, è responsabile della fermentazione che permette la lievitazione della pasta del pane e dei dolci. Anche quella del vino avviene ad opera dei lieviti: sono milioni, e compaiono già sulle uve mature, trasformando gli zuccheri in alcool etilico. I lieviti della birra provvedono anche alla fermentazione alcoolica del malto d’orzo addizionato col luppolo.

Meno benevoli sono i micromiceti che parassitano l’uomo e gli animali, dando origine ad infezioni dette micosi, superficiali se colpiscono la pelle, o profonde se raggiungono gli organi interni. I funghi penetrano nella pelle, e le spore infettive sono in grado di sopravvivere anche per due anni prima di svilupparsi, in corrispondenza di alte temperature, umidità e abbassamento delle difese immunitarie dell’ospite. Tra i più diffusi un lievito, la Candida, che infetta cute e mucose. Un altro tipo di funghi parassiti sono i dermatofiti, che si nutrono di cheratina e attaccano perciò capelli, pelle, unghie, dando le tigne.

Continua.