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L’angolo della Poesia

Pasca

‘E frungille, ‘e cardelline

‘mmiez’  ‘e sciure ‘e primmavera

Cu’ sti cante rare e fine

Danno a Pasca ‘n’aria allèra.

Dint’ ‘o furno d’ ‘a cucina

coce e volle, comm’ajère

‘o capretto, ‘na gallina,

dorce,tortane e pastiere.

‘Ncopp’  ‘o ffuoco ‘a tianella

già accummència a pippìa,

io me spogno ‘a mullechella

cu’ ‘nu zuco ‘a fà ‘ncantà.

Nun resisto, aggia pruvà.

M’addecrèo sta vocca e ‘a panza

e me sento ‘e cunzulà.

Tutt’ ‘e vvote ‘n ‘ammuina,

corre e allucca sempe ‘e cchiù.

Nun ‘o ssàpe Cuncettina

c’ ‘a spusàje pe’ stu rraù.

(U. De Fazio)

Arte – Cultura – Tradizioni

Fujenti e battienti sulle strade della fede antica – 2

Una gara appassionata

All’alba del Lunedì in albis le corporazioni di Acerra, Afragola e degli altri paesi dell’agro napoletano si preparano per il rito finale. Alle cinque del mattino, avvolti nei loro sai bianchi, i monaci spalancano le porte del santuario situato nel comune di Sant’Anastasia, non lontano da Pomigliano d’Arco. Alla stessa ora, o addirittura prima, i membri delle diverse corporazioni di fujenti si raccolgono presso le rispettive sedi o nella piazza principale dei paesi interessati al pellegrinaggio. Alcuni gruppi partono anche da piazza Mercato, a Napoli. I devoti sono vestiti con una sorta di divisa dalle forme e dai colori ricorrenti: camicia e pantaloni bianchi, sciarpa a tracolla con l’effigie della Madonna e un’altra fascia avvolta intorno alla vita. Questi ultimi due ornamenti sono generalmente colorati, uno in azzurro e l’altro in rosso, ma va ricordato l’uso di taluni quartieri di ricorrere a colori diversi. il vessillifero, infine, che ha l’incarico di portare in processione uno stendardo con l’immagine della Madonna, reca in vita anche una fascia di pelle con una piccola sacca, nella quale viene inserita l’asta. La processione di ogni singola paranza si forma dietro il vessillo o dietro il tronetto che sostiene il dipinto creato in onore della Madonna.

Tali opere costituiscono, fra l’altro, l’oggetto di una serrata competizione tra i singoli gruppi, che per questo motivo affidano la loro confezione ai migliori artisti locali. La gara dà esito, in alcuni casi, a vere e proprie premiazioni, peraltro sconsigliate dalle “Norme per i fujenti” pubblicate nel 1966 dai frati Domenicani: ad Acerra, ad esempio, si usa ancora oggi conferire la palma della vittoria all’opera di maggior valore artistico, mentre ad Afragola, dalla fine dell’Ottocento, viene innalzato un palco in piazza Municipio per premiare le paranze meglio organizzate e gli ex-voto più belli, in seguito sostituiti dai dipinti destinati alla Madonna.

Completano spesso la dotazione del gruppo anche ceri devozionali e speciali doni da offrire alla Vergine. E’ interessante notare, infine, che, durante la processione finale, è vietato passare davanti al vessillo: lo stesso capo-paranza, quando deve controllare l’ordine nel suo gruppo, procede a ritroso piuttosto che voltare le spalle alla bandiera. Il via è dato da una salve di mortaretti che, legati alla corda del vessillo, fanno cadere un drappo: questo è il momento di inizio della corsa al Santuario della Madonna dell’Arco.

I “battienti” e i “toselli” la lunga corsa verso il santuario

In passato la corsa si svolgeva lungo l’intero percorso, senza alcuna interruzione. Oggi invece essa termina spesso fuori del paese o appena usciti da Napoli, e al santuario si arriva con i pullman mobilitati per la ricorrenza: solo chi ha formulato un particolare voto effettua a piedi tutto il pellegrinaggio. Anche così, comunque, la corsa verso il santuario rappresenta un evento davvero speciale, cadenzata com’è al ritmo dei tamburi che scandiscono i passi dei fujenti. Fino al 1966, anno in cui i padri Domenicani regolamentarono le processioni, molti fujenti, giunti in prossimità del santuario, procedevano facendo strisciare la lingua per terra o percuotendosi. Per questo motivo, ma soprattutto per la loro corsa cadenzata, nella quale i piedi percuotono ritmicamente il terreno, tali devoti venivano detti “battienti”, o “vattenti”, termine che oggi viene usato per indicare indifferentemente i fujenti e i loro percussionisti. L’usanza è ricordata, in termini piuttosto drammatici, dal Dominici, secondo il quale “molte confraternite et comunità di paesi molto lontani vengono processionalmente crudelmente battendosi, in tanto che, quando arrivano, d’ogni intorno piovono sangue, spettacolo veramente a vedere molto horribile”.

