Tag: viaggi

Viaggiare – Hawai’i – 4

nella cultura hawaiiana, il più bell’omaggio che si possa rendere al prossimo è comporre o cantare un canto in suo onore.

Quanto alla Hula per tutti gli hawaiiani questa danza è stata fonte di ispirazione e di recupero dell’identità. Non è difficile capire perché. Attraverso il gesto, il movimento, la musica che l’accompagna, il ritmo delle percussioni (zucche svuotate colpite con il palmo della mano), l’hula può essere, di volta in volta, un racconto, una festa in omaggio al tramonto o a un personaggio importante; oppure, ancora, una successione di gesti d’affetto. Può essere eseguita da una sola persona o da un intero halau, un gruppo di uomini che cantano e battono i piedi, o di donne che si muovono sinuose. Nella sua forma classica è uno spettacolo e, allo stesso tempo, un modo formale di accogliere gli ospiti, e di celebrare eventi e luoghi.

Attraverso l’hula si può apprendere la lingua, ma anche la storia, la genealogia, la spiritualità delle Hawai’i. E soprattutto al danzatore insegna a comprendere l’identità hawaiiana e dunque insegna il rispetto per la cultura.

Il re Kalakakua, che governò dal 1874 al 1891 era chiamato Merrie Monarch (l’allegro monarca) per il suo stile di vita esuberante e la sua passione per lo champagne, la musica, e, appunto ‘hula.

Il kahiko è la forma più antica di hula e racconta la storia delle Hawai’i: è storia orale. La tradizione è sopravvissuta all’ostracismo dei missionari perché nelle campagne si continuava a praticarla, a differenza delle città. Oggi il kahiko viene eseguito con passione da gruppi di 20 o 30 giovani di entrambi i sessi, mentre la auana, la forma moderna di hula, ha musiche più melodiche e movenze più sensuali.

Tutti i tentativi di cancellare l’hula, però, l’hanno resa solo più forte. Come nel 1964, quando fu al centro della prima battaglia culturale di Gladys Brandt, all’epoca preside della sezione femminile della Kamehameha School, la più grande e importante scuola privata per havaiiani .

Fondata nel 1887, la scuola si propone di dare accesso solo a bambini di etnia hawaiiana. Una regola della scuola vietava alle ragazze di danzare l’hula stando in piedi. Stavano sedute ed usavano le mani. Quando la signora Gladys Brandt permise loro di alzarsi, le fu detto che il consiglio di amministrazione della scuola avrebbe dovuto esprimersi su questo cambiamento mentre uno dei consiglieri ebbe da ridire: “donna”, esclamò, “quando ti abbiamo assunta non pensavamo di portarci in casa qualcuno che avrebbe promosso l’indecenza”. Ma zia Glayds, così la chiamavano, tenne duro, e quando le ragazze danzarono l’hula in piedi, ottenne un trionfo personale: aveva assolto in pieno il suo compito di kapuma.

Se la cultura hawaiiana esiste ancora, nonostante subisca da quasi tre secoli la pesante concorrenza delle culture importate dagli immigrati (cinesi, filippini, giapponesi e, naturalmente statunitensi), è merito di persone come Gladys Brandt. “Mi sembra che gli hawaiiani fossero considerati poco più che spazzatura”, ricorda zia Gladys. “Sentivo che un’intera società era al di fuori della mia portata, e che per me tante porte erano sbarrate. Ma quando sono diventata preside ho smesso di pensare che gli hawaiiani fossero spazzatura”. Oltre alle sue innovazioni nel campo dell’hula, nella sua scuola zia Gladys ha incoraggiato lo studio della musica e di altri aspetti della cultura hawaiiana. Continua – 4.

Viaggiare – Hawai’i – 3

ruscelli e cascate scintillano nella valle sulle Big Island

Negli anni Sessanta anche le Hawai’i furono contagiate dalla passione politica che aveva cominciato a trasformare il resto del Paese. Sull’onda dei movimenti dei diritti civili, che incoraggiava la gente a prendere la parola, anche gli hawaiiani iniziarono a riflettere sul proprio ruolo nella società e a rivendicare con maggior forza il diritto alla terra e al rispetto della cultura tradizionale.

