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Bellezze d’Italia – Le isole Eolie

Le isole Eolie o Lìpari, poste nella parte orientale del basso Tirreno a circa 40 km dalla costa siciliana (Vulcano, la più vicina, dista 20 km. da Capo Calavà), appartengono dal punto di vista amministrativo alla provincia di Messina e sono divise in quattro comuni: Santa Marina, Leni e Malfa a Salina, e Lipari, nel cui comune ricadono tutte le altre isole.

L’arcipelago si compone di sette isole abitate, circondate da innumerevoli scogli e numerosi isolotti che creano paesaggi e scorci singolarmente suggestivi in successione con spettacolari orridi naturali, posti lungo le coste, generalmente quelle rivolte a ovest, che precipitano a strapiombo in mare.

La più estesa e popolata è Lipari; poi in ordine decrescente per superficie, Salina (la più alta), Vulcano, Stromboli, Filicudi, Alicudi e Panarèa.

Tutte sono di grande interesse geologico, archeologico, paesaggistico. L’arcipelago è efficacemente collegato con la Sicilia durante tutto l’anno dalle navi di linea della Siremar che effettuano corse da Milazzo e da Napoli. Durante il periodo estivo (1 giugno-30 settembre) la linea con Napoli viene potenziata e anche sulle altre rotte i viaggi sono più frequenti. Più rapidamente si possono raggiungere tutte le Eolie con gli aliscafi (delle società Siremar e Snav) che le collegano quotidianamente, durante tutto l’anno, a Milazzo (Lipari, Vulcano e Salina con più corse giornaliere, incrementate in estate); nei mesi estivi si aggiungono i collegamenti con Napoli (Snav) e con Reggio di Calabria e Messina con due corse quotidiane (Snav).

Le sette isole, dichiarate “Patrimonio dell’Umanità” dall’Unesco sono schierate lungo due archi che hanno una parte in comune: Vulcano e Lipari a sud, e le rimanenti rivolte parte verso Ovest (Salina, Filicudi e Alicudi) e parte verso Est (Panarèa e Stromboli).

Sono tutte di origine vulcanica e si innalzano da una profondità marina di circa 2000 metri; tutte presentano coni con caratteri ben evidenti, tranne Panarèa e i suoi isolotti che probabilmente sono la parte emergente, fortemente modificata dall’erosione marina ed eolica, di un unico rilievo vulcanico quasi del tutto sommerso; Lipari e Vulcano sono strutture più complesse costituite dalle rovine di più coni intersecantisi. Le Eolie si sono formate per il concorso dell’accumulo dei materiali eruttati e, parzialmente, del lento innalzarsi del suolo nel corso dell’era Quaternaria, documentato da terrazzi prodotti dall’abrasione marina durante i lunghi periodi di stasi del fenomeno.

Due soli sono i crateri ancora attivi: Vulcano, che dopo l’ultima eruzione della fine del secolo scorso (1888-1890) è in permanente fase di solfatara con vistose escursioni della temperatura dei gas emessi che hanno raggiunto nel 1944 i 600°; e Stromboli, che è in continua, moderata attività esplosiva con periodiche eruzioni di lava che si riversa lungo la sciara del Fuoco.

I Vulcani

Le isole Eolie, poste nella parte ad accentuata curvatura della fascia che segna il limite tra la zona del Tirreno abbassatasi durante il Terziario medio a causa del formarsi degli Appennini, e quella rialzata sulla quale sono disposti i vulcani italiani, occupano un posto importante nella storia della vulcanologia. Vulcani domestici hanno funzionato da prezioso, insostituibile laboratorio per l’osservazione e per lo studio dei fenomeni vulcanici fin dai tempi più remoti. Già il termine “vulcano” prende nome proprio dall’omonima isola e nella moderna classificazione dell’attività vulcanica due tipi di vulcani vengono catalogati con il nome di due delle Eolie per la specificità delle loro manifestazioni: quella vulcaniana, caratterizzata dalla rimozione del tappo craterico causata da un’esplosione e conseguente emissione violenta di bombe e di scorie accompagnata dalla formazione di una nube scura, carica di ceneri, e quello di tipo stromboliano, che si distingue per esplosioni di intensità moderata, a brevi intervalli più o meno regolari che proiettano lava pastosa e incandescente che, accompagnata da una nube di vapore priva di ceneri, di colore bianco, tende a solidificarsi in superficie mentre i gas intrappolati si liberano provocando le esplosioni.