Prima di arrivare al santuario la marcia subisce delle pause, durante le quali i partecipanti maschi si lasciano andare a danze dal rituale aggressivo, che hanno origine in antiche manifestazioni agresti e pagane.

Come già accennato, alcune paranze recano il “tosello”, detto anticamente “chiatta” in molti paesi a nord di Napoli, e “chietta” in particolare ad Afragola: sono costruzioni in cartapesta collocate su un basamento di legno a forma di barca con sopra un trono contenente un’immagine della Madonna. Giunti davanti al santuario i portatori del tosello avanzano e si ritraggono per tre volte: è il rituale del “trase e jesce”. Il ritmo dei piedi che battono sul terreno con frequenza sempre maggiore, la stanchezza e il forte rapimento devozionale sfociano infine in una diffusa frenesia, a causa della quale molti partecipanti perdono il controllo dando origine a scene di isteria o esaurendosi fino ad esporsi a improvvisi malori.

I rituali legati alla processione alla Madonna dell’Arco hanno, sia ad Acerra che ad Afragola, origini lontanissime. Sono espressioni popolari che risalgono ad antichi riti propiziatori legati alla fertilità delle campagne: non a caso si svolgono, questi come tanti altri, in primavera e all’inizio dell’estate.

Molti studiosi tendono a connettere le manifestazioni in onore della Madonna dell’Arco con alcuni aspetti caratteristici dei misteri eleusini: secondo alcuni ricercatori, in effetti, è probabile che, in un ambiente rurale come quello di Acerra, di Afragola e dei paesi della fascia subvesuviana, gli antichi rituali pagani legati al culto di Cerere, dea delle messi e della fertilità dei campi, siano confluiti in parte nelle cerimonie devozionali prescritte per la celebrazione della Vergine. Certa è comunque l’origine agraria del rito dei fujenti. E’ significativo del resto, che la “divisa” dei devoti richiami nel colore il costume di Pulcinella, una maschera nata forse proprio ad Acerra: si tratta infatti dell’abito tradizionale degli antichi contadini campani, bianco come le vesti adottate nei riti penitenziali della Quaresima.

Connessioni singolari di luoghi e tempi dimostrano la continuità di queste usanze contadine. La corsa, inoltre, simboleggia la purificazione dell’anima e ricorda la fuga rituale attuata in ambito pagano da chi veniva “posseduto” da un demone o da una divinità. In effetti testimonianze scritte o ex-voto dei secoli passati ricordano che il Lunedì in albis molti “posseduti” venivano miracolosamente liberati. Non vi è dubbio infatti che, soprattutto nella fase conclusiva, il rito dei fujenti costituisca un momento fortemente liberatorio dotato di grande impatto emotivo e dunque di notevole valenza psicologica: tanto è vero che, come è stato già accennato, nel 1966 i padri Domenicani reputarono giusto regolamentare la cerimonia attraverso precise norme scritte, che hanno ricondotto le esibizioni più violente e “colorite” nell’ambito di una più serena spiritualità.

Arte – Cultura – Tradizioni

Fujenti e battienti sulle strade della fede antica – 1

Per mesi ad Acerra, ad Afragola e in tutti i centri della fascia pedemontana del Vesuvio, comprese certe zone di Napoli, ci si prepara alla Festa della Madonna dell’Arco, le danno vita i fujenti, gli appassionati pellegrini devoti alla Madonna, così chiamati per la corsa rituale in cui si lanciano battendo a ritmo i piedi nudi. La cerimonia, che si svolge il Lunedì in albis, costituisce una delle manifestazioni più popolari dell’intera Campania. Enorme è l’afflusso di pubblico: tra i fujenti veri e propri e i loro sostenitori, partecipano alla festa molte decine di migliaia di persone, quasi tutte provenienti dalla provincia di Napoli.

Il pellegrinaggio al Santuario della Madonna dell’Arco, di cui il rito dei fujenti rappresenta il fenomeno centrale e più caratteristico, ha origine nei primi anni del Cinquecento, mentre la leggenda di fondazione risale alla metà del XV secolo.

La tradizione riferisce di un’immagine della Madonna conservata in un tabernacolo nei pressi di Pomigliano d’Arco, non lontano dai resti dell’acquedotto fatto costruire dall’imperatore Claudio. Secondo i racconti popolari, di cui tiene conto Arcangelo Dominici nel suo “Compendio dell’Historia, miracoli et gratie della Madonna Santissima dell’Arco” scritto nel 1608, la sacra raffigurazione sarebbe stata colpita e offesa da un giovane scapestrato impegnato con alcuni suoi amici in una partita di “palla a maglio”. Sembra che, appena toccato, il volto della Vergine abbia iniziato a sanguinare: la folla, allora, sbigottita dall’evento straordinario, dopo aver fatto impiccare il giovane blasfemo, avrebbe deciso di erigere una cappella in onore della Vergine offesa. Il prodigio della Madonna dell’Arco ha dato vita col tempo a un culto intenso e appassionato, rafforzato dagli innumerevoli miracoli che la devozione popolare ha voluto attribuire all’immagine sacra. Al santuario, edificato sul luogo dove sorgeva prima il tabernacolo e poi la cappella, si sono recate folle sempre crescenti di pellegrini per chiedere grazie e intercessioni, testimoniate dalle migliaia di ex-voto offerti alla Madonna.