Anche la guerra nel Vietnam, con tutte le delusioni che provocò, diede nuova energia a un’intera generazione di attivisti hawaiiani.

Verso la fine degli anni Settanta, la piccola isola di Kaho’olawe, al largo della costa sudoccidentale di Maui, divenne un simbolo della lotta degli Hawaiiani per riappropriarsi della propria cultura. Sebbene fosse letteralmente cosparsa di siti archeologici hawaiiani, circa 2000, l’isola era fin dal 1941 requisita dalle forze armate americane, che la usavano come poligono di tiro. Le esplosioni delle bombe suscitarono grande rabbia tra la popolazione, che reagì con proteste, manifestazioni, e anche un’occupazione dell’isola. La controversia ha avuto termine soltanto negli anni Novanta, quando lo Stato ha destinato l’isola disabitata alla conservazione e alla pratica della cultura hawaiiana: un luogo dove pregare, cantare, fare offerte votive.

Sono stati restaurati altari e antichi villaggi, ed è stato varato un piano per reintrodurre la flora originaria, cancellata da anni di bombardamenti.

Per noi è un piko, proclama Aluli, usando la parola hawaiiana che signific ombelico, o centro. Kaho’olawe era un importante punto di riferimento per i navigatori polinesiani, che la identificavano con Kanaloa, il dio dell’oceano.

Un’altra forte spinta alla rinascita culturale venne, negli anni Settanta, dal recupero della navigazione tradizionale a bordo delle canoe a doppio scafo. Il precursore fu Pius Mau Piailug, un navigatore delle isole Caroline, in Micronesia: gli hawaiiani avevano smesso di avventurarsi nell’oceano già nel XIV secolo, ma in lontane isole del Pacifico la tradizione era sopravvissuta, assieme agli antichi metodi di orientamento con le stelle. Mau riportò quest’arte alle Hawai’i, assieme a Nainoa Thompson, della Società polinesiana di Navigazione d’altura, e a Milton Shorty Bertelmann, che, in coppia con il fratello Clay, ha poi costruito la Makali’i.

Questi uomini, con le loro canoe, sono diventati simboli per le nuove generazioni, trasmettendo, assieme alla cultura della navigazione, valori come l’orgoglio, la disciplina, l’autostima, l’abilità marinara.

La cosiddtta “battaglia delle ossa” divampò a metà degli anni Ottanta, quando fu proposta la costruzione di un complesso turistico di lusso a Honokahua, sull’isola di Maui, sopra un antico cimitero.

Le proteste furono veementi, tanto che nel 1989, dopo quasi un anno di negoziati, il progetto fu modificato. Per rispettare la santità del luogo, l’albergo sarebbe sorto in posizione più arretrata, non più sul mare ma con vista sul mare. In seguito sono state approvate leggi per vietare la profanazione degli antichi siti hawaiiani. Continua -3

Hawai’i – 2

l’occhio infuocato al centro del cratere del Kilauea

Il canto hawaiiano, la pura voce del Pacifico, è uno dei suoni più emozionanti e più evocativi che esistano al mondo: è in parte preghiera e in parte enunciazione drammatica.

Ai canti cerimoniali si aggiunge la benedizione dal Kùpuma del luogo. Kùpuma è una straordinaria parola che può indicare sia un anziano sia un antenato. Tradotta, significa colui che emerge dalla fonte: la fonte della conoscenza tradizionale.

La canoa per gli hawaiiani è il simbolo della famiglia. Bisogna condividere tutto: storia, valori, cultura, kuleana (responsabilità), kokua (aiuto reciproco). Nelle lunghe traversate la canoa diventa la loro isola. Devono imparare a vivere e a lavorare insieme in armonia perché è un esperienza che rimarrà anche nella vita sulla terraferma.

Molti turisti alle Hawai’i vedono soltanto le spiagge di Waikiki o di Maui, le superficiali attrazioni dell’industria turistica che regge l’economia dello Stato: l’hula in versione sexy, le gite in barca con annessa bevuta, i chiassosi lu’au (banchetti). Tutte invenzioni dei pubblicitari, o di chi vuole vendere alle masse le Hawai’i.