Il Clima

È contraddistinto da un inverno mite e con poche precipitazioni atmosferiche (gennaio è il mese più piovoso con 11 giorni di pioggia) ma dominato da venti impetuosi, che spirano prevalentemente da ovest, e da una lunga estate secca. Moderata è l’escursione termica nell’arco dell’anno (13° in gennaio e 27° in luglio secondo le medie statistiche).

A causa delle scarse precipitazioni atmosferiche e delle caratteristiche geologiche del suolo non esiste un’idrografia di superficie e quasi del tutto inesistenti sono le sorgenti.

La lettura del paesaggio agrario, reso singolare dal fitto ordito dei terrazzamenti, sistema ingegnoso per creare pianure dove non ne esistono, si propone come felice simbiosi della contraddizione tra il costruito dall’uomo e il disposto da una natura particolarmente ostile: rilievi solitamente conici, pendici accidentate, impervi valloni, ristrette oasi di pianura. Continua domani.

Viaggiare – Hawai’i – 4

nella cultura hawaiiana, il più bell’omaggio che si possa rendere al prossimo è comporre o cantare un canto in suo onore.

Quanto alla Hula per tutti gli hawaiiani questa danza è stata fonte di ispirazione e di recupero dell’identità. Non è difficile capire perché. Attraverso il gesto, il movimento, la musica che l’accompagna, il ritmo delle percussioni (zucche svuotate colpite con il palmo della mano), l’hula può essere, di volta in volta, un racconto, una festa in omaggio al tramonto o a un personaggio importante; oppure, ancora, una successione di gesti d’affetto. Può essere eseguita da una sola persona o da un intero halau, un gruppo di uomini che cantano e battono i piedi, o di donne che si muovono sinuose. Nella sua forma classica è uno spettacolo e, allo stesso tempo, un modo formale di accogliere gli ospiti, e di celebrare eventi e luoghi.

Attraverso l’hula si può apprendere la lingua, ma anche la storia, la genealogia, la spiritualità delle Hawai’i. E soprattutto al danzatore insegna a comprendere l’identità hawaiiana e dunque insegna il rispetto per la cultura.

Il re Kalakakua, che governò dal 1874 al 1891 era chiamato Merrie Monarch (l’allegro monarca) per il suo stile di vita esuberante e la sua passione per lo champagne, la musica, e, appunto ‘hula.

Il kahiko è la forma più antica di hula e racconta la storia delle Hawai’i: è storia orale. La tradizione è sopravvissuta all’ostracismo dei missionari perché nelle campagne si continuava a praticarla, a differenza delle città. Oggi il kahiko viene eseguito con passione da gruppi di 20 o 30 giovani di entrambi i sessi, mentre la auana, la forma moderna di hula, ha musiche più melodiche e movenze più sensuali.

Tutti i tentativi di cancellare l’hula, però, l’hanno resa solo più forte. Come nel 1964, quando fu al centro della prima battaglia culturale di Gladys Brandt, all’epoca preside della sezione femminile della Kamehameha School, la più grande e importante scuola privata per havaiiani .

Fondata nel 1887, la scuola si propone di dare accesso solo a bambini di etnia hawaiiana. Una regola della scuola vietava alle ragazze di danzare l’hula stando in piedi. Stavano sedute ed usavano le mani. Quando la signora Gladys Brandt permise loro di alzarsi, le fu detto che il consiglio di amministrazione della scuola avrebbe dovuto esprimersi su questo cambiamento mentre uno dei consiglieri ebbe da ridire: “donna”, esclamò, “quando ti abbiamo assunta non pensavamo di portarci in casa qualcuno che avrebbe promosso l’indecenza”. Ma zia Glayds, così la chiamavano, tenne duro, e quando le ragazze danzarono l’hula in piedi, ottenne un trionfo personale: aveva assolto in pieno il suo compito di kapuma.

Se la cultura hawaiiana esiste ancora, nonostante subisca da quasi tre secoli la pesante concorrenza delle culture importate dagli immigrati (cinesi, filippini, giapponesi e, naturalmente statunitensi), è merito di persone come Gladys Brandt. “Mi sembra che gli hawaiiani fossero considerati poco più che spazzatura”, ricorda zia Gladys. “Sentivo che un’intera società era al di fuori della mia portata, e che per me tante porte erano sbarrate. Ma quando sono diventata preside ho smesso di pensare che gli hawaiiani fossero spazzatura”. Oltre alle sue innovazioni nel campo dell’hula, nella sua scuola zia Gladys ha incoraggiato lo studio della musica e di altri aspetti della cultura hawaiiana. Continua – 4.