Le paranze e il rituale della questua

E’ in questo clima di calda devozione e di eventi sovrannaturali che si svolge la straordinaria processione dei fujenti. La particolarità del rituale, così come si svolge ad Acerra, ad Afragola e negli altri paesi della zona, consiste nel fatto che i devoti vengono impegnati in una lunga corsa che inizia dal luogo di residenza e si protrae, senza alcuna interruzione, fino al Santuario della Madonna dell’Arco. All’impegnativo pellegrinaggio i fujenti non prendono parte singolarmente, ma riuniti in gruppi organizzati. Nella diocesi di Napoli sono oltre cento le corporazioni che partecipano ogni anno a questa ricorrenza, ma ancora più numerose sono quelle sorte nell’area compresa tra Pozzuoli, Aversa, Afragola, Acerra e Nola. Una singola corporazione può rappresentare anche un intero quartiere di paese, e chi vi entra lo fa perché ha formulato un voto o per semplice devozione. L’iscrizione dura un anno o più, ma in realtà la sopravvivenza dell’associazione stessa è legata al successo ottenuto sia il giorno della fujuta sia durante i lunghi preparativi. Questi ultimi, in effetti, impegnano i membri della corporazione per molto tempo prima della cerimonia vera e propria, fino al singolare rito della questua, che inizia circa un mese prima del Lunedì in albis rinnovandosi, pressoché identico, tutte le domeniche.

Nella questua, così come nel pellegrinaggio, è impegnata una squadra perfettamente organizzata, la cosiddetta paranza: termine tratto dalla fraseologia marinara, in quanto la squadra di devoti ricorda la disposizione in mare delle barche uscite per la pesca di paranza, che dura tre o quattro giorni. I ruoli nella paranza sono rigorosamente distribuiti: quattro uomini hanno il compito di trasportare un tronetto su cui viene issata un’immagine della Madonna; altre quattro persone sono destinate alla sostituzione dei portatori, mentre un ulteriore gruppo è costituito da uomini dalla voce potente che annunciano l’arrivo della paranza. Fondamentale è il ruolo dei diversi capi-paranza, detti anche, ad Afragola, “capichietta” in quanto chietta è qui sinonimo di paranza, alcuni dei quali sono ormai entrati nella storia del paese. Il capochietta è il responsabile di fronte all’Associazione della Madonna dell’Arco del buon andamento dell’organizzazione (spesso capochietta e presidente del sodalizio sono la stessa persona), i capifila, che sono gli aiutanti dei capichietta e sovrintendono alle file o ai settori della chietta-paranza, il portabandiera, a cui è affidato lo stendardo del gruppo, i portatori degli ex-voto (spesso sono anche bambini) per grazia ricevuta. Un posto a parte e di riguardo è riservato a “o cape ‘e suggità” che, per prestigio, porta un dono speciale alla Madonna, spesso rappresentato da un enorme boccione di vino posto sul capo, ed ha l’incarico di eseguire coreografie davanti a una commissione: uno spettacolo nello spettacolo.

Tutti gli altri membri dell’associazione, infine, seguono correndo l’immagine sacra, senza cessare mai di battere i piedi a terra, neppure nei momenti di sosta. A loro è affidato il compito, durante il periodo della questua, di sollecitare le donazioni in denaro. Fino a pochi anni fa questi appassionati devoti procedevano scalzi, per voto: ancora oggi, comunque, mantengono l’usanza di correre in continuazione per raccogliere le monete lanciate al loro passaggio.

La domenica delle Palme il rito della questua acquista un carattere ancora più suggestivo. Ad ogni fermata considerata sacra, come davanti alle edicole votive, la paranza si esibisce nella cosiddetta “caduta”: al suono del fischietto del capo-paranza i fujenti si gettano a terra e restano immobili finché non giunge l’ordine di alzarsi. Il rito della caduta costituisce nello stesso tempo un atto devozionale e una prova di forza e di destrezza. Prostrati davanti all’edicola sacra, infatti gli uomini devono rimanere a lungo in uno stato di immobilità assoluta, sostenendosi esclusivamente sugli alluci e sulle palme delle mani: uno spettacolo eccezionale, che prepara degnamente l’evento, ancora più denso di pathos, del pellegrinaggio al santuario. Continua domani.