Certo il turista potrà vedere l’hula, anche nella versione autentica, non edulcorata ad uso e consumo dei forestieri. Con un po’ di fortuna, potrà persino ascoltare il suono della lingua hawaiiana, sorprendendo due persone del posto in una conversazione: una lingua affine ai maori e al tahitiano, parte della grande famiglia degli idiomi polinesiani. Gli capiterà di scorgere, dalla riva, la sagoma fugace di una canoa hawaiiana che solca il mare col suo doppio scafo e la caratteristica vela a chela di granchio. E senza dubbio vedrà l’he’emalu cioè il surf, che gli hawaiiani praticano da secoli.

Agli occhi del visitatore, poi, non può sfuggire l’ondata di attivismo politico, quasi inspiegabile, attraverso cui si esprimono richieste di potere e di autonomia ai più vari livelli: si organizzano manifestazioni, s’inalberano cartelli di protesta, si consumano dissensi intestini, si scagliano invettive contro una quantità di personaggi: dal cpitano Cook al governatore in carica.

Al turista potrà forse sfuggire il fatto che nella società hawaiiana tradizionale non si fa mai visita ad altri senza preavviso o a mani vuote: senza un pù’olo, un dono. Se non si ha una referenza, cioè qualcuno che garantisce, si viene liquidato come ni’ele, ficcanaso, e perciò ignorato. Il cuore di questa cultura non è la musica né il divertimento: è invece una intensa solennità e l’appello all’olimpo degli dei attraverso complesse cerimonie di canti e preghiere. Così gli hawaiiani affermano e rafforzano il legame che li unisce in modo indissolubile alla loro terra.

Essere veramente hawaiiani significa anche tramandare la lingua e le arti tradizionali, fra cui la pesca, la navigazione, il surf, la coltivazione del taro: conoscenze trasmesse nel tempo da un kumu, un insegnante. E’ molto difficile pensare a un’altra cultura in cui il rapporto tra insegnanti e allievi abbia un ruolo così centrale, il culto del rispetto sia tanto rigoroso, e, in definitiva, la spiritualità sia altrettanto profonda.

Negli anni settanta del secolo scorso, vi fu l’inizio del rinascimento culturale hawaiiano che fu evidenziato da almeno quattro episodi: il recupero dell’isola di Kaho’olawe, la rinascita della navigazione a vela tradizionale, la Battaglia delle ossa e il revival della tradizione hula. Con l’hula, poi, rinacque anche l’interesse per la lingua hawaiiana.

In realtà la trasformazione era in corso da tempo. Nel 1959 c’erano molti dubbi sulla promozione delle Hawai’i a Stato dell’Unione, perché si temeva un ulteriore rafforzamento del predominio culturale e politico del continente: una sorta di replica del 1893, quando gli Usa, spinti da poderosi interessi economici, avevano rovesciato la monarchia hawaiiana. Continua – 2

Hawai’i

HONI. E’ l’antica forma di saluto delle Hawai’i, ed era quasi scomparsa: ci si china in avanti, guardandosi l’un l’altro negli occhi: nell’anima. Si accostano la fronte, poi il naso, infine si tira un gran respiro, per riempire i polmoni di hà, che è il respiro della vita. E’ passato più di un secolo da quando il placido regno delle Hawai’i fu rovesciato dagli Usa, che ne travolsero la cultura. Ma oggi ‘Honi torna, mentre gli hawaiiani riscoprono le proprie radici polinesiane, e recuperano la saggezza assieme agli usi degli anziani.

E HO’IMAU I KA HA’ – Custodire il respiro.

Ricalcando gli usi degli antenati, i giovani si allineano al tramonto sulle coste di Kaho’olawe, e intonano un canto. L’isola era, ed è tuttora, un wahi pana, un luogo sacro.

Requisita nel 1941, trasformata in un poligono di tiro, Kaho’olawe era divenuta il simbolo della lotta degli hawaiiani per riaffermare la propria cultura; nel 1994, dopo anni di protesta, essa è stata restituita allo Stato. Oggi, con il recupero dell’isola, una nuova generazione si prepara ad assumersi il ruolo di Kahu o Ka’aina, custodi della terra.