Viaggiare – Hawai’i – 3

ruscelli e cascate scintillano nella valle sulle Big Island

Negli anni Sessanta anche le Hawai’i furono contagiate dalla passione politica che aveva cominciato a trasformare il resto del Paese. Sull’onda dei movimenti dei diritti civili, che incoraggiava la gente a prendere la parola, anche gli hawaiiani iniziarono a riflettere sul proprio ruolo nella società e a rivendicare con maggior forza il diritto alla terra e al rispetto della cultura tradizionale.

Anche la guerra nel Vietnam, con tutte le delusioni che provocò, diede nuova energia a un’intera generazione di attivisti hawaiiani.

Verso la fine degli anni Settanta, la piccola isola di Kaho’olawe, al largo della costa sudoccidentale di Maui, divenne un simbolo della lotta degli Hawaiiani per riappropriarsi della propria cultura. Sebbene fosse letteralmente cosparsa di siti archeologici hawaiiani, circa 2000, l’isola era fin dal 1941 requisita dalle forze armate americane, che la usavano come poligono di tiro. Le esplosioni delle bombe suscitarono grande rabbia tra la popolazione, che reagì con proteste, manifestazioni, e anche un’occupazione dell’isola. La controversia ha avuto termine soltanto negli anni Novanta, quando lo Stato ha destinato l’isola disabitata alla conservazione e alla pratica della cultura hawaiiana: un luogo dove pregare, cantare, fare offerte votive.

Sono stati restaurati altari e antichi villaggi, ed è stato varato un piano per reintrodurre la flora originaria, cancellata da anni di bombardamenti.

Per noi è un piko, proclama Aluli, usando la parola hawaiiana che signific ombelico, o centro. Kaho’olawe era un importante punto di riferimento per i navigatori polinesiani, che la identificavano con Kanaloa, il dio dell’oceano.

Un’altra forte spinta alla rinascita culturale venne, negli anni Settanta, dal recupero della navigazione tradizionale a bordo delle canoe a doppio scafo. Il precursore fu Pius Mau Piailug, un navigatore delle isole Caroline, in Micronesia: gli hawaiiani avevano smesso di avventurarsi nell’oceano già nel XIV secolo, ma in lontane isole del Pacifico la tradizione era sopravvissuta, assieme agli antichi metodi di orientamento con le stelle. Mau riportò quest’arte alle Hawai’i, assieme a Nainoa Thompson, della Società polinesiana di Navigazione d’altura, e a Milton Shorty Bertelmann, che, in coppia con il fratello Clay, ha poi costruito la Makali’i.

Questi uomini, con le loro canoe, sono diventati simboli per le nuove generazioni, trasmettendo, assieme alla cultura della navigazione, valori come l’orgoglio, la disciplina, l’autostima, l’abilità marinara.

La cosiddtta “battaglia delle ossa” divampò a metà degli anni Ottanta, quando fu proposta la costruzione di un complesso turistico di lusso a Honokahua, sull’isola di Maui, sopra un antico cimitero.

Le proteste furono veementi, tanto che nel 1989, dopo quasi un anno di negoziati, il progetto fu modificato. Per rispettare la santità del luogo, l’albergo sarebbe sorto in posizione più arretrata, non più sul mare ma con vista sul mare. In seguito sono state approvate leggi per vietare la profanazione degli antichi siti hawaiiani. Continua -3

Hawai’i – 2

l’occhio infuocato al centro del cratere del Kilauea

Il canto hawaiiano, la pura voce del Pacifico, è uno dei suoni più emozionanti e più evocativi che esistano al mondo: è in parte preghiera e in parte enunciazione drammatica.

Ai canti cerimoniali si aggiunge la benedizione dal Kùpuma del luogo. Kùpuma è una straordinaria parola che può indicare sia un anziano sia un antenato. Tradotta, significa colui che emerge dalla fonte: la fonte della conoscenza tradizionale.

La canoa per gli hawaiiani è il simbolo della famiglia. Bisogna condividere tutto: storia, valori, cultura, kuleana (responsabilità), kokua (aiuto reciproco). Nelle lunghe traversate la canoa diventa la loro isola. Devono imparare a vivere e a lavorare insieme in armonia perché è un esperienza che rimarrà anche nella vita sulla terraferma.