L’occhio infuocato arde al centro del cratere Pu’u Oo del Kilawea, nel Parco Nazionale dei vulcani di Hawai’i. Il Kilawea, uno dei vulcani più attivi della Terra, erutta quasi senza sosta dal 1983: un magnifico fiammeggiante spettacolo, che però distrugge case, blocca autostrade, e richiama oltre un milione di turisti l’anno.

E’ l’alba, le note ipnotiche di un flauto di bambù – che si suona soffiando l’aria attraverso il naso – aleggiano sul cratere di Halema ‘uma’u; così si rende omaggio a Pele, la dea del vulcano.

Sorge il sole sulla baia di Kealakekua, e la luce che scintilla sul mare s’insinua nella profonda valle costiera dell’isola di Hawai’i. I primi raggi illuminano la Makali’i, la tradizionale canoa a doppio scafo, che dondola all’ancora nella baia. Poi l’alba sfiora Ka’awaloa Point, là dove si infrangono le onde, e dove morì il capitano Cook, abbattuto a colpi di bastone e coltello da una folla inferocita di Hawaiiani nel 1779, un anno dopo aver messo piede sull’isola. L’ombra del monumento a Cook s’allunga, cupa, sul terreno: quasi volesse ricordare, come un sogno indelebile, l’irruzione degli “alieni” nella storia dell’arcipelago: agli occhi di molti, la ferita più profonda inferta alla loro cultura, che fioriva, isolata dal mondo esterno, da oltre un millennio.

Già nei primi dell’Ottocento, poco dopo lo sbarco dei missionari dal New England, la repressione della cultura venne formalizzata dall’interdizione dell’Hula, poiché l’Hula con le sue danze e i canti celebrava gli dei hawaiiani – Kane, il creatore; Lono, il dio delle messi; Ku, il dio della guerra – divinità pagane all’avviso degli evangelizzatori. Tuttavia l’hula era il cuore della cultura locale: una forma d’arte che tramandava la storia orale e i miti di creazione delle isole. Poi fu proibita anche la lingua hawaiiana.

Nel 1959, quando fu istituito lo Stato delle Hawai’i, di quella cultura rimaneva ben poco. La rabbia montava: secondo una legge in vigore da tempo, bisognava dimostrare di avere almeno il 50 per cento di sangue hawaiiano nelle vene per ottenere terre pubbliche in concessione.

Scoppiarono disordini: i nativi chiedevano terre per tutti i Kanaka Maoli, il Popolo Originario, a prescindere dalla “purezza” del sangue. Nelle scuole, la lingua hawaiiana continuava ad essere proibita; l’alto tasso di delinquenza e le precarie condizioni sanitarie alimentavano nel popolo il senso di emarginazione e di scoraggiamento.

Nei due secoli trascorsi dall’arrivo dei primi missionari gli hawaiiani non hanno mai smesso di far sentire la propria voce, eppure soltanto negli ultimi quarant’anni circa qualcuno ha cominciato ad ascoltarla sul serio. Oggi la vecchia definizione “hawaiiano in parte” è spesso considerata uno spregio; su un totale di 1.2 milioni di residenti nell’arcipelago, quasi 250 mila si considerano a tutti gli effetti “nativi hawaiiani”, e non importa se a volte nelle loro vene scorre sangue mescolato a quello di altri gruppi etnici. Continua 1

Mondo – L’Islanda – 3

Fu una fortuna, perché il buon rapporto con le forze della natura ha permesso agli islandesi di convivere con l’ambiente difficile della loro isola. Che fornisce in abbondanza pesce, prima risorsa dell’economia; ma che regala con uguale prodigalità eruzioni e precarietà non solo a Heimaey, l’isoletta che nel 1973 si svegliò su un cratere. Così tutta l’Islanda, proprio come Heimaey, ha imparato in fretta che i vulcani non sono solo potenziali pericoli, ma anche una risorsa: basta sfruttarne l’energia con tecnologie adatte. L’espediente non è un’esclusiva islandese, ma qui ha trovato applicazioni ben maggiori che altrove.