Molti turisti alle Hawai’i vedono soltanto le spiagge di Waikiki o di Maui, le superficiali attrazioni dell’industria turistica che regge l’economia dello Stato: l’hula in versione sexy, le gite in barca con annessa bevuta, i chiassosi lu’au (banchetti). Tutte invenzioni dei pubblicitari, o di chi vuole vendere alle masse le Hawai’i.

Certo il turista potrà vedere l’hula, anche nella versione autentica, non edulcorata ad uso e consumo dei forestieri. Con un po’ di fortuna, potrà persino ascoltare il suono della lingua hawaiiana, sorprendendo due persone del posto in una conversazione: una lingua affine ai maori e al tahitiano, parte della grande famiglia degli idiomi polinesiani. Gli capiterà di scorgere, dalla riva, la sagoma fugace di una canoa hawaiiana che solca il mare col suo doppio scafo e la caratteristica vela a chela di granchio. E senza dubbio vedrà l’he’emalu cioè il surf, che gli hawaiiani praticano da secoli.

Agli occhi del visitatore, poi, non può sfuggire l’ondata di attivismo politico, quasi inspiegabile, attraverso cui si esprimono richieste di potere e di autonomia ai più vari livelli: si organizzano manifestazioni, s’inalberano cartelli di protesta, si consumano dissensi intestini, si scagliano invettive contro una quantità di personaggi: dal cpitano Cook al governatore in carica.

Al turista potrà forse sfuggire il fatto che nella società hawaiiana tradizionale non si fa mai visita ad altri senza preavviso o a mani vuote: senza un pù’olo, un dono. Se non si ha una referenza, cioè qualcuno che garantisce, si viene liquidato come ni’ele, ficcanaso, e perciò ignorato. Il cuore di questa cultura non è la musica né il divertimento: è invece una intensa solennità e l’appello all’olimpo degli dei attraverso complesse cerimonie di canti e preghiere. Così gli hawaiiani affermano e rafforzano il legame che li unisce in modo indissolubile alla loro terra.

Essere veramente hawaiiani significa anche tramandare la lingua e le arti tradizionali, fra cui la pesca, la navigazione, il surf, la coltivazione del taro: conoscenze trasmesse nel tempo da un kumu, un insegnante. E’ molto difficile pensare a un’altra cultura in cui il rapporto tra insegnanti e allievi abbia un ruolo così centrale, il culto del rispetto sia tanto rigoroso, e, in definitiva, la spiritualità sia altrettanto profonda.

Negli anni settanta del secolo scorso, vi fu l’inizio del rinascimento culturale hawaiiano che fu evidenziato da almeno quattro episodi: il recupero dell’isola di Kaho’olawe, la rinascita della navigazione a vela tradizionale, la Battaglia delle ossa e il revival della tradizione hula. Con l’hula, poi, rinacque anche l’interesse per la lingua hawaiiana.

In realtà la trasformazione era in corso da tempo. Nel 1959 c’erano molti dubbi sulla promozione delle Hawai’i a Stato dell’Unione, perché si temeva un ulteriore rafforzamento del predominio culturale e politico del continente: una sorta di replica del 1893, quando gli Usa, spinti da poderosi interessi economici, avevano rovesciato la monarchia hawaiiana. Continua – 2

Hawai’i

HONI. E’ l’antica forma di saluto delle Hawai’i, ed era quasi scomparsa: ci si china in avanti, guardandosi l’un l’altro negli occhi: nell’anima. Si accostano la fronte, poi il naso, infine si tira un gran respiro, per riempire i polmoni di hà, che è il respiro della vita. E’ passato più di un secolo da quando il placido regno delle Hawai’i fu rovesciato dagli Usa, che ne travolsero la cultura. Ma oggi ‘Honi torna, mentre gli hawaiiani riscoprono le proprie radici polinesiane, e recuperano la saggezza assieme agli usi degli anziani.

E HO’IMAU I KA HA’ – Custodire il respiro.

Ricalcando gli usi degli antenati, i giovani si allineano al tramonto sulle coste di Kaho’olawe, e intonano un canto. L’isola era, ed è tuttora, un wahi pana, un luogo sacro.

Requisita nel 1941, trasformata in un poligono di tiro, Kaho’olawe era divenuta il simbolo della lotta degli hawaiiani per riaffermare la propria cultura; nel 1994, dopo anni di protesta, essa è stata restituita allo Stato. Oggi, con il recupero dell’isola, una nuova generazione si prepara ad assumersi il ruolo di Kahu o Ka’aina, custodi della terra.

L’occhio infuocato arde al centro del cratere Pu’u Oo del Kilawea, nel Parco Nazionale dei vulcani di Hawai’i. Il Kilawea, uno dei vulcani più attivi della Terra, erutta quasi senza sosta dal 1983: un magnifico fiammeggiante spettacolo, che però distrugge case, blocca autostrade, e richiama oltre un milione di turisti l’anno.

E’ l’alba, le note ipnotiche di un flauto di bambù – che si suona soffiando l’aria attraverso il naso – aleggiano sul cratere di Halema ‘uma’u; così si rende omaggio a Pele, la dea del vulcano.

Sorge il sole sulla baia di Kealakekua, e la luce che scintilla sul mare s’insinua nella profonda valle costiera dell’isola di Hawai’i. I primi raggi illuminano la Makali’i, la tradizionale canoa a doppio scafo, che dondola all’ancora nella baia. Poi l’alba sfiora Ka’awaloa Point, là dove si infrangono le onde, e dove morì il capitano Cook, abbattuto a colpi di bastone e coltello da una folla inferocita di Hawaiiani nel 1779, un anno dopo aver messo piede sull’isola. L’ombra del monumento a Cook s’allunga, cupa, sul terreno: quasi volesse ricordare, come un sogno indelebile, l’irruzione degli “alieni” nella storia dell’arcipelago: agli occhi di molti, la ferita più profonda inferta alla loro cultura, che fioriva, isolata dal mondo esterno, da oltre un millennio.

Già nei primi dell’Ottocento, poco dopo lo sbarco dei missionari dal New England, la repressione della cultura venne formalizzata dall’interdizione dell’Hula, poiché l’Hula con le sue danze e i canti celebrava gli dei hawaiiani – Kane, il creatore; Lono, il dio delle messi; Ku, il dio della guerra – divinità pagane all’avviso degli evangelizzatori. Tuttavia l’hula era il cuore della cultura locale: una forma d’arte che tramandava la storia orale e i miti di creazione delle isole. Poi fu proibita anche la lingua hawaiiana.

Nel 1959, quando fu istituito lo Stato delle Hawai’i, di quella cultura rimaneva ben poco. La rabbia montava: secondo una legge in vigore da tempo, bisognava dimostrare di avere almeno il 50 per cento di sangue hawaiiano nelle vene per ottenere terre pubbliche in concessione.

Scoppiarono disordini: i nativi chiedevano terre per tutti i Kanaka Maoli, il Popolo Originario, a prescindere dalla “purezza” del sangue. Nelle scuole, la lingua hawaiiana continuava ad essere proibita; l’alto tasso di delinquenza e le precarie condizioni sanitarie alimentavano nel popolo il senso di emarginazione e di scoraggiamento.

Nei due secoli trascorsi dall’arrivo dei primi missionari gli hawaiiani non hanno mai smesso di far sentire la propria voce, eppure soltanto negli ultimi quarant’anni circa qualcuno ha cominciato ad ascoltarla sul serio. Oggi la vecchia definizione “hawaiiano in parte” è spesso considerata uno spregio; su un totale di 1.2 milioni di residenti nell’arcipelago, quasi 250 mila si considerano a tutti gli effetti “nativi hawaiiani”, e non importa se a volte nelle loro vene scorre sangue mescolato a quello di altri gruppi etnici. Continua 1

Mondo – L’Islanda – 3

Fu una fortuna, perché il buon rapporto con le forze della natura ha permesso agli islandesi di convivere con l’ambiente difficile della loro isola. Che fornisce in abbondanza pesce, prima risorsa dell’economia; ma che regala con uguale prodigalità eruzioni e precarietà non solo a Heimaey, l’isoletta che nel 1973 si svegliò su un cratere. Così tutta l’Islanda, proprio come Heimaey, ha imparato in fretta che i vulcani non sono solo potenziali pericoli, ma anche una risorsa: basta sfruttarne l’energia con tecnologie adatte. L’espediente non è un’esclusiva islandese, ma qui ha trovato applicazioni ben maggiori che altrove.