Per vedere cosa è possibile fare con l’energia geotermica non occorre nemmeno andare tanto lontano da Reyjavik. Su un colle fuori porta (Oskjuhlid) un geyser è stato imbrigliato in cisterne e tubi per riscaldare tutte le case della città. A pochi chilometri c’è una sorgente termale che alimenta un grande centro balneare (Blue Lagoon) con piscine di acqua calda. Infine a Hveragerdi, un’ora di auto più a est, ecco una distesa di serre dove alcune fumarole creano un clima subtropicale che fa sbocciare ibiscus e maturare banane. Grazie alle serre di Hveragerdi, dagli anni ’80 gli islandesi hanno scoperto anche le zucchine, verdure prima scconosciute.

Ma i vulcani non servono solo come fonti di energia: a volte possono aiutare anche la cultura.

Andate da Reykjavik a Geysir: a metà strada c’è un piccolo cratere spento, chiamato Kerid. Qualcuno ha scoperto che ha un ottima acustica. Da allora lo usano per concerti all’aperto: l’orchestra sta sul fondo, gli spettatori sulle pendici interne. Questa sì che è davvero un esclusiva islandese.

Un hot spot e un rift: questa, geologicamente parlando, è l’Islanda. Gli hot spot (punto caldo) sono luoghi della Terra dove il magma che sale in superficie proviene direttamente dal nucleo terrestre.

Sulla Terra ce ne solo un centinaio e l’Islanda si trova proprio sopra uno di essi. Ma sotto l’Islanda c’è anche un tratto si rift, cioè un pezzo di dorsale Medio-Atlantica, la lunga frattura (da cui fuoriescono lave) che separa la zolla europea da quella nord americana e che si trova proprio in mezzo all’oceano Atlantico.

La sovrapposizione dei due fenomeni spiega perché le eruzioni vulcaniche sull’isola siano così frequenti. In media se ne verifica una ogni cinque anni. Talvolta entrano in attività singoli vulcani, altre volte il magma emerge da lunghe fessure.

L’Hekla, ad esempio, è formato da una frattura lunga 27 chilometri e larga dai 2 ai 5 chilometri. Tra le sue numerose eruzioni, quella del 1947 è ricordata più di ogni altra perché da un tratto lungo 5 chilometri della frattura si innalzò nel cielo una nube di ceneri e gas che raggiunse i 20 chilometri di altezza.

Un altro vulcano famoso è l’Helgafell sull’isola Heimaey. Quando eruttò nel 1973 si mangiò un terzo di Vestmannaeyar, il capoluogo. Il vero problema, però, fu rappresentato dalla lava, la cui inesorabile avanzata minacciava di bloccare il porto, distruggendo l’economia dell’isola. Il fisico Porbjon Sigurgeirsson suggerì di raffreddare la lava con acqua marina. La lava si fermò 175 metri prima di chiudere il porto, molto probabilmente perché lo decise la natura. Sorpresa: le strutture del porto ne furono rafforzate. La lava aveva costruito un naturale scudo di difesa dal mare.

Piccoli, docili ma robusti (possono marciare fino a 10 ore al giorno) e resistenti al freddo (dormono all’aperto anche a -20°): i cavalli islandesi, che vengono allo stato brado nei pascoli dell’isola, appartengono a una razza ben distinta dalle altre d’Europa. Selezionati in Norvegia mille anni fa, furono portati in Islanda dai coloni vichinghi; da allora non hanno avuto più scambi genetici con i cugini del continente, elaborando così caratteristiche tutte particolari. Una delle più curiose riguarda le andature. Oltre alle solite tre (passo, trotto, galoppo), gli islandesi ne hanno altre due: l’ambio, che fa muovere insieme le due zampe sullo stesso lato; e il tolt, una sorta di galoppo danzato.

Inspiegabili le dimensioni di questi cavalli; di norma gli animali dei Paesi freddi sono più grandi dei parenti evoluti nei climi caldi perché ciò aiuta la ritenzione del calore. Si pensa quindi che in origine i Vichinghi selezionarono capi leggeri per trasportarli più facilmente via mare.

In Islanda ci sono 80 mila cavalli, 1 ogni 3 abitanti; per avere la stessa densità, in Italia ce ne dovrebbero essere più di 20 milioni (invece ne abbiamo 300 mila).

Dal 1982 i cavallini nordici sono allevati anche nel nostro Paese e usati in montagna; il primo cavallo islandese importato si chiamava Lordson, (“Figlio del Signore”). Fine.

Mondo – L’Islanda – 2

Ma chi sono gli islandesi? Nella quasi totalità sono diretti discendenti di coloni vichinghi giunti dalla Norvegia undici secoli fa e poi rimasti praticamente isolati dal resto del continente, nonostante una lunga dipendenza dai re norvegesi (prima) e danesi (poi). Perciò l’isola ha mantenuto quasi immutati usi, credenze e lingua degli antichi Vichinghi, come se il tempo si fosse fermato all’anno Mille. La prima conseguenza è che l’alfabeto prevede non solo la O (vocale comune a tutte le lingue germaniche) e la E (tipica delle lingue nordiche). Ma anche 2 consonanti che non trovano riscontro in alcun altro idioma moderno: la thorn (una “t” aspirata) e la edh (una via di mezzo fra la t e la d).

Un’altra conseguenza è che questo è l’unico Paese d’Europa dove non esistono veri cognomi: gli islandesi si limitano ad aggiungere al nome personale quello del padre seguito da –son (se uomini) o da –dottir (se donne), suffissi che vogliono dire solo “figlio di” e “figlia di”. Così il cognome di un figlio è sempre diverso da quello del padre, anche se uguale a quello dei fratelli (ma non delle sorelle). Del resto, i nomi di famiglia non sono l’unica cosa che manca in Islanda: sull’isola non esistono ad esempio, né grattacieli, né treni, né autostrade: l’unica vera strada di lunga percorrenza è la Hringvegur, una “circolare” che fa il periplo della costa.

Nemmeno l’esercito esiste: le uniche forze armate sono 250 poliziotti, che hanno poco da fare perché sull’isola manca anche la criminalità (la frequenza degli omicidi è di uno ogni 22 anni) e le carceri sono un istituto più teorico che reale. Nessuno se ne lamenta, perché il taglio delle spese militari e giudiziarie permette di destinare risorse altrove: al trasporto aereo, che grazie a 100 scali supplisce alla carenza di strade; o alla scuola, che assorbe il 5,4% del prodotto nazionale lordo (più che in Germania) e fa degli islandesi uno dei popoli più colti d’Europa, grande consumatore di libri e di spettacoli.

Del resto, benché sia priva di soldati e scarsa di abitanti, l’Islanda è tutt’altro che spopolata: infatti le sue valli e i suoi monti sono pieni di huldufolk, vocabolo che tradotto alla lettera significa “gente nascosta”. Non pensate che si tratti di banditi latitanti: il termine huldufolk indica gli elfi, folletti benigni che secondo una credenza vichinga vivono sotto le pietre, gli alberi e le case. In Islanda ce ne sono ovunque, dicono; a Kòpavogur, vicino alla capitale, qualche anno fa una strada statale in costruzione fu deviata su richiesta del Comune per non distruggere un grosso masso, dove secondo tradizione si celava un elfo plurisecolare.

Non sorridete: il caso di Kòpavogur è importante per capire la cultura islandese. Che non è conservativa solo per i nomi e l’alfabeto, ma per tutta l’eredità ricevuta dai progenitori vichinghi, compreso un radicato animismo, che vede in ogni espressione della natura una vita da rispettare.

Simile al caso di Kòpavogur è quello della Gullfoss, una cascata che 90 anni fa doveva sparire in un bacino idroelettrico. Contro quel progetto si mobilitò una pastora. Sigridur Tomasdòttir, che manifestò in Parlamento sostenendo che “uccidere cascate è sacrilegio”. La presero così sul serio che il suo avvocato, Sveinn Bjornsson, diventò capo dello Stato e la cascata Gullfoss fu salva.

Certo, a volte la tradizione va in pensione anche qui: ma solo dopo averne discusso e aver votato. Un famoso caso di questo tipo lo narrano le saghe, antichi racconti storici che un monaco del ‘200, Snorri Sturluson, mise in parte per iscritto. Ebbene: una saga tramanda che mille anni fa arrivò sull’isola il cristianesimo. Davanti al dilemma fra la nuova religione e quella tradizionale, la gente decise che solo l’Althing (il parlamento vichingo) poteva stabilire chi fosse il vero Dio. Finì ai voti. Vinsero i cristiani: i simboli degli dei perdenti furono gettati in una cascata, la Godafoss; ma gli elfi, di cui non si era discusso, rimasero in auge. Continua e finisce domani.