Per vedere cosa è possibile fare con l’energia geotermica non occorre nemmeno andare tanto lontano da Reyjavik. Su un colle fuori porta (Oskjuhlid) un geyser è stato imbrigliato in cisterne e tubi per riscaldare tutte le case della città. A pochi chilometri c’è una sorgente termale che alimenta un grande centro balneare (Blue Lagoon) con piscine di acqua calda. Infine a Hveragerdi, un’ora di auto più a est, ecco una distesa di serre dove alcune fumarole creano un clima subtropicale che fa sbocciare ibiscus e maturare banane. Grazie alle serre di Hveragerdi, dagli anni ’80 gli islandesi hanno scoperto anche le zucchine, verdure prima scconosciute.

Ma i vulcani non servono solo come fonti di energia: a volte possono aiutare anche la cultura.

Andate da Reykjavik a Geysir: a metà strada c’è un piccolo cratere spento, chiamato Kerid. Qualcuno ha scoperto che ha un ottima acustica. Da allora lo usano per concerti all’aperto: l’orchestra sta sul fondo, gli spettatori sulle pendici interne. Questa sì che è davvero un esclusiva islandese.

Un hot spot e un rift: questa, geologicamente parlando, è l’Islanda. Gli hot spot (punto caldo) sono luoghi della Terra dove il magma che sale in superficie proviene direttamente dal nucleo terrestre.

Sulla Terra ce ne solo un centinaio e l’Islanda si trova proprio sopra uno di essi. Ma sotto l’Islanda c’è anche un tratto si rift, cioè un pezzo di dorsale Medio-Atlantica, la lunga frattura (da cui fuoriescono lave) che separa la zolla europea da quella nord americana e che si trova proprio in mezzo all’oceano Atlantico.

La sovrapposizione dei due fenomeni spiega perché le eruzioni vulcaniche sull’isola siano così frequenti. In media se ne verifica una ogni cinque anni. Talvolta entrano in attività singoli vulcani, altre volte il magma emerge da lunghe fessure.

L’Hekla, ad esempio, è formato da una frattura lunga 27 chilometri e larga dai 2 ai 5 chilometri. Tra le sue numerose eruzioni, quella del 1947 è ricordata più di ogni altra perché da un tratto lungo 5 chilometri della frattura si innalzò nel cielo una nube di ceneri e gas che raggiunse i 20 chilometri di altezza.

Un altro vulcano famoso è l’Helgafell sull’isola Heimaey. Quando eruttò nel 1973 si mangiò un terzo di Vestmannaeyar, il capoluogo. Il vero problema, però, fu rappresentato dalla lava, la cui inesorabile avanzata minacciava di bloccare il porto, distruggendo l’economia dell’isola. Il fisico Porbjon Sigurgeirsson suggerì di raffreddare la lava con acqua marina. La lava si fermò 175 metri prima di chiudere il porto, molto probabilmente perché lo decise la natura. Sorpresa: le strutture del porto ne furono rafforzate. La lava aveva costruito un naturale scudo di difesa dal mare.

Piccoli, docili ma robusti (possono marciare fino a 10 ore al giorno) e resistenti al freddo (dormono all’aperto anche a -20°): i cavalli islandesi, che vengono allo stato brado nei pascoli dell’isola, appartengono a una razza ben distinta dalle altre d’Europa. Selezionati in Norvegia mille anni fa, furono portati in Islanda dai coloni vichinghi; da allora non hanno avuto più scambi genetici con i cugini del continente, elaborando così caratteristiche tutte particolari. Una delle più curiose riguarda le andature. Oltre alle solite tre (passo, trotto, galoppo), gli islandesi ne hanno altre due: l’ambio, che fa muovere insieme le due zampe sullo stesso lato; e il tolt, una sorta di galoppo danzato.

Inspiegabili le dimensioni di questi cavalli; di norma gli animali dei Paesi freddi sono più grandi dei parenti evoluti nei climi caldi perché ciò aiuta la ritenzione del calore. Si pensa quindi che in origine i Vichinghi selezionarono capi leggeri per trasportarli più facilmente via mare.

In Islanda ci sono 80 mila cavalli, 1 ogni 3 abitanti; per avere la stessa densità, in Italia ce ne dovrebbero essere più di 20 milioni (invece ne abbiamo 300 mila).

Dal 1982 i cavallini nordici sono allevati anche nel nostro Paese e usati in montagna; il primo cavallo islandese importato si chiamava Lordson, (“Figlio del Signore”). Fine.