Mondo – L’Islanda

L’Islanda è una terra primordiale: ghiaccio, fuoco, tanti geyser e pochi abitanti che non hanno cognome e come stufa un vulcano.

L’Islanda è lambita dal Circolo Polare Artico. Reykjavik è la capitale più a nord del mondo. La sua temperatura media è di 0° C d’inverno e 10° C d’estate.

Volando con la fantasia, come in un sogno, mettete di svegliarvi una mattina con una strana sensazione di calore, innaturale per un giorno di gennaio. Mettete di andare alla finestra e di accorgervi che fuori, proprio tra le case, si è aperto un cratere che butta lava rovente. Mettete infine che l’eruzione vada avanti per sei mesi. Che fate? Ve ne andate per sempre?

Gli abitanti di Heimaey, un’isoletta a sud dell’Islanda, nel 1973 fecero tutt’altro: felici di aver scoperto che sotto le loro case c’era un vulcano attivo, attesero che la lava si placasse, poi costruirono un grande impianto di riscaldamento, usando il cratere come caldaia.

In Islanda eventi simili non capitano tutti i giorni, ma non sono nemmeno rari. Infatti in quel Paese, lambito dal Circolo Polare, lave e crateri sono dappertutto: come i ghiacciai, le cascate o le colonie di uccelli che animano le scogliere con milioni di nidi. I crateri attivi son ben 55, cui si aggiungono fenomeni vulcanici secondari: solfatare, fumarole, sorgenti calde e quegli spettacolari getti d’acqua bollente che in tutto il mondo si chiamano geyser perché il primo fu visto qui, in una località di nome Geysir.

Anche la capitale si trova in una zona di fumarole: proprio perciò si chiama Reykjavik, cioè “Baia del fumo”. I vulcani più famosi sono due: l’Hecla, un colosso di 1491 metri a sud-est di Reykjavik, e lo Snaefellsjokull, un cono ghiacciato dove Jules Verne fece iniziare il suo Viaggio al centro della Terra.

Altri vulcani sono ben nascosti sotto il mare o sotto i ghiacciai: negli anni sessanta del secolo scorso una colata subacquea creò dal nulla una nuova isola, Surtsaey; e nel 1996 un cratere entrò in attività sotto il Vatnajokull, un ghiacciaio vasto come il Friuli. La lava sciolse il ghiaccio in profondità, formò un lago nascosto che poi fece esplodere la crosta gelata sovrastante e dilagò fino al mare, distruggendo tutto su un fronte di 20 chilometri.

Un mondo ostile? Si e no: la verità è che l’Islanda è una terra primordiale, dove la natura si esprime in tutti i modi possibili, dai più terrificanti ai più delicati.

Appena le colate si placano, sulla loro lava sbocciano fiori pionieri: sottocosta nuotano merluzzi e balene; e dove il Vatnajokull si butta in mare, tra gli iceberg giocano le foche. Alberi e mammiferi terrestri sono rari, gli uccelli invece dilagano con milioni di individui e 230 specie. Nessun Paese europeo può vantare un’avifauna così ricca: sulle falesie regnano gazze marine, urie e pulcinella di mare; le spiagge sono feudo di candide sterne; in mare nuotano edredoni, smerghi e morette.

In questa strana isola di ghiacci, di fuoco e di piume, vive il popolo più rado e più isolato d’Europa. Le cifre parlano chiaro: l’Islanda intera conta solo 270.000 residenti (meno del comune di Bari) su una superficie uguale a quella di tutto il Nord Italia. In teoria la densità è di 2,6 abitanti per chilometro quadrato, cioè la metà che nella desertica Arabia Saudita; ma in realtà è ancora più bassa, perché un islandese su tre vive fra Reykjavik e immediati dintorni, quindi il resto del Paese è praticamente disabitato. Tutto ciò nonostante la natalità sfiori il 16 per mille, l’indice più alto d’Europa, più del doppio di quello italiano. Continua domani.